Federica Bosco

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Federica Bosco, scrittrice

 

A una sola settimana dalla pubblicazione, il suo ultimo romanzo Innamorata di un angelo (Newton Compton) era già al 17° posto nella classifica della narrativa italiana. È lo stile sospeso tra romanticismo e ironia a fare di Federica Bosco una scrittrice di successo, con libri tradotti in undici lingue. E pensare che l’autrice di Mi piaci da morire (arrivato a 17 edizioni) ha scoperto la passione per la scrittura a quasi trent’anni (oggi ne ha 39). La protagonista della nuova storia è un’adolescente ribelle con un obiettivo ben preciso: entrare alla Royal Ballet School di Londra, la scuola di danza più prestigiosa al mondo, dove le selezioni sono durissime e il costo della retta inaccessibile. Ecco che cosa ha raccontato la scrittrice a noi di Che Forte!.

 

 

 

Signora Bosco, come mai un libro su una giovane ballerina? La danza è stata anche una sua passione?

«Sì, ho studiato danza classica per più di dieci anni. Mia madre voleva che diventassi ballerina, è stata lei ad accompagnarmi alla mia prima lezione a cinque anni. Poi verso i quindici ho scoperto la danza jazz con il film Flashdance e ho lasciato la classica».

«Non sapevo se ero un talento straordinario, ma sapevo che, quando danzavo, intorno a me il mondo spariva», sono parole della protagonista del suo romanzo. Era così anche per lei?

«È stato così quando ho scoperto la danza jazz. Non c’è niente che mi faccia star meglio. Ognuno ha una passione interiore che aspetta solo di essere portata in superficie».

Secondo lei è giusto assecondare le richieste di un figlio, magari sacrificando alcuni aspetti della propria vita, quando queste ci appaiono giustificate da un talento?

«Credo che non si debba mai ostacolare un desiderio o una passione, ma cercare insieme di trovare le soluzioni migliori. Dietro ai più famosi artisti c’è quasi sempre un genitore che ha lottato e si è sacrificato per realizzarne il sogno».

Ha mai dovuto conciliare una sua grande passione con gli studi, come la protagonista della sua storia?

«Direi di no: dopo il liceo linguistico ho cominciato subito a viaggiare perché era questo che volevo prima di ogni altra cosa. Desideravo l’indipendenza personale ed economica, quindi ho iniziato a lavorare molto presto nei villaggi turistici».

Innamorata-di-un-angelo

Leggendo il suo libro ci si può domandare: la nostra società è più propensa a creare o a distruggere i talenti? Lei che cosa ne pensa?

 

«Se sei bravo e tenace puoi raggiungere i tuoi obiettivi e quello che pensano gli altri non conta. Non è da tutti alzarsi, lottare e fare dei sacrifici per quello che si ama, è molto più facile criticare stando seduti su un divano».

Quando era piccola, ha mai immaginato che sarebbe diventata una scrittrice di successo? Se no, che cosa avrebbe voluto fare da grande?

«Oltre la ballerina volevo fare la veterinaria e aprire un rifugio per animali abbandonati».

 

I suoi genitori hanno contribuito alla scoperta del suo talento da scrittrice?

«Non particolarmente, ma ero molto brava in italiano e mia madre da qualche parte ha ancora i miei quaderni con i temi di prima elementare».

 

Per essere un buono scrittore crede che siano più importanti gli studi, le esperienze o il talento innato?

«Il talento prima di tutto, quello non te lo insegna nessuno. Non credo che le esperienze siano fondamentali: pensate a Jane Austen, che ha scritto tutti i suoi romanzi senza mettere il naso fuori di casa! Talento, fantasia e umiltà credo siano il cocktail migliore».

Da dove trae ispirazione per le sue storie?

«Da tutto quello che mi circonda, dalle storie che sento e da quelle che mi piacerebbe leggere».

Sara Zapponi

Redazione di Che Forte

Febbraio 2011

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