Quando dietro le difficoltà a scuola c’è la scarsa fiducia in sé

Prendiamo un bambino o un ragazzo che non riesce a dare risultati a scuola, che rimane a lungo in contemplazione del foglio bianco prima di iniziare a scrivere, che durante l’interrogazione fatica a rispondere e deve essere continuamente “imboccato” dall’insegnante. Ci chiediamo Un bambino che non riesce a scuola è un bambino poco intelligente?

Prendiamo ora un bambino o un ragazzo che non riesce a dare risultati a scuola, che rimane a lungo in contemplazione del foglio bianco prima di iniziare a scrivere, che durante l’interrogazione fatica a rispondere e deve essere continuamente “imboccato” dall’insegnante. In questi casi, esiste la tendenza a darsi due spiegazioni: siamo di fronte o al classico studente dotato che però non si applica, che pigramente sceglie di non sfruttare le sue potenzialità, oppure ad un bambino con un limite effettivo nelle sue capacità, che gli impedisce di raggiungere il livello del resto della classe. La qualità della performance diventa nel secondo caso una misura delle capacità intellettive.

La scarsa autostima e una debole fiducia nelle proprie risorse sono fattori che in genere vengono identificati come conseguenze della difficoltà scolastica, che contribuiscono a mantenerla, e non come suoi presupposti. Se invece li collocassimo alla base del problema, diventerebbe più semplice considerare la possibilità che il bambino non riesca a concentrarsi sul compito e a risolverlo, non perché non ne sia capace, ma perché è troppo impegnato a ripetersi nella sua testa che non ce la farà e a mettere tutti i suoi sforzi nel cercare di controllare lo stato d’ansia che da questo pensiero gli deriva. E’ come un sottofondo che distrae, e alle volte il rumore interiore è così intenso da trasformare in silenzio tutto quello che sta fuori. E’ come avere nelle orecchie delle cuffie che trasmettono una musica assordante e pretendere di capire quello che il nostro interlocutore ci sta chiedendo.

Se vostro figlio è convinto di non poter affrontare con successo le prove scolastiche, allora la sua motivazione ad apprendere calerà vertiginosamente. Una motivazione bassa si traduce in un minor impegno nello studio, che a sua volta porterà al conseguimento di risultati insoddisfacenti. Il fallimento infine confermerà la sua impressione di non essere un bambino capace. L’aspettativa di insuccesso si realizza: possiamo così parlare di una profezia che si autoavvera.

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Voi genitori potete fare tanto per rompere questo circolo vizioso. Ma per prima cosa dovete fermarvi a riflettere su quale sia la vostra idea di persona intelligente. Senza accorgercene, veniamo influenzati dall’idea culturalmente dominante di cui parlavo prima. In qualche modo ci è stato trasmesso il messaggio che l’intelligenza sia qualcosa di immutabile, quantificabile, predeterminato. Ma se crediamo questo allora come possiamo favorire il cambiamento?

Un bambino attribuisce la sua incapacità di ottenere risultati non alla sua insicurezza, ma alla sua stupidità. E un bambino che crede di essere stupido, si sente irrimediabilmente difettoso. Riuscirete a combattere questa sua sensazione partendo dal presupposto che l’intelligenza possa assumere molte forme e che non si misuri solo attraverso i risultati, che i successi possono arrivare se il bambino è capace di darsi valore e di avere fiducia nelle sue possibilità. Se siete convinti che il vostro bambino abbia le risorse per farcela e glielo comunicherete (il modo giusto in questo caso saprete trovarlo voi!), allora lui lo sentirà che quello che dite è vero. Perché in fin dei conti noi impariamo a vederci come gli altri ci vedono.

Monica Fusco, psicologa

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