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| Intervista a Josefa Idem |
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Josefa Idem, Campionessa mondiale e olimpica nella specialità del kayak
La donna più medagliata dello sport italiano è una mamma che accompagna i suoi figli a scuola, corre a casa in tempo per pranzare con loro e organizza le trasferte di allenamento in funzione delle vacanze scolastiche. Josefa Idem è così: questa di Londra, sarà la sua ottava Olimpiade (prima atleta nella storia a raggiungere questo traguardo), lei ha 47 anni, da 34 gira il mondo prendendo il largo sul suo kayak (specialità K1 500), ma resta una donna terrena, concreta e solida. Vive a fior d’acqua sei ore al giorno, tra pagaia e spruzzi, però i suoi pensieri e le sue mani restano asciutti. A Santerno, in provincia di Ravenna, dove abita con la sua famiglia, si occupa dell’orto, fa le marmellate e gestisce con il marito Guglielmo Guerrini, che è anche il suo allenatore da più di 20 anni, un centro per l’avviamento allo sport dei bambini da 4 a 10 anni. Un sogno che ha preso corpo da pochi anni, in cui “Sefi”, che è stata anche assessore allo sport del Comune di Ravenna, crede molto. Che Forte! l’ha intervistata alla vigilia della partenza per le Olimpiadi. Josefa, a 36 anni ha vinto la sua prima Olimpiade, a 37 due ori ai Mondiali, a 38 due bronzi mentre era incinta di cinque settimane. Frutto del talento o della determinazione? «Non c’è l’uno senza l’altro. Il talento va prima scoperto, poi coltivato con impegno. Può essere tragico non conoscere il proprio talento; magari lo scopri tardi e ti chiedi come sarebbe stata la tua vita se l’avessi conosciuto prima. Io ho capito che ero portata per il kayak a 11 anni. Non l’ho più abbandonato, ma non ho neanche mai smesso di allenarmi. Uscivo in barca anche in gravidanza: ho sempre cercato di conciliare la mia vocazione con l’amore per la famiglia. Infatti i bambini, Janek e Jonas (che ora hanno 17 e 9 anni) mi hanno seguito ovunque: con il camper e la nonna al seguito, hanno partecipato a tutte le mie gare. I miei successi sono anche i loro.
«Magari hai talento, ma non hai coraggio. Spesso nello sport e nella vita vincono i non talentuosi. Invece bisogna imparare a non mollare mai. Il talento ti aiuta a trovare la classe, la massima espressione di te, in mezzo a tutte le difficoltà che inevitabilmente si incontrano». Come si scopre il talento per uno sport? «Spesso si fa fare ai bambini ciò che va di moda. Tutte le mamme iscrivono i figli a calcio, ma non tutti sono campioni. Invece i ragazzi vanno lasciati liberi di esprimersi. Per questo con mio marito ho dato vita a un’associazione che, prima di inquadrarli in uno sport, fa fare loro educazione motoria: salti, capriole, giochi d’equilibrio, verticali, per aiutarli a misurarsi con il proprio corpo e capire cosa piace di più. Lo sport va fatto prima “annusare”». Ma facendo provare ai bambini tanti sport diversi, non si rischia di non farne approfondire neanche uno? «E’ un cammino stretto quello dei genitori: da una parte, è vero, si rischia di far assaggiare tutto, senza approfondire niente. Dall’altra, si tiene magari ingessato un bambino in un’attività che non gli piace, senza che neanche se ne renda bene conto, perché ha provato solo quella. Auguro a ogni ragazzo di trovare il suo talento e che questo si trasformi in passione, perché può essere anche una croce. Io ci sono riuscita, ma a me piacciono le sfide dure». Anche questo è un talento. «A mio figlio Janek, in lotta con le insicurezze della sua età e con un carattere come il mio, dico sempre: “E’ un dono, accettalo”. Il tuo talento per la lotta ti farà soffrire ma ti porterà lontano». Barbara Rachetti
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Pensa di essere entrata nella storia dello sport grazie al talento?



