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La maggior parte dei genitori prova il naturale desiderio di ricevere direttamente dal figlio che frequenta la scuola, di qualsiasi ordine, informazioni su quanto accade a lui e intorno a lui in quel contesto. Contesto nel quale ogni giorno trascorre molte ore. Questo desiderio cresce, e si colora di una certa ansia, in circostanze particolari quali: inserimento in una nuova scuola, avvio di un nuovo percorso scolastico, difficoltà nello studio, nella relazione con i compagni, rendimento negativo, scrutini, comportamenti problematici reiterati, provvedimenti disciplinari individuali e di gruppo, lamentele delle insegnanti, disagio scolastico.
Ma diversi genitori denunciano la reticenza del figlio a raccontare quanto succede. E lamentano il fatto di non riuscire a capacitarsi della sua chiusura, della mancanza di comunicazione, che al massimo riconducono a superficialità o a meccanismi difensivi più o meno consapevoli.
Eppure questi genitori, quando chiedono aiuto agli insegnanti o, per esempio, allo psicologo scolastico, per raccogliere ulteriori elementi di un puzzle del quale si sono visti fornire pochissimi pezzi, si dichiarano reduci da un periodo in cui si sono prodigati quotidianamente a condurre indagini ricorrendo a domande quali: “Come è andata oggi?”, “Cosa avete fatto?”, “Tutto bene?”. Inoltre, nel caso di figli che frequentino il nido o la scuola materna, non sono venuti meno dal porre domande quali: “Hai mangiato?”, “Hai dormito?”. Domande che vengono puntualmente condotte, per un controllo incrociato, anche nei confronti del personale educativo, al quale poi viene chiesto, se si è nel novero di specifiche fasi evolutive, se il bimbo ha fatto i suoi bisognini.
Forse potrebbe essere utile chiedersi retoricamente se la “caccia al tesoro” non sia compromessa a monte proprio dal ricorso esclusivo o prevalente a simili domande.
I bambini, soprattutto quelli della prima e seconda infanzia, sono molto legati al qui e ora. Per loro quanto è successo qualche ora prima è sovente già relegato al trapassato remoto, al periodo cretaceo della loro biografia.
Sul loro “diario di bordo” riportano prevalentemente eventi che hanno avuto una forte risonanza emotiva, una rilevanza rispetto alla playlist dei loro bisogni, dei loro interessi.
Si potrebbe intuire, quindi, perché una classica domanda quale “Come è andata oggi?” sia seguita nella maggior parte dei casi dalla risposta riflessa “Bene!”, con la quale l’interrogato pensa di rassicurare e congedare velocemente il genitore.
Le domande poi vengono poste frequentemente all’uscita della scuola, non appena saliti in macchina, cioè in circostanze dove è difficile instaurare una vera comunicazione: intorno c’è un via vai di altri alunni che escono, che salutano, che liberano nell’aria la loro esuberanza. Saliti in macchina il massimo che ci si può permettere è di combinare la comunicazione orale con delle velocissime occhiate dallo specchietto retrovisore tramite il quale cogliamo una persona che guarda fuori, forse intenta ad avviare a modo suo un processo di elaborazione della giornata scolastica appena trascorsa, oppure che si adopera a rallentare per un po’ i giri del suo motore per farlo raffreddare.
Forse dovremmo avere più chiari quali sono gli obiettivi sovra-ordinati che è opportuno perseguire ponendo domande ai figli. E quali parole chiave e aspetti non verbali può essere strategico che queste domande contemplino affinché si registrino risposte funzionali a questi obiettivi.
Le domande giuste
Se, per esempio, ciò che maggiormente ci preme sapere è come nostro figlio sta vivendo emotivamente il fatto di frequentare la scuola dovremmo porre domande che evochino risposte dove ci vengano illustrati non tanto dei fatti, ma le esperienze emotive legate a questi fatti, e i pensieri correlati: “Oggi cosa hai fatto di divertente?”; “Qual è stata la parte più noiosa della giornata?”; “Cosa hai fatto per ridurre la noia?”; “Qual è la cosa più buffa, strana, inaspettata, sorprendente che è successa a scuola questa settimana?”; “Qual è stata la cosa che questa settimana ti ha fatto sentire più orgoglioso….speciale…importante….bravo…apprezzato….? ”; “ E quella che ti ha deluso di più?....dato più fastidio?”; “Con chi hai più piacere di giocare in questo periodo?...Qual è il gioco più divertente che fate? C’è un compagno che ti sta particolarmente antipatico? Perché?” ; “Qual è la materia che ultimamente ti piace di più fare a scuola?”; “ Qual è la cosa più interessante che vi ha spiegato oggi la maestra?”; “Quella che ti sembra più utile a te per giocare?”; “Sei contento di come è andata la verifica?”; “Da 1 a 10 quanto ti dispiace che sia andata male?”; “Hai fiducia nel fatto che tu possa recuperare e nel fatto che in questo ti aiuteranno le tue maestre?”; “Hai già in mente cosa potresti fare per rimediare?....Bene, bravo, bravissimo!!”
Se la domanda presenta tra le sue parole chiave il nome di un’emozione è molto più facile che attivi la memoria emotiva del bambino e che, quindi, quest’ultimo trovi più facile recuperare la traccia mnestica dell’evento connesso a quell’emozione o a emozioni limitrofe.
Le domande potrebbe essere più produttivo farle in circostanze della giornata o della settimana in cui il figlio è più disteso, aperto al dialogo, non catalizzato da interessi o dallo svolgimento di attività particolari. Può essere la sera prima dell’addormentamento. Il pomeriggio mentre si sorseggia un tè. Durante una passeggiata in bici.
E’ necessario tenere presente che a volte le risposte scarne che vengono fornite sono legate anche ai livelli di elaborazione cognitiva e di meta-cognizione che contraddistinguono i bambini nelle diverse fasi evolutive. Per meta-cognizione si intende la capacità di mentalizzare, pensare i propri pensieri e le proprie emozioni; di metterli a fuoco, riconoscerli, collegarli tra loro. Un bambino piccolo fa fisiologicamente fatica a fare un inventario a posteriori delle emozioni e dei pensieri che lo hanno accompagnato durante la sua giornata scolastica. Può essere utile, quindi, facilitare questa operazione prevedendo delle domande che poniamo parole chiave che rimandino direttamente ai pensieri e alle emozioni, e ne evochino così la progressiva esplorazione.
Le domande sbagliate
Molti genitori si ritrovano, a volte già all’inizio del percorso scolastico del figlio, a sentirsi dire da quest’ultimo che la scuola non gli piace molto, che la trova noiosa, che studiare è faticoso e non piacevole. Purtroppo, non volendo, spesso sono i genitori che contribuiscono a una precoce disaffezione o, addirittura, a un mancato investimento emotivo positivo e motivazionale dei figli, ponendo, attraverso le domande fatte a loro, l’accento in modo eccessivo su alcuni aspetti della scuola a discapito di altri: “ Ciao…Com’è andata? …..Hai avuto una verifica oggi?.... Che voto hai preso?.....La maestra si è arrabbiata? …..E Mario che voto ha preso?.....”.
Come al solito potrebbe essere utile, per trovare la giusta ispirazione, sforzarsi di ricordare le domande che a suo tempo ci saremmo voluti sentire proporre meno frequentemente all’uscita della scuola, e quelle che invece ci sembravano più sintonizzate con i nostri bisogni di supporto emotivo e più capaci di alimentare sentimenti e pensieri positivi nei confronti del luogo dal quale eravamo appena usciti.
Daniele Bertazzi
Daniele Bertazzi è psicologo-psicoterapeuta con esperienza pluriennale nell’ambito della Psicologia scolastica, evolutiva e familiare. Conduce interventi di counseling e formazione rivolti a genitori e insegnanti con rispettivamente figli e alunni in tutti gli ordini di scuola (asilo nido, scuola dell’infanzia, scuola elementare, scuola secondaria inferiore e superiore)
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