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Una nonna fortissima

I blog di Che Forte!

Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.

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Il dolore più grande, perdere un figlio

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on 22 Mag
in Il blog di Michele Monina

Ho preso tempo prima di scrivere queste parole. E anche adesso che le sto scrivendo non sono poi così sicuro che siano quelle giuste da dire. Ho preso tempo e ho anche deciso di tradire quanto vi avevo promesso nell'ultimo post, non andando subito a spiegarvi la faccenda del food coach, ma affrontando un fatto di cronaca che mi ha colpito molto, vi ha sicuramente colpito molto. E anche se sul mio piccolo profilo qui sopra c'è scritto che questo è un blog ironico, sappiatelo, stavolta non vi sarà traccia di ironia nelle mie parole. Niente di più lontano dall'ironia in questo momento attraversa il mio cuore, come immagino il cuore di buona parte degli italiani. Questo ultimo fine settimana ci ha riversato addosso un manto di tristezza. Prima l'attentato di Brindisi, poi il terremoto che ha colpito l'Emilia.

Ma questo è un sito che parla di figli, quindi è dell'attentato che sabato mattina ha strappato la giovane vita di Melissa Bassi dalla terra che voglio parlare. E voglio farlo cercando, per quanto mi sia possibile, di tenere la retorica fuori dalla porta. Anche per questo ho impiegato così tanto tempo, quattro giorni, un'eternità in rete, prima di parlarne. Il fatto è che un attentato è sempre un fatto agghiacciante. Un attentato che colpisce dei ragazzini, delle ragazzine nello specifico e terrificante. Un attentato davanti a una scuola, poi, è un gesto che davvero rende bene la parola “terrore”. Perché non c'è niente di più terrificante di pensare che la scuola, il luogo a cui un genitore affida i propri figli nella speranza che li aiuti a diventare uomini migliori, diventi la tomba del sangue del nostro sangue.

Un genitore non dovrebbe mai seppellire i propri figli, non sono certo io il primo a dire questa cosa. È un fatto con cui chiunque viva la genitorialità, prima o poi deve fare i conti, dentro il proprio cuore e dentro la propria testa. E siccome siamo esseri razionali, per natura tesi alla sopravvivenza, è un fatto che il nostro cuore e la nostra testa archivia come possibilità remota, improbabile, lontana.

Nanni Moretti, regista la cui ironia trasuda da ogni fotogramma dei suoi film, diventato padre ha scritto e girato un film, La stanza del figlio, in cui per una volta era la tragicità a farla da padrona. Conoscete la storia, una famiglia perde il proprio figlio maschio in un incidente in mare, e si dilania. Un film freddo, lancinante, senza scampo. Uscito nel 2001, lo vidi al cinema con mia moglie Marina, incinta di Lucia, la nostra primogenita. Non per autolesionismo, ma perché entrambi amavamo e amiamo Moretti, e perché il film era stato completamente girato ad Ancona, la nostra città (anche se già allora vivevamo a Milano). Uscimmo dalla sala devastati. La scena della bara che viene chiusa, lentamente, dai becchini. Lo stagno o lo zinco che sia che viene usato per saldare una a una le viti, si è stampato nelle nostre retine per sempre. Unico appiglio, in quell'occasione, il fatto che molte delle comparse fossero nostri amici o parenti, rendendo così finto un dolore, quello del film, assoultamente reale. Proprio l'impresario delle pompe funebri che cura il funerale del figlio di Moretti, nel film, è un caro amico di mio fratello. E il vederlo lì, ben sapendo che fa un altro mestiere, mi ha salvato dallo sprofondare in un dolore irrazionale. Piangere per un film, infatti, non ha senso, perché si sta parlando di una storia finta, inventata.

Poi è arrivata Lucia, e Tommaso, e Francesco e Chiara, e quel dolore, quello finto messo in scena da Moretti è diventato ancora più comprensibile. Vero.

Quello che è successo a Brindisi è vero. Due genitori, i genitori di Melissa, hanno proprio ieri lasciato che la terra coprisse i resti mortali della propria bambina. E questo è un dolore reale che mi sento di condividere, da genitore. Un dolore che non ha spiegazione, perché i genitori, mi ripeto, non dovrebbero seppellire i propri figli, mai.

Domani, lo so, la ragione spingerà quel dolore, il mio dolore, non quello dei genitori di Melissa, in un angolo un po' più lontano dal cuore, e poi, via via, lo nasconderà alla vista, perché la vita, la nostra vita, va avanti e non possiamo lasciare che la speranza non riveda la luce. Oggi, però, il mio pensiero è tutto per loro.

 

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Nonni condannati

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on 21 Mag
in Il blog di nonna Annamaria

Spesso leggo notizie, su giornali o guardando la tv, che non mi lasciano indifferente. Non tanto per la notizia in sé, sicuramente meno grave di altri fatti terrificanti che succedono nel mondo, quanto perché mi toccano più da vicino, perché sono fatti che succedono nel nostro ambiente, vicino a noi. Due, in particolare, mi hanno colpito, entrambi hanno come protagonisti gli anziani.

Entro nella farmacia del mio quartiere e, in attesa del mio turno, assisto alla discussione che si sta svolgendo probabilmente già da qualche minuto. Un vecchietto ha tentato di rubare un tubetto di pasta per la dentiera. Non so quanto sia il valore perché non ho ancora – almeno quello! – la dentiera, ma immagino non sia una cifra folle.

Il vecchietto è conosciuto, alla farmacia. Non ha nessuna patologia che possa giustificare il furto. Probabilmente non ha i soldi per comprarla, la pasta per la dentiera. Mi si è stretto il cuore. Forse perché ho un padre novantadueenne che oramai dipende per ogni sua necessità, da me. Forse perché le persone così anziane che si ritrovano, magari dopo una vita onestissima, a dover rubare, sicuramente non lo fanno con facilità, sicuramente si sentono terribilmente in colpa ma non hanno alternative. Ma mi ha sconvolto anche quel che ha riferito la farmacista “Gli ho detto di non farlo mai più, perché ci rimettiamo noi”. Ora, se conosci la persona, sai che non è un ladro professionista, se il valore del furto è di – poniamo – cinque euro, ma non era più semplice mettere i cinque euro in cassa, di tasca propria? Certo, non si può sempre fare così, ma questo mi pare un caso particolare, no? Alla fine tutti noi ne buttiamo via tanti, di euro. Per noi non fanno la differenza, ma per quel vecchietto evidentemente sì. E si è dovuto pure sorbire l’umiliante predicozzo.

L’altra notizia me l’ha data mia figlia. In un’area coperta da telecamere è stato registrato il furto di denaro da parte di una vecchietta a un bambino. Anche in questo caso, la persona è conosciuta ed è recidiva. Si piazza davanti a una gelateria molto frequentata e riesce con facilità a derubare i bambini. Rubare ai bambini è facile, sono senza difese e senza malizie: se una persona, soprattutto anziana, li avvicina, non stanno attenti ai soldini che hanno in tasca. Questa vecchietta pare che sia anche nonna. Ecco, questo mi sconvolge. Essere nonni, almeno per me, non è avere due nipoti. E’ avere “tanti” nipoti. I piccoli compagni dei tuoi nipoti diventano a loro volta nipotini acquisiti. E come si può rubare a un nipotino? Anche qui – escludendo patologie mediche – si deve pensare alla necessità. E allora  mi metto nei panni di chi ha rubato e non aveva alternative: che umiliazione. Certo, magari questa nonna si sarà giustificata pensando che ai bambini un gelato di meno non fa male, ma che lei con quell’euro o due, ci campa magari una giornata.

Sono due storie simili, entrambe hanno come protagoniste persone anziane probabilmente disperate e indigenti. Forse perché mi sto avvicinando anch’io alla vecchiaia,  mi hanno fatto male sentirle. E mi chiedo se vicino a me ci sono altri vecchietti che magari sono nella stessa situazione e io non me ne sono mai accorta.

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Sapere di non sapere, ma c'è sempre da imparare

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on 16 Mag
in Il blog di nonna Annamaria

Io, oramai avete imparato a conoscermi, sono una tipa sbrigativa. Sono sintetica pure quando scrivo perché amo arrivare dritta al nocciolo della questione.

Quel che forse non sapete è che quando ho iniziato a scrivere questo blog non ero affatto sicura che qualcuno avesse voglia di leggermi. Ci ho provato, alla fine non ci rimettevo niente, no?

E invece, sorpresa delle sorprese, il mio blog di vecchierella un po’ rintronata (me lo dico da sola) è stato letto perfino da una multinazionale, la Nestlé.

Ok, direte voi, e allora? E a noi che ci fa? Un attimo che arrivo al nocciolo di cui sopra.

Chiamano la redazione di Che forte! e arrivano a me. Bla bla bla, siamo interessati a bla bla bla perché stiamo cercando una nonna   blogger che voglia diventare Food Coach.

Ehhh??? Calma. So cos’è un blogger: io scrivo un blog, quindi sono una blogger. Fa fichissimo anche solo dirlo: blogger! Ma cosa cavolo è un Food Coach?

“Niente paura” rispondono “viene tutto spiegato in un incontro a cui la invitiamo a partecipare”. Non ero convintissima, lo confesso. Nel senso che traducendo alla lettera Food (cibo) e Coach (capo) mi ero confusa da sola.

In realtà, il mio primo lavoro è la nonna, e lo sapete. Ora, dover stabilire dei turni papà-nonno-mamma per farmi sostituire e mollare Isabel mi lasciava perplessa mica da ridere.

Ma siccome sono anche testona e voglio capire, vado a questo incontro. E poi si parla di cibo, di salute, di come vivere meglio! Ci sono gli esperti e ci siamo noi blogger (una mamma, un papà una farmacista mamma e la nonna qui presente). Oh santi numi – penso – che due meloni quadri, chissà la noia.

Macché, ma neanche per idea. Ed ecco perché ve lo racconto. Perché quei pochi di voi che sono food coach e non lo sanno, mo’ saranno consapevoli di esserlo. Ed essere quella cosa lì è… VITALE. Perché si impara a mangiare meglio e a vivere meglio.

In questa riunione, vi dicevo, parlano gli esperti. Non sto a dirvi nomi e ruoli perché so che non vi interessano, ma siccome si parla di cibo e nella fattispecie cucina per la famiglia, ecco la parte che può interessare tutti voi.

E interessante è stata questa riunione, dove ho scoperto – io che mi credevo sufficientemente informata su cibo, cucina e bambini – cose che non sapevo.

Per esempio che ci sono tegami e padelle adatti per ogni preparazione e per esaltare il sapore del cibo. Che la differenza tra gli animali e gli esseri umani è che i primi si nutrono, i secondi mangiano. Che per rimanere sani bisogna mangiar bene, ma anche muoversi. Sembra una cavolata, invece no.

La scopro soprattutto che il food coach non è solo il membro della famiglia che fa la spesa e cucina: ci vuole di più. Ci vuole la passione, l’amore e un po’ di fantasia, rispettando i gusti e le preferenze di ciascun membro della famiglia.

E – anche se in ritardo – arrivo finalmente al famoso nocciolo della questione. Perché non diventiamo tutti food coach? Per la salute dei nostri bambini, e anche per la nostra e degli adulti. Alla fine, pensate, potremmo diventare tutti “più sani e più belli”. E se volete approfondire l’argomento andate su Buona la vita o su Food Coaching.

Si può perfino scaricare gratuitamente un’applicazione che aiuta a stare in forma, a controllare il peso, a diventare più sani, mangiando, e mangiando di tutto.

Cribbio, magari riesco a dimagrire perfino io.

 

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Sono diventato un “allenatore del cibo”

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on 17 Mag
in Il blog di Michele Monina

Primo tentativo di prologo.

Seduti l'uno di fronte all'altro ci siamo io e Morpheus. Lui ha gli occhiali a specchio e un cappotto di pelle lungo fino ai piedi, io i capelli insolitamente corti.

Si sporge verso di me, in una mano ha una mela, nell'altra una tavoletta di cioccolata.

“È la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre,” mi dice.

“Scegli la mela, fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Scegli la tavoletta di cioccolata, resti nel paese della meraviglie e vedrai quanto è profonda la terra del Bianconiglio.”

Fa una pausa, a effetto.

“Ti sto offrendo solo la verità,” conclude, “ricordalo”.

No, così non funziona.

Secondo tentativo di prologo.

Io sono io, coi soliti capelli lunghi, il casino che mi circonda tutto intorno, i gemelli che lallano, mio figlio Tommaso che recita una poesia a proposito di quel che fa tale Camilla in cucina, mia figlia Lucia che canta in spagnolo maccheronico la sigla del suo nuovo programma preferito, Violetta.

Sto ragionando su come partire per raccontarvi una cosa che mi sta capitando in questi giorni, una cosa che riguarda anche voi che leggete questo blog, e parto da una faccenda prevalentemente da uomini.

Fra un mesetto cominceranno gli Europei di calcio. Voi vi eravate illuse che il campionato fosse finito così presto perché una qualche divinità benevola aveva finalmente ascoltato le vostre preghiere, invece niente, Europei di calcio e poi pure le olimpiadi, a Londra.

Ma è dagli Europei che voglio partire. Mi viene comodo, perché gli Europei, in scala lievemente ridotta rispetto ai Mondiali, sono una di quelle occasioni in cui un po' tutti seguono le partite, anche chi di calcio non si interessa affatto. Almeno quelle della nazionale. E poi, il giorno dopo, tutti, ma proprio tutti tutti, passano parte della giornata a commentare, dare giudizi tecnici, entrare nello specifico degli schemi, delle azioni, come tanti piccoli esperti di calcio. Il fatto è che, in certe occasioni, come questa, diventiamo tutti allenatori. Lo dicono spesso, i commentatori titolati, quelli che vengono pagati per fare lo stesso che facciamo noi al bar o in ufficio, alla macchinetta del caffé: in Italia ci sono sessanta milioni di allenatori.

E qui sta il punto. Degli Europei, in effetti, ci interessa poco. O meglio, a me interessa pure, ma poco c'entra con il tema di cui sto per raccontarvi, e di cui vi racconterò nei prossimi giorni.

Sono diventato un allenatore. Ma non un allenatore di calcio, bensì un Food Coach, un allenatore del cibo.

Di che si tratta?

Eh, andiamo con calma, che mica posso spiegarvi tutto subito, certe cose vanno affrontate un passo alla volta.

Vi basti sapere che l'azienda leader al mondo per quel che riguarda la produzione di cibo, la Nestlé, ha deciso di mettere a disposizione dei propri clienti, a partire da un gruppo selezionato di ambasciatori, le conoscenze di un gruppo di esperti del settore nutrizionale e sportivo, per cercare di divulgare in maniera efficace alcuni principi fondamentali in campo alimentare. Io sono finito in questo primo gruppo di Food Coach, quattro in tutto, per l'esperienza vissuta sul campo, coi miei quattro figli e soprattutto col mio essere un papà che lavora in casa, che fa la spesa e che, quindi, si occupa in prima persona, ovviamente con mia moglie, di decidere cosa dar da mangiare ai miei figli e in genere alla mia famiglia. Sono un pluri-papà-casalingo e al tempo stesso sono un comunicatore, attraverso anche questo blog, e mai come quando si parla di cibo, c'è bisogno di una comunicazione che non sia rigida dentro gli steccati dell'informazione ufficiale, spesso scollegata dalla realtà. Dopo una full-immersion fatta con professionisti di varia natura, da uno chef stellato a un nutrizionista di fama nazionale, da un trainer a un professore specializzato in disturbi dell'alimentazione, insieme alle tre blogger che con me sono andate a formare questo primo team di Food Coach siamo arrivati stilare dei punti, sorta di decalogo della buona alimentazione, che nelle prossime settimane vi andrò a esplicitare, convinto di farvi cosa utile e gradita. Ma non vi parlerò ovviamente di ricette, tranquille e tranquilli, si parlerà di come il cibo venga percepito dai nostri figli e dalle nostre figlie, di come esista un processo etico che dovrebbe portare il cibo dal produttore fino alle nostre tavole, e di tanti altri argomenti interessanti.

E qui torniamo al primo tentativo di prologo, quello che faceva palesemente riferimento alla nota scena di Matrix (poi ripresa dallo spot di un analgesico rivolto proprio alle donne, in certi giorni...).

Se vi trovate di fronte una mela o una tavoletta di cioccolata cosa scegliete?

Basta un duecentesimo di secondo, ci hanno spiegato, perché la parte razionale del nostro cervello bypassi l'istinto primordiale che ci spingerebbe verso la tavoletta di cioccolata e ci faccia scegliere la più sana mela. Un duecentesimo di secondo di troppo, mi verrebbe da dire, cosciente dei miei limiti e del fatto che un bravo allenatore, la storia del calcio ce lo insegna, non necessariamente è o è stato un bravo calciatore. Un Food Coach, come vedremo, sceglie il cibo più buono, per sé e soprattutto per i propri figli, ma lontano da ogni forma di fondamentalismo, sa anche scegliere, a volte, il cibo più buono per lo spirito, perché mangiare non è esattamente la stessa cosa che nutrirsi e entrano in ballo tante altre sfumature, da quelle etiche a quelle sociali, che possono rendere qualcosa di apparentemente poco sano molto più sano di quanto non sia.

So di avervi confuso. E so di avervi anche incuriosito. È quello che volevo, perché nei prossimi giorni avrò tante cose da raccontarvi in proposito.

Arriviamo al finale.

Morpheus, qui, ha ancora in mano la mela e la tavoletta di cioccolata.

“Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo”, mi dice, epico.

Lo guardo negli occhi, per quanto sia possibile guardare negli occhi uno che indossa occhiali a specchio.

“Non sia mai che i miei figli vedano quanto è profonda la terra del Bianconiglio,” e senza lasciargli il tempo di dire altro gli sfilo la tavoletta di cioccolata dalla mano. “Una mela al giorno, lo sai...” aggiungo. Il Food Coaching (http://foodcoaching.nestle.it ) parte da qui.

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Ho 4 figli e...non dormo

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on 15 Mag
in Il blog di Michele Monina

L'ultima volta che ho dormito per quattro ore di fila, ripeto, quattro ore di fila, era nel febbraio del 2011. Cioè prima che mia moglie scoprisse di essere incinta di Chiara e Francesco. Da quel momento motivi per non dormire ce ne sono stati abbastanza, direi. A cominciare dall’iniziale paura, comprensibilissima, per la gravidanza. Mia moglie, Marina, al momento in cui è rimasta incinta, non era più giovanissima, le paure sul riuscire a portare avanti la gravidanza le sono piovute addosso subito, al punto che, saputo di essere incinta, e saputo subito dopo che i bambini in arrivo sarebbero stati addirittura due, non ha più parlato della cosa per oltre un mese. Come “saputo subito dopo”?, vi starete chiedendo. Sì, perché la faccenda è andata così. Mia moglie, un sabato, mi dice: “mi sa che sono incinta”. Lo dice così, come niente fosse. L’idea di un terzo figlio c’era. Ma era più di un’idea da poco, quindi, al momento, l’avevo presa come una tipica ansia femminile. Sono andato in farmacia è ho preso uno di quei cosi che ti dicono se sei incinta. Marina ha fatto la prova e sì, in effetti, risultava che era incinta. Abbiamo rifatto la prova, che di stick nella scatoletta ce n’erano due. E anche quella ha detto di sì. “Magari è una partita fallata,” ci siamo detti. Così sono uscito di nuovo, sono andato in un’altra farmacia, e ne ho presa un’altra scatola. Idem come prima. Marina era incinta. Questo di sabato. Grandi emozioni, ma anche un po' di scetticismo. Vatti a fidare di quei cosi, pensavamo entrambi. Cinque giorni dopo, di giovedì, era già prenotata una visita dalla ginecologa. Una visita di routine, non legata a questa inaspettata gravidanza. Ci sono andato anche io, e la ginecologa ha subito capito. Si è felicitata con noi, ma con cautele. Ha detto, infatti, “magari è un falso allarme,” senza però usare la parola allarme, che ha con sé una connotazione negativa del tutto fuori luogo in quel frangente. Ha fatto la visita, e già che c’era, ha anche fatto un’ecografia. “Tutto bene,” ci ha detto, “ma ora non immaginatevi di vedere qualcosa, perché è troppo presto, magari la sacca è piccola e invisibile.” Inizia l'eco, e invece ecco la sacca. Ce la mostra, regalandoci una grande emozione. Poi controlla che tutto sia a posto. E quando ormai sta per chiudere la questione, ecco che dice: “Ohi, ma qui c'è una bella sorpresa.” Sì, dice proprio così, usando questa parole qui. E lo dice facendo la faccia di Amelie, quella del Magico mondo di Amelie. Immaginatevela, mentre ci dice che c'è una bella sorpresa, e immaginatevi che poi ci dice che la bella sorpresa è che le sacche sono due, e poi immaginatevi anche me e mia moglie, e immaginatevi me che dico, “Ma non dicevano che i gemelli saltavano una generazione?”, perché io sono un gemello e ho sempre sentito dire così, e immaginatevi lei che mi ride, letteralmente, in faccia e dice che no, non è vero che salta una generazione. Da quel momento, poi, c'è stata la gravidanza, con tutte le paure del caso. “Non illudetevi,” ci ha detto la ginecologa Amelie, “non è detto che tutte e due le sacche vadano avanti. Magari non va avanti nessuna delle due,” ha aggiunto, non per fare terrorismo, ma per non creare illusioni. E noi abbiamo avuto paura. E con la paura è passato il sonno. Almeno per me, visto che Marina, stanchissima per la gravidanza gemellare, ha preso ad andare a letto alle nove di sera, salvo poi svegliarsi a mezzanotte, quando io arrivavo a letto, per il nervoso alle gambe. Lei sveglia per il fastidio e io per solidarietà. Poi è arrivata la villocentesi, con altre paure, quelle del piccolo intervento, prima, e del risultato, poi. E poi la pancia che cresceva. Con altri fastidi, e sempre meno ore, minuti di sonno. Infine i due piccoli cuccioli, Francesco e Chiara. E da quel momento, di dormire se ne è parlato sempre meno. Prima per le poppate ogni tre, quattro ore. Poi per la troppa stanchezza accumulata durante il giorno, per i pensieri, perché con quattro figli e una crisi che ci raccontano impietosa e in costante avanzata, motivi per non dormire ce ne sono sempre troppi.

Qualche giorno fa mi sono addormentato sulla rampa d'uscita della tangenziale, mentre andavo all'Ikea a comprare non ricordo più cosa. Ero lì, in coda, e approfittando dei pochi secondi che le auto davanti a me avrebbero impiegato a conquistare la rotatoria di Carugate, ho dormito per qualche secondo, come faceva Leonardo. Microsonni, li chiamava lui. Stanchezza, la chiamo io. Poi il tipo dietro di me ha suonato il clacson, e sono ripartito.

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Inutile, stupida violenza

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on 13 Mag
in Il blog di nonna Annamaria

Non mi è mai successo di scrivere due post in un giorno, qui. Ma quel che è accaduto merita di essere raccontato. E’ un po’ la storia di quel che siamo diventati tutti ultimamente: inutilmente, stupidamente, irrazionalmente violenti.

 

Mia figlia stamattina va al supermercato presto. La piccola dorme, l’altro gioca con il papà, lei alle nove è a far la spesa.

Carica l’auto e torna verso casa. Alla solita rotonda gira a sinistra, imbocca il vialetto che porta al Comune, si ferma perché un’auto deve entrare in un box, e poi riparte. A che velocità poteva andare? Ben poco: subito dopo ci sono (nel giro di cento metri) due bumper con le strisce pedonali. E infatti rallenta immediatamente, vedendo tre persone che sembrano voler attraversare la strada. Ma tutti e tre si fermano, come se avessero cambiato idea. Quindi mia figlia posa di nuovo il piede sull’acceleratore ma non fa in tempo a fare un metro: il più giovane dei tre, probabilmente il figlio – intorno ai venticinque anni - ci ripensa e attraversa. Nessun problema, vista la non-velocità dell’auto di mia figlia, che si ferma prontamente.

Il resoconto l’ho avuto al telefono, ma la conosco bene, e soprattutto conosco bene quel tratto di strada che faccio tutte le mattine. Nemmeno volendo si può andare a più di 20 all’ora: la strada è stretta e a doppio senso, due bumper nel giro di cento metri, un parchetto da un lato. Insomma, si va pianissimo anche se non si vuole. Quindi fin qui so che non può aver detto nulla che non corrisponda al vero.

Ma torniamo sul luogo dell’accaduto. Mia figlia in auto, ferma, aspetta che il ragazzo attraversi. Quel che non si aspetta è che la madre di questo ragazzo cominci ad inveire e a brandire l’ombrello come un’arma. Urla, la donna, improperi violenti nemmeno si fosse attentato alla vita del figlio. Mia figlia protesta che si è fermata, che non è successo niente, che all’inizio aveva pensato che non volessero attraversare.

Inutile, i tre  non sentono ragioni. I due uomini cominciano a picchiare sull’auto con i pugni, urlano insulti irripetibili, cercano di staccare lo specchietto laterale, la donna con l’ombrello si avvicina ancora di più e vede i due seggiolini per bambini sul sedile posteriore “E hai pure dei figli, brutta ….”, urla ormai fuori controllo. Mia figlia continua a dire “non è successo niente, signora,  mi sono fermata ben lontana da suo figlio”. E a quel punto, pur spaventatissima, tenta perfino di scendere dell’auto per cercare di far ragionare i tre. Ma un colpo alla portiera dell’auto la fa risalire dolorante, di corsa. Ora davvero ha paura, cerca con lo sguardo aiuto, ma le poche persone che passeggiano a quell’ora sono distanti.  I vigili pattugliano sempre le strade, ma in quel momento non c’è in giro nessuno.

Ma è quel che dice la donna, improvvisamente, scossa dall’ira, che stravolge del tutto mia figlia “TI AUGURO CHE I TUOI FIGLI MUOIANO SCHIACCIATI IN UN INCIDENTE”, urla. Non una volta, più volte. E questo mentre figlio e marito tempestano ancora di pugni l’auto.

Più della violenza perpetrata dai due uomini, sono queste parole a sconvolgere mia figlia. Sento ancora la sua voce rotta mentre mi racconta quel che è accaduto. Io non ho parole per commentare.

Anzi no, le ho.

Signora con il caschetto rosso e l’ombrello verde che abita a Segrate o che comunque passeggiava lì verso le 10 di stamattina, con marito e figlio “buona festa della mamma anche a lei”.  Sono sicura che suo figlio ha visto la parte migliore della mamma.

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La fattoria degli animali... e dei bambini

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on 12 Mag
in Il blog di nonna Annamaria

A volte ci sono iniziative davvero carine, per i bambini. L’asilo che frequenta Leonardo, ad esempio, ha portato i piccoli a visitare una fattoria. L’eccitazione è stata grandissima. Già una settimana prima mio nipote diceva a tutti che lui andava “in gita” con il “punnmann” esagerando con le enne che spesso una al posto delle elle. Non tanto per la visita alla fattoria, visto che ne ha già viste a decine, quanto per il fatto che andava in gita “da solo”. All’inizio mi ha chiesto “vieni anche tu?” al che gli ho spiegato che nonne e mamme non potevano. Si è informato, come fa sempre, e ha cambiato versione “Sai nonna, io vado in gita da solo perché le mamme non possono venire. E neanche le nonne!”.

La sera prima c’era il suo zainetto appeso alla porta (mica che lo dimenticasse) vuoto. Era prevista la colazione al sacco (“Nonnaaa, mangiamo i panini, sai?”) fornita dall’asilo. Il mattino ci ha messo ben poco a prepararsi e tutto entusiasta è partito.

E’ stata una giornata importante per i piccini. Credo davvero   sia entusiasmante per un piccolo vedere dal vivo la vita in una fattoria e da dove vengono le cose che mangiano, come si preparano.

Per farla breve, al loro arrivo il fattore ha fatto trovare pane e salame per tutti. Lo so, magari il salame ai bambini non fa benissimo, ma per una volta si può sorvolare, no? E poi i piccoli non son stati lì a pensare se era sano o no: han mangiato di gusto.

Poi la visita alla fattoria, anche in previsione del fatto che avrebbero fatto i biscotti. E così è stato: sono andati a prendere le uova nel pollaio: le galline hanno manifestato tutta la loro intolleranza, in proposito, ma tant’è. Poi, in uno stanzone, vai con la farina, lo zucchero e – appunto – le uova. Le educatrici ovviamente hanno pensato a far cuocere i biscotti che poi sono stati riposti in un sacchettino e portati a casa. Erano davvero “biscotti”, nel senso che erano duretti, ma chi ci ha fatto caso?

Per finire, ogni bambino ha piantato un semino in un vasetto di terra che poi ha portato a casa. In un paio di giorni i semi di fagiolo sono diventati una piantina (a proposito, crescono davvero a vista d’occhio) e ogni giorno Leonardo va  tutto tronfio sul balcone a controllare la sua piantina, versando un po’ d’acqua.

Il pomeriggio è sceso dal pullman distrutto dalla fatica della giornata. Lui e i suoi piccoli compagni sembravano degli zombie tanto erano stanchi. La sera alle otto era già a nanna. Ma il giorno dopo non ci ha risparmiato nemmeno un particolare.

 

I biscotti, la raccolta delle uova, la piantina che cresce… ecco come far innamorare della natura i bambini. Perfino quelli che non avevano mai visto una mucca vera.

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Mia figlia ha mangiato la mozzarella blu

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on 09 Mag
in Il blog di Michele Monina
Ieri mia figlia ha mangiato una mozzarella a pois blu. L'ha fatto a pranzo, alla mensa della scuola. Hanno servito le mozzarelle, previste per secondo, e quando è stato segnalato da alcuni bambini la presenza dei pois blu, le scodellatrici hanno detto di non fare tante storie. La mamma che stava facendo il servizio di controllo, volontario, che ogni giorno si premura di tenere d'occhio la qualità del cibo, ha fatto presente ai responsabili della Milano Ristorazione che c'era qualcosa che non andava, ma i tempi che il responsabile, il dottor Poggi, si è preso, sono stati troppo dilatati. Risultato, i bambini, alcuni bambini, tra i quali mia figlia, hanno mangiato la mozzarella a pois blu. Poi le mozzarelle, quelle che non erano state mangiate, sono state ritirate e mandate a un laboratorio di analisi, e al loro posto è stato servito il tonno. Questo è stato possibile perché nella scuola di mia figlia c'è la cucina, e quindi un magazzino. Nelle altre scuole, immagino, si è semplicemente saltato il secondo. La commissione mensa ha ovviamente fatto presente l'accaduto a Milano Ristorazioni, già avvisato dal responsabile locale, immagino. In serata la presidente, dottoressa Iacono, ha mandato questa risposta:

“Gentile Sig.ra ****, Sicuramente le daremo riscontro dell'esito analitico.

Nel contempo le confermo che quanto da lei riportato circa la possibile causa e' probabilmente fondata. I numerosi casi analoghi registrati nel mondo della ristorazione nello scorso anno lo confermano. Trattasi quasi sicuramente di Pseudomonas fluorescens , un batterio non patogeno, cioe' non pericoloso per la salute del consumatore, la cui presenza e' responsabile del viraggio del colore naturale del prodotto dal bianco al blu', unica modificazione indesiderata del prodotto.

Si tratta in sostanza di una modificazione accidentale della flora batterica tipica del prodotto.

Gli approfondimenti scientifici intercorsi e diffusi anche attraverso i media hanno in molte occasioni rassicurato il consumatore che tale presenza non ha alcuna ripercussione sullo stato di salute del consumatore, tanto che ad oggi i pochi ed isolati casi non destano piu' allarmismi.

Queste poche righe spero possano intanto rassicurare le famiglie e i vostri bambini in attesa di ricevere conferma analitica

Cordiali saluti”

Non ricordo esattamente, ma due o tre anni fa le rette della Milano Ristorazione, che fornisce circa ottantamila pasti al giorno per le scuole del Comune di Milano e che, ricordiamo questa anomalia, è di proprietà al 100% del Comune di Milano, ha aumentato le rette del 46%. A domanda precisa è stato risposto che l'aumento era dovuto al netto miglioramento della qualità del cibo. Questo, tanto per non dare una connotazione politica a queste mie parole, dalla precedente Giunta, di colore opposto a quella attuale.

Ieri mia figlia ha mangiato una mozzarella blu a scuola. La cosa non avrà alcuna ripercussione sul suo stato di salute, per dirla con la dottoressa Iacono. Buon appetito.

 

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L'erburìn!

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on 08 Mag
in Il blog di nonna Annamaria

Nel mio archivio dei ricordi, la storia dei dialetti è la parte più comica.

 

Trapiantati a Milano dal profondo Veneto, i miei genitori – l’ho già detto – non si sono mai perfettamente integrati, anche se – a differenza dei meridionali – nella corte di casa nostra erano comunque stati accettati. Questo una volta che sono riusciti a capirsi.

Nelle case di ringhiera, la vita si svolgeva praticamente in comune. E i “prestiti” (mai restituiti) erano un modo come un altro per attaccare bottone. Zucchero, caffè, uova… se mancava qualcosa c’erano i vicini, sempre disponibili.

La signora Pierina era una deliziosa vecchietta alta non più di un metro e trenta, agile e svelta, che abitava due porte più in là della nostra. Era nata a Milano da genitori milanesissimi e sapeva parlare solo il dialetto milanese, quello originale. Zoppicava leggermente, ma questo non le impediva di procedere spedita lungo il ballatoio, aveva un leggero difetto di vista, per cui un occhio era sempre leggermente chiuso e aveva il vizio di tenere la lingua a penzoloni. Ma era sveglia e attiva come un grillo ed era   simpatica, anche se faceva parte del clan delle zabette (per chi non è milanese, pettegole).

Dopo qualche giorno di brevi saluti, una mattina la signora Pierina suona alla nostra porta. Mia mamma apre e si ritrova davanti questo bel tipo che chiede “La gavaria minga un po’ d’erburìn per piesee?” (Non avrebbe un po’ di prezzemolo per favore?). Se avesse parlato egiziano mia madre si sarebbe sorpresa di meno. Ovviamente rispose in veneto “No go mia capìo!” (Non ho capito).  Attimo di panico. Le due donne si guardano e cercano un territorio linguistico comune e non demordono.

“Erburìn!” tuona la signora Pierina, che scambia per sordità l’ignoranza del dialetto milanese di mia madre, la quale ovviamente risponde ridendo “No so mia sorda!” (Non sono mica sorda!). Intanto arriva la regina delle zabette, che abitava proprio di fianco a noi, la signora Maria. Milanese non purissima, si credeva interprete nata e intervenne  nella discussione. “L’erborino signora Laura, l’erborino” italianeggiando il dialetto, con ovvissimi e scarsissimi risultati. Ma fa anche dietrofront, torna in casa ed esce con il sospirato prezzemolo. E così mia madre capì cos’era il famigerato “erburìn”.

Negli anni Sessanta il fenomeno immigrazione era palese. Casa nostra, nel senso di palazzo, pian piano  si era trasformata da corte milanese a paese multi dialettale.

Sull’episodio del prezzemolo la signora Pierina e mia mamma ci risero poi su. Ma lo stesso impegno per capirsi non era applicato a tutti. Quando parlavano i meridionali venivano sempre, inesorabilmente liquidati con un “Se capiss una gott” (non si capisce niente).

Mia mamma cercava di andare d’accordo con tutti, cercava anche di parlare con tutti, ma lo sforzo di esprimersi in italiano era terribile. Esattamente come la signora Maria traduceva alla lettera il veneto, a favore sia delle pettegole milanesi come delle “straniere”. Quindi parole come “piègora” (pecora) “insiminìa” (stupida) erano tranquillamente inserite in un contesto di italiano. Ne venivano fuori delle chicche irripetibili, che mandavano in confusione la povera mamma, che un po’ si vergognava e liquidava il tutto con un bel “Ben ben, se i voe capirme i me capisse” (Beh, se mi voglio capire mi capiscono).

Ma non è durata molto, la cosa. Pian piano ha imparato a parlare un discreto italiano (ogni tanto uno “scivolone” c’era, ma poca roba) in pubblico. E ha tranquillamente continuato a parlare dialetto con noi, in casa.

Lo sforzo di capire e farsi capire era notevolissimo, in ogni caso. E la coabitazione forzava i tempi: un modo, semplicissimo, di imparare una lingua – ma anche uno stile di vita – diversi.

 

 

 

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I Supereroi dei fumetti

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on 05 Mag
in Il blog di Michele Monina

Piccola premessa doverosa, oggi si parla di fumetti, astenersi non appassionati. Scherzo. Cioè, no, non scherzo, nel senso, oggi parliamo di fumetti, ma non in maniera fondamentalista, saremo comprensili per tutti. Ho visto I vendicatori al cinema con Tommaso. Lui, quasi sette anni, è un appassionato di supereroi, come un po' tutti i maschietti, credo. In realtà, proprio per come è il fumetto oggi, è più appassionato dei supereroi che dei fumetti, gli piacciono i gadget, i film, meno le storie illustrate. I Vendicatori, il film come il fumetto, per chi ama il genere è una sorta di Paese del Balocchi. Innanzitutto sono tanti, tutti molto supereroi. C'è Capitan America, il capo, c'è Thor, il semi-dio, c'è Ironman, il dandy rockettaro, c'è l'incredibile Hulk, lo scenziato in preda all'ira, e altri personaggi minori. Insomma, tanta roba. Tommaso ama i fumetti quindi ha amato molto il film in questione. Ma nel vederlo, mi sono accorto, ha focalizzato la sua attenzione su certi aspetti che, in verità, avrei preferito non notasse nemmeno. I supereroi, infatti, sono stati una potente arma di persuasione di massa usata dagli Stati Uniti nel combattere la guerra fredda. Cogliere riferimenti alle due contrapposizioni, Nato vs Patto di Varsavia, non ha mai richiesto troppa arguzia, per chi li leggeva prima della caduta del muro di Berlino. Oggi, però, tutto questo è scemato, vuoi perché non c'è più quella contrapposizione, vuoi perché i film tratti dai superori tendono più all'azione che all'introspezione. Ma tra tanti aspetti dei supereroi Marvel messi in scena (avete presente il famoso motto: “grandi problemi per grandi problemi”?), lui è andato a cogliere proprio i residui di quel mondo lì. Invece, per dire, di apprezzare la potenza devastante di Hulk o la genialità un po' dandy di Ironman, a lui è molto piaciuto il nazionalismo estremo di Capitan America e l'aura superomistica di Thor. Alla fine, mentre uscivamo dal cinema, gli occhi ancora frastornati dal 3D, mi ha chiesto chi mi fosse piaciuto, e senza neanche lasciarmi tempo di rispondere ha detto: “A me piace Thor, perché è forte e invincibile. Da grande voglio essere anche io così, ma un pugno da Hulk non me lo lascerei dare...”. Vagli a spiegare che da grandi si passa la maggior parte del tempo proprio a schivare i colpi...

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La stima del pavone

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on 05 Mag
in Il blog di nonna Annamaria

Credo che oramai mi conosciate abbastanza per sapere che non son qui per sputare sentenze, Non è da me, non ne ho l’autorità né la competenza, non ne sono capace. Quel che mi piace è raccontarvi esperienze che possano in qualche modo servirvi con i vostri figli o a voi stesse.

 

Dopo questo preambolo è d’obbligo capire il perché di quel che ho scritto. Credo che ogni genitore faccia quel che può o quel che ritiene più giusto per l’educazione dei propri figli. E ogni figlio soppesa questa educazione ricevuta per crescere i propri, di figli, aggiustando il tiro se è il caso.

Vi ho già detto che io ho ricevuto un’educazione molto rigida e che non so se questo sia giusto o sbagliato, so che ho aggiustato – appunto – il tiro con mia figlia. Uno dei cardini di questa educazione è stata l’autostima, che ho assolutamente insegnato a mia figlia. Avere la giusta stima di sé aiuta nella crescita e nella vita, e lo dico perché io non ho nessuna autostima.

La parola “stima” a casa mia era sconosciuta. Vi ho già detto che i miei erano di origine veneta e che non hanno mai smesso di parlare il dialetto. “Stimarsi” significava pavoneggiarsi, in dialetto. Niente a che vedere con la stima. Anzi, era un dileggio.

I tempi sono diversi, le mamme sono più attente, non oso dire più intelligenti: quel che dovrebbe guidare una mamma nella crescita del suo bambino sono l’istinto e l’amore.

A volte può essere che questo amore sia così soffocato in nome di una cosa chiamata “educazione”, da far dimenticare che la cosa importante non è il parere della gente (“Oh, che bambino educato”) ma il bambino stesso. Il punto di vista di chi non ha autostima è questo.

Una delle frasi che mi umiliava di più era sentirmi dire “Ma non ti vergogni?”. Non era importante perché dovessi vergognarmi, era la frase in sé che mi feriva. In quei momenti avrei voluto sprofondare. E il termometro della stima per me stessa era in costante discesa. I bambini sono creature fragili (anche quando sembrano scalmanati e irrispettosi) tutte da plasmare. Fare una marachella non è la fine del mondo: l’importante è che da questo evento traggano l’insegnamento giusto. E’ sciocco dire “vergognati”, utile invece far capire la gravità di quel che han fatto. Anche perché se non capiscono, lo ripeteranno. Io confesso che al di là della netta separazione tra bene e male, che mi era ben chiara, non sapevo mai se facevo la cosa giusta o no. E questa insicurezza me la sono trascinata fino ad ora. La mia testa è ancora adesso piena di dubbi, e so – perché lo so con certezza – che tutto è nato dalla mia infanzia.

Un altro punto cardine era che se combinavo qualcosa di sbagliato era matematico che lo avrei saputo a suon di urla o di qualche scapaccione di sicuro. Ma se facevo qualcosa di buono, non una parola. Quanto può mancare a un bambino un complimento? Dirgli “sei stato proprio bravo” lo aiuta tantissimo a crescere, a sapere che sì, magari fa qualcosa di sbagliato, ma è anche vero che qualcosa di bello lo sa fare.

Un’altra frase che mi faceva male era “Ma cosa pensi di poter fare, tu!”: paralizzava ogni mia iniziativa, sicura com’ero che qualsiasi cosa intendessi fare era sbagliata.

Lo dico perché per me l’approvazione ancora oggi è un bicchiere d’acqua fresca per un assetato. E non so se ne capite l’importanza. Cercare l’approvazione altrui  rende insicuri perché prima di tutto bisogna avere l’approvazione di se stessi.

L’errore è pensare che i bambini non ricordino. E dimenticare che un giorno saranno adulti

Io ho tratto questa esperienza: la cosa migliore è alternare   rimproveri e complimenti perché ogni bambino ha bisogno di entrambi. E purtroppo ho anche capito che tanti genitori sbagliano, quasi sempre in buona fede, anche se cercano di fare del loro meglio. Per questo devono essere comunque perdonati.

Io, da parte mia,  - e non ridete! - ho confuso per un po’ di anni la stima e il pavone.

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La signora dei gatti

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on 01 Mag
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A volte mi dimentico di essere una nonna, torno per un po’ bambina e affiorano i ricordi.

La casa di ringhiera dove abitavo era una sorta di paese. Tutti si conoscevano e quei pochi che si facevano i fatti loro avevano un soprannome, perlomeno in casa mia. C’era la “poareta” (poverina) del quinto piano. Era una bella ragazza giovanissima, che viveva con il fidanzato (che scandalo..), un carabiniere. Uscivano la mattina presto per andare a lavorare e rientravano la sera tardi. Poi lei rimase incinta (uh!) ma lui non poteva sposarla prima di compiere 28 anni, quindi ebbero il loro piccino che tutte le mattina portavano al nido (o da qualcuno che lo tenesse durante il giorno, non fu mai chiaro alle pettegole della casa), quand’era ancora buio. Anch’io uscivo presto il mattino, per andare a scuola e vedevo la “poareta” con il suo fagottino in braccio e mi si stringeva il cuore. Lei morì qualche anno dopo, prima di aver potuto sposarsi, di una misteriosa malattia. Lui prese il suo piccolo e non si vide mai più.

Due piani più sotto abitava il vero mistero di tutto il condominio: la signora dei gatti, detta poi la signora Gatti. Nelle case di ringhiera la porta e la finestra davano sul ballatoio, e soprattutto d’estate si teneva tutto spalancato, così era facilissimo vedere in casa della gente. Ma non in casa della signora Gatti. Porte e finestra erano stabilmente chiuse: se usciva, si richiudeva la porta alle spalle e nessuno riusciva a vedere cosa succedesse in quella casa. Era una signora anziana, piccola e gobba, che aveva un marito che morì improvvisamente, qualche gatto (ecco il perché del soprannome) e un nipote: il famoso Emilio con cui nessuno voleva giocare, di cui ho già parlato. Si raccontavano cose pazzesche su questa vecchietta introversa. Pareva addirittura che la puzza che ogni tanto aleggiava per le scale fosse a causa dei suoi gatti, ma non c’era prova. Non parlava con nessuno, solo con una sorella coetanea che viveva tre porte più in là e con il cui appartamento faceva la spola, almeno  fin quando la sorella non cambiò casa. C’era chi l’aveva vista   al mercato, alle due del pomeriggio,   raccogliere gli scarti della frutta e della verdura, con cui riempiva un carrello della spesa che poi trascinava pesantemente per un buon venti minuti su per le scale, fino appunto al terzo piano. Si diceva fosse così povera da essere costretta a raccattare frutta marcia. Tutte le comari del circondario la evitavano come la peste e dicevano che non sapeva né leggere né scrivere. Una povera vecchia ignorante, insomma, ma credo che la cosa non la tangesse: tanto lei non salutava nessuno e non parlava con nessuno. Le uniche occasioni in cui parlava in pubblico erano quando il piccolo Emilio era preso di mira. Allora usciva di casa (chiudendo la porta) e sbraitava in una lingua sconosciuta (forse dialetto siciliano o calabrese) contro comari e casalinghe nullafacenti. 

Io la ricordo da sempre, cioè fin da quando ero molto piccola, con i suoi gatti, che sembravano ben nutriti.  Passarono gli anni e un giorno, frequentavo le medie, tornai a casa e trovai i pompieri, la polizia e un’ambulanza in cortile. Salii di corsa le scale, non sapendo cos’era successo. Mia mamma mi spiegò che i vicini di casa della signora Gatti avevano sentito i gattini miagolare da giorni   e associando la cosa al fatto che non   vedevano la vecchietta da qualche tempo, avevano chiamato la polizia. La trovarono morta in casa e l’ambulanza la portò subito via. Portarono via anche i gattini, non so dove. Ma non fu quello a stupire. Intervennero i pompieri perché era quasi impossibile entrare in casa. C’erano migliaia e migliaia di giornali e riviste accatastati ovunque. Si poteva finalmente vedere in casa, visto che i pompieri avevano spalancato porta e finestra, ma era inutile. Non c’erano mobili, elettrodomestici, non c’era nulla se non carta, carta, carta. Trovarono in un angolo qualche capo essenziale di biancheria, due abiti e un cappotto. Il resto era carta. Man mano che si facevano largo, buttavano giù in cortile pacchi di riviste, ritagli di giornali, collezioni di articoli. Fin quando non si fermarono e chiamarono a gran voce i poliziotti: avevano trovato anche altra carta, diversa. Erano plichi di banconote,  ordinatamente ammucchiati in un angolo. Si parlò di qualche centinaia di migliaia di lire (a quei tempi eran soldoni). La notizia fu sulla bocca di tutti per settimane. Ma io invece ero stupefatta da un’altra cosa. Se avevano trovato giornali e riviste, se la signora dei gatti ne aveva ritagliato articoli e li aveva conservati, vuol dire che non solo sapeva leggere e scrivere, ma che tanto ignorante non doveva proprio essere. E mi vergognai di aver dato credito alle voci delle comari, giudicando senza sapere.

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Che stress i fratelli più grandi!

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on 29 Apr
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Francesco e Chiara hanno fatto sette mesi questa settimana. Sono piccolissimi, quindi, ma cominciano a farsi una loro idea del mondo. O meglio, magari la parola idea è sbagliata, perché non riescono a pensare in maniera razionale, seguono ancora l'istinto, ma a capire certe cose, be', a questo ci arrivano di sicuro. Basta fare l'esempio di quando è ora della pappa. Li cambi, li metti seduti sul seggiolone e Francesco, che dei due è sicuramente il più vorace, inizia a fare dei lamenti insistenti, che spesso, se non siamo pronti a finire di preparare la pappa, diventano pianto disperato. Questo perché sa che essere messi a sedere sul seggiolone, dopo essere stati cambiati, significa che è ora della pappa. E di esempi di questo genere ne potrei anche fare altri, tutti suppergiù che ruotano intorno alle poche azioni che questi due piccolini compiono. Li metti stesi sul lettone, e capiscono che stanno per uscire, e di solito, sempre Francesco, comincia a diventare irrequieto. Insomma, ci siamo capiti.

Su una cosa, però, i due gemellini non sono affatto fasati con il resto della famiglia, sul concetto di week-end. Se infatti per i loro fratelli, Lucia e Tommaso, e di conseguenza per noi genitori, il week-end coincide con l'idea di spensieratezza e di relax, per loro si tratta di un'esperienza traumatica, che spesso subiscono al punto di passare il lunedì praticamente svenuti, in sonno perenne. Durante il fine settimana, infatti, i due fratelli maggiori non fanno che spupazzarseli. Li prendono, li fanno ballare, li tirano su ogni due per tre, urlano, cantano, gli fanno scherzi assolutamente incomprensibili a sette mesi. Insomma, appena Lucia e Tommaso rientrano dalla piscina, il venerdì sera, per Chiara e Francesco comincia una sorta di giro in giostra che però dura per due giorni e mezzo. E provateci voi ad andare per due giorni e mezzo in giostra. Il lunedì mattina, quando Lucia e Tommaso, i grembiuli indosso e la cartella sulle spalle, salutano e vanno a scuola, lo giuro, mi sembra sempre di vedere un sorrisino sulle labbra sdentate dei gemellini. Pfiuuu, si diranno telepaticamente, ne sono certo, anche per stavolta siamo sopravvissuti.

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Quattrocchi

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on 27 Apr
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Ce n’eravamo accorti da qualche tempo: Leonardo guardava “di sbieco”. Portato dall’oculista, abbiamo scoperto che deve portare gli occhiali.

Io ero preoccupata: da bambina portavo gli occhiali e la frase più gentile era “quattrocchi”. Allora ci si accorgeva solo con l’inizio delle scuole elementari se un bambino vedeva bene o no. Mi ricordo di essere andata a scuola con un occhio bendato e che mi veniva da piangere perché non vedevo niente. Ma quello che mi ha fatto più soffrire sono stati i commenti degli altri bambini e, più tardi, dei ragazzi. Nessuno può far più male, con le parole, a un bambino, di un altro bambino. Le prese in giro erano quotidiane e io non volevo più andare a scuola. Mi sentivo brutta, anzi, la più brutta di tutta la classe. Oddio, magari non avevano nemmeno torto: cicciottella e con gli occhiali: non certo una dea, insomma. Poi mi ricordo che li ruppi, giocando. E fu una tragedia: dovevo stare attenta! Peccato che allora non esistessero occhiali infrangibili, quindi anche se stavo attenta accadde che li ruppi di nuovo e di nuovo. E ogni volta mi sentivo male all’idea dei musi lunghi dei miei.

Anche il papà di Leo era nella stessa situazione: pure lui da piccolo portava gli occhiali, e come me ricorda il disagio e la sofferenza, proprio perché i compagni lo prendevano in giro.

Oggi miopia, ipermetria, presbiopia e quant’altro sono diagnosticate precocemente. Al figlio di un conoscente addirittura ad otto mesi e da quell’età porta gli occhiali. Alla scuola materna che frequenta mio nipote ce ne sono almeno una decina. In più, ci sono piccini con l’apparecchio acustico, o con più o meno gravi handicap, che sono trattati con una delicatezza commovente da tutti i compagni. Tanto che un compagno di Leonardo con problemi d’udito (e con l’apparecchio acustico) è uno dei migliori amici di mio nipote.

In ogni caso, non eravamo tranquilli. Avendo provato sulla nostra pelle cosa vuol dire essere presi in giro per un difetto fisico, temevamo per il piccino. Ieri ho girato, con Isabel, più di un negozio di giocattoli alla ricerca di un animaletto con gli occhiali. Leonardo ogni mattina mi chiede ancora se è arrivato un animaletto, quindi volevo cogliere la palla al balzo. Alla fine abbiamo trovato “Ugo la talpa”, con i suoi   occhialoni. E stamattina, quando Leo si è svegliato e io ero già lì,  gli ho raccontato   la storiella di questo Ugo, che cercava un amico che gli somigliasse. Leonardo si è infilato gli occhiali, l’ha guardato, gli ha tolto gli occhialoni e ha detto “E’ più bello senza”.

Poi è andato all’asilo, e d’un tratto mi sono rasserenata. I bimbi di oggi sono abituati alla diversità: hanno compagni di ogni lingua e colore,  innanzi tutto. E non si stupiscono affatto. E hanno amici meno fortunati di loro, che comunque amano. Sì, mi son detta, andrà tutto bene.

All’uscita dall’asilo la mamma ha saputo che non li ha mai tolti (cosa che temevamo) e che i compagni all’ingresso gli han detto “Sembri un dottore!!” frase che ha fatto ridere Leonardo. Ed è finita lì.

I bambini sanno essere crudeli, è vero. Ma sanno anche adattarsi alle novità ed essere meravigliosamente indifferenti ai difetti fisici.

Di quattrocchi sono rimasta solo io, per fortuna.

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L'arte di stendere i panni...

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on 25 Apr
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Non so voi, ma soprattutto d’inverno io stendo i panni sullo stendibiancheria  così  come capita.

Cioè, piazzo lo stendino in cameretta e ci stendo i panni a caso, dove c’è posto. E ogni volta che lo faccio, mi viene in mente che così non si fa.

Stendere i panni ha le sue regole, care le mie donne, lo sapevate?

Si stendono prima le lenzuola, poi gli asciugamani, poi   tovaglie, asciuga piatti, magliette, canottiere,  via via fino a finire con le mutande. Come lo so?

Ah beh, è una delle cose che ho imparato quand’ero piccola, ovviamente. Parliamo di quando la lavatrice era ancora un sogno e tutto era lavato a mano.

Il bucato era una cosa serissima. C’erano sempre catini, mastelli o vaschette piene di panni a bagno, innanzi tutto. Si usava molta varechina,   sapone da bucato,   cenere per sbiancare le lenzuola. Non ci si pensava nemmeno a far asciugare un panno che non fosse lindo e smacchiato. Era concesso stendere biancheria con qualche alone, purché fosse messo al sole, perché il sole, lo sapete, ha proprietà sbiancanti.

Ricordo che in campagna, da una delle mie trecento zie c’erano i fili per il bucato appesi a dei bastoni con un taglio a V in cima, infilati nel terreno. E’ lì che ho imparato che non si stende a caso. Un giorno mia zia mi chiede di mettere ad asciugare una cesta di biancheria bagnata. Io vado sull’aia, armata di mollette ed eseguo diligentemente. Bisogna sapere che questa mia zia viveva in aperta campagna, lontano da occhi indiscreti. La sua vicina di casa abitava a circa cinquecento metri almeno e siccome aveva il suo bel daffare con sei figli e la campagna da curare, non faceva spesso visita. Insomma, mi piazzo sull’aia dove c’erano i famosi fili fai-da-te, sposto il bastone verso il basso in modo da arrivare al filo – a fine lavoro l’avrei infilato di nuovo nel terreno - e in punta di piedi (avrò avuto sei, sette anni) sbatto ogni panno un paio di volte, lo tendo per bene, in modo che fosse poi più facile stirarlo (questo lo sapevo)  e lo appendo con le mie belle mollette. Procedo speditamente ma non faccio in tempo a terminare che arriva di corsa la cugina Lina, mia coetanea, che in fretta e furia ritira tutto quel che avevo steso e ricomincia da capo, ma “in ordine”. La guardo stupefatta e lei mi fa “Ma non ti hanno insegnato che bisogna stendere ‘in ordine’?” “Ehhh??” rispondo io che non capivo. E allora mi son beccata la lezione sulle regole per stendere il bucato. “Ma scusa, che importanza ha l’ordine?” dico io, con la mia logica da cittadina. E lei per tutta risposta “Ma cosa direbbe la gente se vedesse che in questa casa si stende in modo disordinato?”. Ecco, sapere QUALE gente, visto che testimoni del delitto c’erano solo le galline e i pulcini dell’aia! E soprattutto CHE disordine. E poi non capivo che differenza facesse stendere prima una o l’altra cosa: sapevo solo che dovevi aver memorizzato quel che avevi lavato. Ma era incuriosita pure la mia cuginetta di questa mia ignoranza, quindi mi chiede “Ma voi a Milano come fate?”. Bella domanda. Le case di ringhiera avevano una gran bella cosa: ogni proprietario aveva davanti alla sua porta una porzione di fili dove stendere. E l’unica regola che vigeva era stendere all’esterno i pezzi più grandi, in modo che  il bucato eventualmente  …   bucato, fosse “coperto” dalla visione altrui.

La sera, quando mia zia tornò dalla campagna, fu subito aggiornata sulla mia ignoranza. Ma non si stupì, io ero una “cittadina”.

Una cosa mi è rimasta, da allora: se metto lo stendibiancheria sul balcone, ancora oggi ho la tendenza a infilare nel mezzo i calzini con i buchi (che poi butto, ma puliti!) o gli asciuga piatti che ogni tanto bruciacchio sul fornello. Credo non mi passerà mai.

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Ma che ci fa un bambino su Facebook?

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on 24 Apr
in Il blog di Michele Monina

Nella vita scrivo libri. Faccio un sacco di altre cose, è vero, ma la maggior parte del mio tempo lavorativo, e anche la parte consistente del mio modello unico è occupato dai libri. Quindi, fino all'avvento dei social network, il mio era un lavoro fatto prevalenemente di isolamento. Io scrivevo libri in casa e i lettori, semmai ce ne fossero stati, a casa loro si leggevano il frutto della mia fatica. In realtà, scrivendo prevalentemente libri che raccontano le vite degli altri, nello specifico di rockstar, essendo io specializzato in biografie di cantanti, ogni tanto incontravo anche qualcuno, i cantanti, appunto. Ma per la maggior parte del tempo stavo in casa a scrivere. I social network, Facebook in testa, hanno cambiato le cose. Ora oltre che scrivere, quando sto in casa, posso incontrare gente, virtuale. I miei lettori, anche. Spesso. Alcuni di loro, essendo io il biografo di gente come Lady Gaga e Laura Pausini, sono molto giovani. Troppo, per quel che penso io. Di solito lo scopro strada facendo. Usando i social network per lavoro accetto tutte le richieste di amicizia. Di solito, ogni volta che esce un mio nuovo libro ne arrivano centinaia, quelle dei fan del cantante di cui mi sono appena occupato. Non sto lì a controllare di chi si tratti, non farei in tempo. A volte, però, alcuni si palesano, scrivono mail, commentano, cercano un contatto. A volte, fortunamente non così spesso, alcuni di loro si dimostrano ragazzini, se non addirittura bambini. Facebook, per suo statuto, prevede che per iscriverti tu abbia almeno quattordici anni. Quando mi sono iscritto io, quattro anni fa, gli anni richiesti erano diciotto. Tra i miei “amici”, ho scoperto, ce ne sono anche di undici anni. Un paio di questi frequentano (frequentavano, perché la cosa è successa un paio di anni fa), la scuola media del comprensorio frequentato dai miei figli. Me l'hanno detto loro, perché mi hanno riconosciuto mentre aspettavo proprio i miei figli all'uscita di scuola. La cosa mi ha allarmato. Ho cercato di rintracciare i loro genitori, facendo loro presente che i loro bambini, così li considero a quell'età, stavano in rete cercando contatti con degli adulti. Non mi è parso che la cosa li abbia particolarmente preoccupati, per cui mi sono sentito in dovere di fare quello scostante, e ho fatto in modo di tagliare i ponti, senza voler sembrare maleducato (son pur sempre bambini), ma spingendoli a smetterla di cercare contatti con me.

Mia figlia Lucia, ad agosto, avrà undici anni. Se penso che potrebbe entrare in contatto con un quarantatreenne sul web mi vengono i brividi.

Di notte, in genere, non dormo più di quattro ore. Quando lo dico in giro, senza star lì a far troppo la vittima, molti pensano che sia perché ho due gemelli di sette mesi (oggi, auguri piccoli!). Le cose non stanno esattamente così...

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Senza confronti

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on 21 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

Ci sono parole che mi colpiscono, frasi che magari altri non notano neppure ma che a me danno spunti di riflessione. Confronto è una di quelle parole.

Confrontarsi è alla base della nostra crescita, e mi pare una frase così ovvia che quasi quasi mi pento di averla scritta. Confrontare può essere giusto o sbagliato, e anche qui cado nell’ovvietà più becera. Ma non volevo parlarvi con frasi fatte, mi è solo sorto un dubbio a proposito dei paragoni. Io spesso vi racconto della mia infanzia, di come fossero diverse le cose (ovviamente) rispetto ad oggi. E non faccio confronti, mi diverto a rivelarvi cose dimenticate o, per i più giovani, sconosciute. Non è un confronto, ripeto. Vi parlo anche spesso di quando mia figlia era piccola, di come – anche qui – tante cose fossero diverse. Ci sono state situazioni che mi son sentita di raccontare perché si potesse farne tesoro. A volte paragono la mia esperienza (lontana) di mamma con quella di mia figlia, ma lo faccio senza giudizi, è solo un confronto. Senza confronto non c’è esperienza e non c’è modo di migliorare.

Leggo spessissimo il nostro Forum. E che cos’è il forum se non una ricerca di confronto? Nel confronto nasce magari lo spunto per risolvere un  piccolo problema. Una mamma che chiede “Chi di voi è stato nella stessa situazione?” è aperta al confronto. Arrivo a dire che senza confronto non ci sarebbe civiltà, in senso lato ovviamente.

Personalmente, mi confronto spesso con gli altri. E siccome sono un’insicura, perdo pure, ma questo è un altro discorso: non è certo un confronto sbagliato, nemmeno se perdo. Vedo ovunque persone migliori di me, in tutti i sensi (come credo capiti a tutti), e a volte mi serve da sprone per migliorare, a volte mi rendo conto (sic!) che sarebbe un’impresa impossibile, ma non è una sconfitta, è un punto di partenza.

Poi vi parlo dei miei nipoti, son giusto qui per raccontarvi le mie esperienze di nonna. Sono così diversi, anche prescindendo dal fatto che sono maschio e femmina, e li amo nello stesso identico modo. Ma vien naturale confrontarli. Leonardo a sei mesi non si divertiva con i giochini adatti alla sua età, Isabel sì. Leonardo balbettava già a otto mesi, Isabel spernacchia e si limita alle sillabe. Che male c’è a fare questi confronti? Perfino la loro madre mi invita ai paragoni “Ti ricordi Leo all’età di Isabel? Non andava a prendere la palla”. E quindi? E’ un bambino intelligente comunque.

Giudicare ed etichettare è, a mio modo di vedere, sbagliato. Stabilire, nel confronto, che un fratello sia migliore dell’altro è aberrante, questo sì, sempre.

Confronti negativi ce ne sono, certo. Ma può essere che alcuni nascano dall’invidia, non dal confronto stesso.

A me sembra che il confronto sull’esperienza sia sano. E che ne nasca a sua volta una nuova esperienza, utile per il futuro. Ed ecco perché quando leggo “confronti stupidi” mi fermo a pensare. Ma quando mai il confronto è stupido?

Ed ora sono qui, pronta a confrontarmi con chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui.

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Ma perché le femmine restano sempre al palo?

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L'utente non online
on 19 Apr
in Il blog di Michele Monina

Lo sapete, in casa mia, al momento, si muovono quattro pargoli. Lucia, 10 anni, Tommaso, 6 anni, Francesco e Chiara, quasi 7 mesi. Lasciando da parte paragoni idioti riguardo i due più grandi, nati in anni diversi, mi è impossibile non notare le differenze tra i due gemelli. Sono diversissimi tra loro, sia fisicamente che per quel che riguarda il carattere. A volerla dire tutta neanche sembrano parenti. Ma non è questo il punto. Il punto è che a vederli, lui che sembra il patatino dei patatini, sempre sorridente, pronto a spaventarsi per il phon che parte nel bagno o per una luce spenta troppo velocemente, ma al tempo stesso dotato di una fisicità prorompente, lei attenta a tutto, composta sul seggiolone manco fosse una dama inglese pronta per il thè delle cinque, capace già a questa età di tenere lo sguardo, salutare e imitare le tue espressioni del viso, sembra evidente che la famosa massima che vuole le femmine molto più veloci ad apprendere dei maschi è un dato di fatto. Li vedi e già pensi che lui subirà per tutto il tempo che i due passeranno insieme, soggiogato dal carattere di ferro di lei, e dai suoi occhioni celesti. Poi, però, ti guardi intorno, e vedi che gli occhioni celesti, i caratteri di ferro e la velocità di apprendimento, soprattutto questi ultimi due punti, col passare degli anni vengono messi da parte, e le donne restano ferme al palo mentre gli uomini si assestano negli scranni del potere. Di qualsiasi potere si tratti, si intende, sia politico che economico e sociale. Li guardi, Francesco e Chiara (rigorosamente citati in ordine di arrivo), e ti chiedi se non sarebbe bello, almeno per loro, che le cose funzionassero diversamente, in futuro.

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Quattro chiacchiere, anzi otto

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L'utente non online
on 18 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

Son sempre stata una chiacchierona, solo con l’età mi sono un po’ calmata. Mi è sempre piaciuto raccontare storie, inventare, commentare quel che vedevo. Lo facevo con mia figlia quand’era piccola e con suo figlio Leonardo, che portavo a spasso nel passeggino. Credo che qualcuno mi prendesse per una svitata. Avevo il cucciolo di pochi mesi piazzato nella carrozzina e gli raccontavo quel che stavamo facendo, dove saremmo andati, gli indicavo i fiori e gli alberi. Ho appena letto “Parla tanto a tuo figlio, diventerà più intelligente!” nella nostra rubrica  SOS psicologia, e mi sono perfettamente ritrovata in quel che dice  Francesca Daidone Costantino.

Non sapevo che parlare ai bambini piccolissimi li rendesse più intelligenti. Semplicemente ho sempre seguito l’istinto. Se gli parlo, pian piano imparerà ad associare parola-oggetto, mi son detta. Infatti, sia mia figlia che Leonardo hanno imparato presto a parlare, e con proprietà di linguaggio. Parlare con i piccini viene d’istinto, almeno a me. Sei a tu per tu con quel fagottino che sa solo sorridere e tu gli rispondi con le parole. E parlando parlando vien naturale riferirgli quel che si fa: “ora cambiamo il pannolino”, “adesso è l’ora della pappa”. E poi per farli addormentare, non si cantano le canzoncine?

E’ ovvio e scontato che non ci aspettiamo che capiscano, ma è così che si impara a parlare. Ora che io e Isabel saremo sole solette tutto il giorno, continuerò a farmi quattro, anzi otto chiacchiere con lei, che ha oramai otto mesi.

E’ una bimba sveglia e curiosa, ma per ora non sillaba nemmeno, si limita a gracchiare (sì, sì, gracchia con voce di gola!) i suoi “aaghhhhhh”, ma sono sicura che manca poco ai primi balbettii.

 

Per ora Isabel dà segno di capire, comunque. Batte le manine a richiesta (non sempre), gattona velocissima a prendere la palla se la si invita a farlo, se si dice “dov’è il pesce?” guarda verso l’acquario. E, quando le cambio il pannolino e le intimo di non avvitarsi come un serpente lei si ferma, mi guarda, sorride (è semplicemente stupenda quando sorride!) e… mi spernacchia comodamente. Lo fa sempre, non è un caso. Spero ardentemente che questa non sia la sua risposta ufficiale alle mie richieste, e spero anche che sia solo un temporaneo momento d’espressione, in attesa delle parole. Spero. O che sia la prima contestazione?

 

 

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Io e mia figlia: una polemica continua

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L'utente non online
on 17 Apr
in Il blog di Michele Monina

Quando facevo il ginnasio, cioè quando ero un ragazzino, i miei compagni di classe hanno cominciato a chiamarmi col soprannome “o polemiòs”. Facevamo il Liceo Classico, avevamo quindici anni, logico che ci sentissimo dei genii e il darci soprannomi in greco antico non fa che confermare questo fatto. Il motivo per cui mi chiamavano così è abbastanza evidente, per mia natura tendo con una certa facilità alla polemica, mi piace il confronto verbale, sono un vero animale da bar il lunedì mattina, quando si discute di calcio manco fosse in ballo il destino del mondo. Da adolescente, poi, la mia polemicità era a livelli di guardia, credo che in molti mi ritenessero insopportabile, a partire dai professori, coi quali scatenavo vere e proprie diatribe su argomenti filosofici e politici. Poi sono cresciuto, ho fatto della mia vis polemica parte del mio lavoro e in tutti i casi ho un po' smussato gli angoli, come se la mia crescente pancia avesse in qualche modo contribuito a rendermi più morbido.

Ma la vendetta del destino è stata crudele, e ha aspettato proprio che io diventassi meno polemico per presentarmi il conto. Il conto, nello specifico, ha gli occhi verdi e grandi di mia figlia Lucia. Sì, Lucia, dieci anni e mezzo, ha esattamente il mio carattere polemico, e ce l'ha già ora, che ha solo dieci anni e mezzo. Sono settimane, mesi, che polemizza su tutto, ma anche su argomenti di cui non sa nulla. L'altro giorno ha polemizzato per tutto il pranzo della domenica, mandandomelo in acido, sul concetto di democrazia verticale e orizzontale, argomento che aveva sentito di sfuggita durante un incontro a scuola con l'ex magistrato Gherardo Colombo. A sentirla sembrava Errico Malatesta il giorno prima di dar vita alla Settimana Rossa, fatto che da una parte mi ha riempito di orgoglio, dall'altra mi ha mandato fuori di testa. Perché non posso lamentarmi troppo con lei per essere così uguale a me di carattere, ma soprattutto perché se è vero come è vero che oggi l'adolescenza dura fino ai trent'anni ho vent'anni di discussioni su tutto davanti, e non ho più il fisico per reggere a tutto questo.

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