Ho preso tempo prima di scrivere queste parole. E anche adesso che le sto scrivendo non sono poi così sicuro che siano quelle giuste da dire. Ho preso tempo e ho anche deciso di tradire quanto vi avevo promesso nell'ultimo post, non andando subito a spiegarvi la faccenda del food coach, ma affrontando un fatto di cronaca che mi ha colpito molto, vi ha sicuramente colpito molto. E anche se sul mio piccolo profilo qui sopra c'è scritto che questo è un blog ironico, sappiatelo, stavolta non vi sarà traccia di ironia nelle mie parole. Niente di più lontano dall'ironia in questo momento attraversa il mio cuore, come immagino il cuore di buona parte degli italiani. Questo ultimo fine settimana ci ha riversato addosso un manto di tristezza. Prima l'attentato di Brindisi, poi il terremoto che ha colpito l'Emilia.
Ma questo è un sito che parla di figli, quindi è dell'attentato che sabato mattina ha strappato la giovane vita di Melissa Bassi dalla terra che voglio parlare. E voglio farlo cercando, per quanto mi sia possibile, di tenere la retorica fuori dalla porta. Anche per questo ho impiegato così tanto tempo, quattro giorni, un'eternità in rete, prima di parlarne. Il fatto è che un attentato è sempre un fatto agghiacciante. Un attentato che colpisce dei ragazzini, delle ragazzine nello specifico e terrificante. Un attentato davanti a una scuola, poi, è un gesto che davvero rende bene la parola “terrore”. Perché non c'è niente di più terrificante di pensare che la scuola, il luogo a cui un genitore affida i propri figli nella speranza che li aiuti a diventare uomini migliori, diventi la tomba del sangue del nostro sangue.
Un genitore non dovrebbe mai seppellire i propri figli, non sono certo io il primo a dire questa cosa. È un fatto con cui chiunque viva la genitorialità, prima o poi deve fare i conti, dentro il proprio cuore e dentro la propria testa. E siccome siamo esseri razionali, per natura tesi alla sopravvivenza, è un fatto che il nostro cuore e la nostra testa archivia come possibilità remota, improbabile, lontana.
Nanni Moretti, regista la cui ironia trasuda da ogni fotogramma dei suoi film, diventato padre ha scritto e girato un film, La stanza del figlio, in cui per una volta era la tragicità a farla da padrona. Conoscete la storia, una famiglia perde il proprio figlio maschio in un incidente in mare, e si dilania. Un film freddo, lancinante, senza scampo. Uscito nel 2001, lo vidi al cinema con mia moglie Marina, incinta di Lucia, la nostra primogenita. Non per autolesionismo, ma perché entrambi amavamo e amiamo Moretti, e perché il film era stato completamente girato ad Ancona, la nostra città (anche se già allora vivevamo a Milano). Uscimmo dalla sala devastati. La scena della bara che viene chiusa, lentamente, dai becchini. Lo stagno o lo zinco che sia che viene usato per saldare una a una le viti, si è stampato nelle nostre retine per sempre. Unico appiglio, in quell'occasione, il fatto che molte delle comparse fossero nostri amici o parenti, rendendo così finto un dolore, quello del film, assoultamente reale. Proprio l'impresario delle pompe funebri che cura il funerale del figlio di Moretti, nel film, è un caro amico di mio fratello. E il vederlo lì, ben sapendo che fa un altro mestiere, mi ha salvato dallo sprofondare in un dolore irrazionale. Piangere per un film, infatti, non ha senso, perché si sta parlando di una storia finta, inventata.
Poi è arrivata Lucia, e Tommaso, e Francesco e Chiara, e quel dolore, quello finto messo in scena da Moretti è diventato ancora più comprensibile. Vero.
Quello che è successo a Brindisi è vero. Due genitori, i genitori di Melissa, hanno proprio ieri lasciato che la terra coprisse i resti mortali della propria bambina. E questo è un dolore reale che mi sento di condividere, da genitore. Un dolore che non ha spiegazione, perché i genitori, mi ripeto, non dovrebbero seppellire i propri figli, mai.
Domani, lo so, la ragione spingerà quel dolore, il mio dolore, non quello dei genitori di Melissa, in un angolo un po' più lontano dal cuore, e poi, via via, lo nasconderà alla vista, perché la vita, la nostra vita, va avanti e non possiamo lasciare che la speranza non riveda la luce. Oggi, però, il mio pensiero è tutto per loro.

