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Una nonna fortissima

I blog di Che Forte!

Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.

Il dolore più grande, perdere un figlio

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on 22 Mag
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Ho preso tempo prima di scrivere queste parole. E anche adesso che le sto scrivendo non sono poi così sicuro che siano quelle giuste da dire. Ho preso tempo e ho anche deciso di tradire quanto vi avevo promesso nell'ultimo post, non andando subito a spiegarvi la faccenda del food coach, ma affrontando un fatto di cronaca che mi ha colpito molto, vi ha sicuramente colpito molto. E anche se sul mio piccolo profilo qui sopra c'è scritto che questo è un blog ironico, sappiatelo, stavolta non vi sarà traccia di ironia nelle mie parole. Niente di più lontano dall'ironia in questo momento attraversa il mio cuore, come immagino il cuore di buona parte degli italiani. Questo ultimo fine settimana ci ha riversato addosso un manto di tristezza. Prima l'attentato di Brindisi, poi il terremoto che ha colpito l'Emilia.

Ma questo è un sito che parla di figli, quindi è dell'attentato che sabato mattina ha strappato la giovane vita di Melissa Bassi dalla terra che voglio parlare. E voglio farlo cercando, per quanto mi sia possibile, di tenere la retorica fuori dalla porta. Anche per questo ho impiegato così tanto tempo, quattro giorni, un'eternità in rete, prima di parlarne. Il fatto è che un attentato è sempre un fatto agghiacciante. Un attentato che colpisce dei ragazzini, delle ragazzine nello specifico e terrificante. Un attentato davanti a una scuola, poi, è un gesto che davvero rende bene la parola “terrore”. Perché non c'è niente di più terrificante di pensare che la scuola, il luogo a cui un genitore affida i propri figli nella speranza che li aiuti a diventare uomini migliori, diventi la tomba del sangue del nostro sangue.

Un genitore non dovrebbe mai seppellire i propri figli, non sono certo io il primo a dire questa cosa. È un fatto con cui chiunque viva la genitorialità, prima o poi deve fare i conti, dentro il proprio cuore e dentro la propria testa. E siccome siamo esseri razionali, per natura tesi alla sopravvivenza, è un fatto che il nostro cuore e la nostra testa archivia come possibilità remota, improbabile, lontana.

Nanni Moretti, regista la cui ironia trasuda da ogni fotogramma dei suoi film, diventato padre ha scritto e girato un film, La stanza del figlio, in cui per una volta era la tragicità a farla da padrona. Conoscete la storia, una famiglia perde il proprio figlio maschio in un incidente in mare, e si dilania. Un film freddo, lancinante, senza scampo. Uscito nel 2001, lo vidi al cinema con mia moglie Marina, incinta di Lucia, la nostra primogenita. Non per autolesionismo, ma perché entrambi amavamo e amiamo Moretti, e perché il film era stato completamente girato ad Ancona, la nostra città (anche se già allora vivevamo a Milano). Uscimmo dalla sala devastati. La scena della bara che viene chiusa, lentamente, dai becchini. Lo stagno o lo zinco che sia che viene usato per saldare una a una le viti, si è stampato nelle nostre retine per sempre. Unico appiglio, in quell'occasione, il fatto che molte delle comparse fossero nostri amici o parenti, rendendo così finto un dolore, quello del film, assoultamente reale. Proprio l'impresario delle pompe funebri che cura il funerale del figlio di Moretti, nel film, è un caro amico di mio fratello. E il vederlo lì, ben sapendo che fa un altro mestiere, mi ha salvato dallo sprofondare in un dolore irrazionale. Piangere per un film, infatti, non ha senso, perché si sta parlando di una storia finta, inventata.

Poi è arrivata Lucia, e Tommaso, e Francesco e Chiara, e quel dolore, quello finto messo in scena da Moretti è diventato ancora più comprensibile. Vero.

Quello che è successo a Brindisi è vero. Due genitori, i genitori di Melissa, hanno proprio ieri lasciato che la terra coprisse i resti mortali della propria bambina. E questo è un dolore reale che mi sento di condividere, da genitore. Un dolore che non ha spiegazione, perché i genitori, mi ripeto, non dovrebbero seppellire i propri figli, mai.

Domani, lo so, la ragione spingerà quel dolore, il mio dolore, non quello dei genitori di Melissa, in un angolo un po' più lontano dal cuore, e poi, via via, lo nasconderà alla vista, perché la vita, la nostra vita, va avanti e non possiamo lasciare che la speranza non riveda la luce. Oggi, però, il mio pensiero è tutto per loro.

 

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Sono diventato un “allenatore del cibo”

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on 17 Mag
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Primo tentativo di prologo.

Seduti l'uno di fronte all'altro ci siamo io e Morpheus. Lui ha gli occhiali a specchio e un cappotto di pelle lungo fino ai piedi, io i capelli insolitamente corti.

Si sporge verso di me, in una mano ha una mela, nell'altra una tavoletta di cioccolata.

“È la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre,” mi dice.

“Scegli la mela, fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Scegli la tavoletta di cioccolata, resti nel paese della meraviglie e vedrai quanto è profonda la terra del Bianconiglio.”

Fa una pausa, a effetto.

“Ti sto offrendo solo la verità,” conclude, “ricordalo”.

No, così non funziona.

Secondo tentativo di prologo.

Io sono io, coi soliti capelli lunghi, il casino che mi circonda tutto intorno, i gemelli che lallano, mio figlio Tommaso che recita una poesia a proposito di quel che fa tale Camilla in cucina, mia figlia Lucia che canta in spagnolo maccheronico la sigla del suo nuovo programma preferito, Violetta.

Sto ragionando su come partire per raccontarvi una cosa che mi sta capitando in questi giorni, una cosa che riguarda anche voi che leggete questo blog, e parto da una faccenda prevalentemente da uomini.

Fra un mesetto cominceranno gli Europei di calcio. Voi vi eravate illuse che il campionato fosse finito così presto perché una qualche divinità benevola aveva finalmente ascoltato le vostre preghiere, invece niente, Europei di calcio e poi pure le olimpiadi, a Londra.

Ma è dagli Europei che voglio partire. Mi viene comodo, perché gli Europei, in scala lievemente ridotta rispetto ai Mondiali, sono una di quelle occasioni in cui un po' tutti seguono le partite, anche chi di calcio non si interessa affatto. Almeno quelle della nazionale. E poi, il giorno dopo, tutti, ma proprio tutti tutti, passano parte della giornata a commentare, dare giudizi tecnici, entrare nello specifico degli schemi, delle azioni, come tanti piccoli esperti di calcio. Il fatto è che, in certe occasioni, come questa, diventiamo tutti allenatori. Lo dicono spesso, i commentatori titolati, quelli che vengono pagati per fare lo stesso che facciamo noi al bar o in ufficio, alla macchinetta del caffé: in Italia ci sono sessanta milioni di allenatori.

E qui sta il punto. Degli Europei, in effetti, ci interessa poco. O meglio, a me interessa pure, ma poco c'entra con il tema di cui sto per raccontarvi, e di cui vi racconterò nei prossimi giorni.

Sono diventato un allenatore. Ma non un allenatore di calcio, bensì un Food Coach, un allenatore del cibo.

Di che si tratta?

Eh, andiamo con calma, che mica posso spiegarvi tutto subito, certe cose vanno affrontate un passo alla volta.

Vi basti sapere che l'azienda leader al mondo per quel che riguarda la produzione di cibo, la Nestlé, ha deciso di mettere a disposizione dei propri clienti, a partire da un gruppo selezionato di ambasciatori, le conoscenze di un gruppo di esperti del settore nutrizionale e sportivo, per cercare di divulgare in maniera efficace alcuni principi fondamentali in campo alimentare. Io sono finito in questo primo gruppo di Food Coach, quattro in tutto, per l'esperienza vissuta sul campo, coi miei quattro figli e soprattutto col mio essere un papà che lavora in casa, che fa la spesa e che, quindi, si occupa in prima persona, ovviamente con mia moglie, di decidere cosa dar da mangiare ai miei figli e in genere alla mia famiglia. Sono un pluri-papà-casalingo e al tempo stesso sono un comunicatore, attraverso anche questo blog, e mai come quando si parla di cibo, c'è bisogno di una comunicazione che non sia rigida dentro gli steccati dell'informazione ufficiale, spesso scollegata dalla realtà. Dopo una full-immersion fatta con professionisti di varia natura, da uno chef stellato a un nutrizionista di fama nazionale, da un trainer a un professore specializzato in disturbi dell'alimentazione, insieme alle tre blogger che con me sono andate a formare questo primo team di Food Coach siamo arrivati stilare dei punti, sorta di decalogo della buona alimentazione, che nelle prossime settimane vi andrò a esplicitare, convinto di farvi cosa utile e gradita. Ma non vi parlerò ovviamente di ricette, tranquille e tranquilli, si parlerà di come il cibo venga percepito dai nostri figli e dalle nostre figlie, di come esista un processo etico che dovrebbe portare il cibo dal produttore fino alle nostre tavole, e di tanti altri argomenti interessanti.

E qui torniamo al primo tentativo di prologo, quello che faceva palesemente riferimento alla nota scena di Matrix (poi ripresa dallo spot di un analgesico rivolto proprio alle donne, in certi giorni...).

Se vi trovate di fronte una mela o una tavoletta di cioccolata cosa scegliete?

Basta un duecentesimo di secondo, ci hanno spiegato, perché la parte razionale del nostro cervello bypassi l'istinto primordiale che ci spingerebbe verso la tavoletta di cioccolata e ci faccia scegliere la più sana mela. Un duecentesimo di secondo di troppo, mi verrebbe da dire, cosciente dei miei limiti e del fatto che un bravo allenatore, la storia del calcio ce lo insegna, non necessariamente è o è stato un bravo calciatore. Un Food Coach, come vedremo, sceglie il cibo più buono, per sé e soprattutto per i propri figli, ma lontano da ogni forma di fondamentalismo, sa anche scegliere, a volte, il cibo più buono per lo spirito, perché mangiare non è esattamente la stessa cosa che nutrirsi e entrano in ballo tante altre sfumature, da quelle etiche a quelle sociali, che possono rendere qualcosa di apparentemente poco sano molto più sano di quanto non sia.

So di avervi confuso. E so di avervi anche incuriosito. È quello che volevo, perché nei prossimi giorni avrò tante cose da raccontarvi in proposito.

Arriviamo al finale.

Morpheus, qui, ha ancora in mano la mela e la tavoletta di cioccolata.

“Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo”, mi dice, epico.

Lo guardo negli occhi, per quanto sia possibile guardare negli occhi uno che indossa occhiali a specchio.

“Non sia mai che i miei figli vedano quanto è profonda la terra del Bianconiglio,” e senza lasciargli il tempo di dire altro gli sfilo la tavoletta di cioccolata dalla mano. “Una mela al giorno, lo sai...” aggiungo. Il Food Coaching (http://foodcoaching.nestle.it ) parte da qui.

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Ho 4 figli e...non dormo

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on 15 Mag
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L'ultima volta che ho dormito per quattro ore di fila, ripeto, quattro ore di fila, era nel febbraio del 2011. Cioè prima che mia moglie scoprisse di essere incinta di Chiara e Francesco. Da quel momento motivi per non dormire ce ne sono stati abbastanza, direi. A cominciare dall’iniziale paura, comprensibilissima, per la gravidanza. Mia moglie, Marina, al momento in cui è rimasta incinta, non era più giovanissima, le paure sul riuscire a portare avanti la gravidanza le sono piovute addosso subito, al punto che, saputo di essere incinta, e saputo subito dopo che i bambini in arrivo sarebbero stati addirittura due, non ha più parlato della cosa per oltre un mese. Come “saputo subito dopo”?, vi starete chiedendo. Sì, perché la faccenda è andata così. Mia moglie, un sabato, mi dice: “mi sa che sono incinta”. Lo dice così, come niente fosse. L’idea di un terzo figlio c’era. Ma era più di un’idea da poco, quindi, al momento, l’avevo presa come una tipica ansia femminile. Sono andato in farmacia è ho preso uno di quei cosi che ti dicono se sei incinta. Marina ha fatto la prova e sì, in effetti, risultava che era incinta. Abbiamo rifatto la prova, che di stick nella scatoletta ce n’erano due. E anche quella ha detto di sì. “Magari è una partita fallata,” ci siamo detti. Così sono uscito di nuovo, sono andato in un’altra farmacia, e ne ho presa un’altra scatola. Idem come prima. Marina era incinta. Questo di sabato. Grandi emozioni, ma anche un po' di scetticismo. Vatti a fidare di quei cosi, pensavamo entrambi. Cinque giorni dopo, di giovedì, era già prenotata una visita dalla ginecologa. Una visita di routine, non legata a questa inaspettata gravidanza. Ci sono andato anche io, e la ginecologa ha subito capito. Si è felicitata con noi, ma con cautele. Ha detto, infatti, “magari è un falso allarme,” senza però usare la parola allarme, che ha con sé una connotazione negativa del tutto fuori luogo in quel frangente. Ha fatto la visita, e già che c’era, ha anche fatto un’ecografia. “Tutto bene,” ci ha detto, “ma ora non immaginatevi di vedere qualcosa, perché è troppo presto, magari la sacca è piccola e invisibile.” Inizia l'eco, e invece ecco la sacca. Ce la mostra, regalandoci una grande emozione. Poi controlla che tutto sia a posto. E quando ormai sta per chiudere la questione, ecco che dice: “Ohi, ma qui c'è una bella sorpresa.” Sì, dice proprio così, usando questa parole qui. E lo dice facendo la faccia di Amelie, quella del Magico mondo di Amelie. Immaginatevela, mentre ci dice che c'è una bella sorpresa, e immaginatevi che poi ci dice che la bella sorpresa è che le sacche sono due, e poi immaginatevi anche me e mia moglie, e immaginatevi me che dico, “Ma non dicevano che i gemelli saltavano una generazione?”, perché io sono un gemello e ho sempre sentito dire così, e immaginatevi lei che mi ride, letteralmente, in faccia e dice che no, non è vero che salta una generazione. Da quel momento, poi, c'è stata la gravidanza, con tutte le paure del caso. “Non illudetevi,” ci ha detto la ginecologa Amelie, “non è detto che tutte e due le sacche vadano avanti. Magari non va avanti nessuna delle due,” ha aggiunto, non per fare terrorismo, ma per non creare illusioni. E noi abbiamo avuto paura. E con la paura è passato il sonno. Almeno per me, visto che Marina, stanchissima per la gravidanza gemellare, ha preso ad andare a letto alle nove di sera, salvo poi svegliarsi a mezzanotte, quando io arrivavo a letto, per il nervoso alle gambe. Lei sveglia per il fastidio e io per solidarietà. Poi è arrivata la villocentesi, con altre paure, quelle del piccolo intervento, prima, e del risultato, poi. E poi la pancia che cresceva. Con altri fastidi, e sempre meno ore, minuti di sonno. Infine i due piccoli cuccioli, Francesco e Chiara. E da quel momento, di dormire se ne è parlato sempre meno. Prima per le poppate ogni tre, quattro ore. Poi per la troppa stanchezza accumulata durante il giorno, per i pensieri, perché con quattro figli e una crisi che ci raccontano impietosa e in costante avanzata, motivi per non dormire ce ne sono sempre troppi.

Qualche giorno fa mi sono addormentato sulla rampa d'uscita della tangenziale, mentre andavo all'Ikea a comprare non ricordo più cosa. Ero lì, in coda, e approfittando dei pochi secondi che le auto davanti a me avrebbero impiegato a conquistare la rotatoria di Carugate, ho dormito per qualche secondo, come faceva Leonardo. Microsonni, li chiamava lui. Stanchezza, la chiamo io. Poi il tipo dietro di me ha suonato il clacson, e sono ripartito.

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Mia figlia ha mangiato la mozzarella blu

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on 09 Mag
in Il blog di Michele Monina
Ieri mia figlia ha mangiato una mozzarella a pois blu. L'ha fatto a pranzo, alla mensa della scuola. Hanno servito le mozzarelle, previste per secondo, e quando è stato segnalato da alcuni bambini la presenza dei pois blu, le scodellatrici hanno detto di non fare tante storie. La mamma che stava facendo il servizio di controllo, volontario, che ogni giorno si premura di tenere d'occhio la qualità del cibo, ha fatto presente ai responsabili della Milano Ristorazione che c'era qualcosa che non andava, ma i tempi che il responsabile, il dottor Poggi, si è preso, sono stati troppo dilatati. Risultato, i bambini, alcuni bambini, tra i quali mia figlia, hanno mangiato la mozzarella a pois blu. Poi le mozzarelle, quelle che non erano state mangiate, sono state ritirate e mandate a un laboratorio di analisi, e al loro posto è stato servito il tonno. Questo è stato possibile perché nella scuola di mia figlia c'è la cucina, e quindi un magazzino. Nelle altre scuole, immagino, si è semplicemente saltato il secondo. La commissione mensa ha ovviamente fatto presente l'accaduto a Milano Ristorazioni, già avvisato dal responsabile locale, immagino. In serata la presidente, dottoressa Iacono, ha mandato questa risposta:

“Gentile Sig.ra ****, Sicuramente le daremo riscontro dell'esito analitico.

Nel contempo le confermo che quanto da lei riportato circa la possibile causa e' probabilmente fondata. I numerosi casi analoghi registrati nel mondo della ristorazione nello scorso anno lo confermano. Trattasi quasi sicuramente di Pseudomonas fluorescens , un batterio non patogeno, cioe' non pericoloso per la salute del consumatore, la cui presenza e' responsabile del viraggio del colore naturale del prodotto dal bianco al blu', unica modificazione indesiderata del prodotto.

Si tratta in sostanza di una modificazione accidentale della flora batterica tipica del prodotto.

Gli approfondimenti scientifici intercorsi e diffusi anche attraverso i media hanno in molte occasioni rassicurato il consumatore che tale presenza non ha alcuna ripercussione sullo stato di salute del consumatore, tanto che ad oggi i pochi ed isolati casi non destano piu' allarmismi.

Queste poche righe spero possano intanto rassicurare le famiglie e i vostri bambini in attesa di ricevere conferma analitica

Cordiali saluti”

Non ricordo esattamente, ma due o tre anni fa le rette della Milano Ristorazione, che fornisce circa ottantamila pasti al giorno per le scuole del Comune di Milano e che, ricordiamo questa anomalia, è di proprietà al 100% del Comune di Milano, ha aumentato le rette del 46%. A domanda precisa è stato risposto che l'aumento era dovuto al netto miglioramento della qualità del cibo. Questo, tanto per non dare una connotazione politica a queste mie parole, dalla precedente Giunta, di colore opposto a quella attuale.

Ieri mia figlia ha mangiato una mozzarella blu a scuola. La cosa non avrà alcuna ripercussione sul suo stato di salute, per dirla con la dottoressa Iacono. Buon appetito.

 

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I Supereroi dei fumetti

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on 05 Mag
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Piccola premessa doverosa, oggi si parla di fumetti, astenersi non appassionati. Scherzo. Cioè, no, non scherzo, nel senso, oggi parliamo di fumetti, ma non in maniera fondamentalista, saremo comprensili per tutti. Ho visto I vendicatori al cinema con Tommaso. Lui, quasi sette anni, è un appassionato di supereroi, come un po' tutti i maschietti, credo. In realtà, proprio per come è il fumetto oggi, è più appassionato dei supereroi che dei fumetti, gli piacciono i gadget, i film, meno le storie illustrate. I Vendicatori, il film come il fumetto, per chi ama il genere è una sorta di Paese del Balocchi. Innanzitutto sono tanti, tutti molto supereroi. C'è Capitan America, il capo, c'è Thor, il semi-dio, c'è Ironman, il dandy rockettaro, c'è l'incredibile Hulk, lo scenziato in preda all'ira, e altri personaggi minori. Insomma, tanta roba. Tommaso ama i fumetti quindi ha amato molto il film in questione. Ma nel vederlo, mi sono accorto, ha focalizzato la sua attenzione su certi aspetti che, in verità, avrei preferito non notasse nemmeno. I supereroi, infatti, sono stati una potente arma di persuasione di massa usata dagli Stati Uniti nel combattere la guerra fredda. Cogliere riferimenti alle due contrapposizioni, Nato vs Patto di Varsavia, non ha mai richiesto troppa arguzia, per chi li leggeva prima della caduta del muro di Berlino. Oggi, però, tutto questo è scemato, vuoi perché non c'è più quella contrapposizione, vuoi perché i film tratti dai superori tendono più all'azione che all'introspezione. Ma tra tanti aspetti dei supereroi Marvel messi in scena (avete presente il famoso motto: “grandi problemi per grandi problemi”?), lui è andato a cogliere proprio i residui di quel mondo lì. Invece, per dire, di apprezzare la potenza devastante di Hulk o la genialità un po' dandy di Ironman, a lui è molto piaciuto il nazionalismo estremo di Capitan America e l'aura superomistica di Thor. Alla fine, mentre uscivamo dal cinema, gli occhi ancora frastornati dal 3D, mi ha chiesto chi mi fosse piaciuto, e senza neanche lasciarmi tempo di rispondere ha detto: “A me piace Thor, perché è forte e invincibile. Da grande voglio essere anche io così, ma un pugno da Hulk non me lo lascerei dare...”. Vagli a spiegare che da grandi si passa la maggior parte del tempo proprio a schivare i colpi...

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Che stress i fratelli più grandi!

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on 29 Apr
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Francesco e Chiara hanno fatto sette mesi questa settimana. Sono piccolissimi, quindi, ma cominciano a farsi una loro idea del mondo. O meglio, magari la parola idea è sbagliata, perché non riescono a pensare in maniera razionale, seguono ancora l'istinto, ma a capire certe cose, be', a questo ci arrivano di sicuro. Basta fare l'esempio di quando è ora della pappa. Li cambi, li metti seduti sul seggiolone e Francesco, che dei due è sicuramente il più vorace, inizia a fare dei lamenti insistenti, che spesso, se non siamo pronti a finire di preparare la pappa, diventano pianto disperato. Questo perché sa che essere messi a sedere sul seggiolone, dopo essere stati cambiati, significa che è ora della pappa. E di esempi di questo genere ne potrei anche fare altri, tutti suppergiù che ruotano intorno alle poche azioni che questi due piccolini compiono. Li metti stesi sul lettone, e capiscono che stanno per uscire, e di solito, sempre Francesco, comincia a diventare irrequieto. Insomma, ci siamo capiti.

Su una cosa, però, i due gemellini non sono affatto fasati con il resto della famiglia, sul concetto di week-end. Se infatti per i loro fratelli, Lucia e Tommaso, e di conseguenza per noi genitori, il week-end coincide con l'idea di spensieratezza e di relax, per loro si tratta di un'esperienza traumatica, che spesso subiscono al punto di passare il lunedì praticamente svenuti, in sonno perenne. Durante il fine settimana, infatti, i due fratelli maggiori non fanno che spupazzarseli. Li prendono, li fanno ballare, li tirano su ogni due per tre, urlano, cantano, gli fanno scherzi assolutamente incomprensibili a sette mesi. Insomma, appena Lucia e Tommaso rientrano dalla piscina, il venerdì sera, per Chiara e Francesco comincia una sorta di giro in giostra che però dura per due giorni e mezzo. E provateci voi ad andare per due giorni e mezzo in giostra. Il lunedì mattina, quando Lucia e Tommaso, i grembiuli indosso e la cartella sulle spalle, salutano e vanno a scuola, lo giuro, mi sembra sempre di vedere un sorrisino sulle labbra sdentate dei gemellini. Pfiuuu, si diranno telepaticamente, ne sono certo, anche per stavolta siamo sopravvissuti.

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Ma che ci fa un bambino su Facebook?

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on 24 Apr
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Nella vita scrivo libri. Faccio un sacco di altre cose, è vero, ma la maggior parte del mio tempo lavorativo, e anche la parte consistente del mio modello unico è occupato dai libri. Quindi, fino all'avvento dei social network, il mio era un lavoro fatto prevalenemente di isolamento. Io scrivevo libri in casa e i lettori, semmai ce ne fossero stati, a casa loro si leggevano il frutto della mia fatica. In realtà, scrivendo prevalentemente libri che raccontano le vite degli altri, nello specifico di rockstar, essendo io specializzato in biografie di cantanti, ogni tanto incontravo anche qualcuno, i cantanti, appunto. Ma per la maggior parte del tempo stavo in casa a scrivere. I social network, Facebook in testa, hanno cambiato le cose. Ora oltre che scrivere, quando sto in casa, posso incontrare gente, virtuale. I miei lettori, anche. Spesso. Alcuni di loro, essendo io il biografo di gente come Lady Gaga e Laura Pausini, sono molto giovani. Troppo, per quel che penso io. Di solito lo scopro strada facendo. Usando i social network per lavoro accetto tutte le richieste di amicizia. Di solito, ogni volta che esce un mio nuovo libro ne arrivano centinaia, quelle dei fan del cantante di cui mi sono appena occupato. Non sto lì a controllare di chi si tratti, non farei in tempo. A volte, però, alcuni si palesano, scrivono mail, commentano, cercano un contatto. A volte, fortunamente non così spesso, alcuni di loro si dimostrano ragazzini, se non addirittura bambini. Facebook, per suo statuto, prevede che per iscriverti tu abbia almeno quattordici anni. Quando mi sono iscritto io, quattro anni fa, gli anni richiesti erano diciotto. Tra i miei “amici”, ho scoperto, ce ne sono anche di undici anni. Un paio di questi frequentano (frequentavano, perché la cosa è successa un paio di anni fa), la scuola media del comprensorio frequentato dai miei figli. Me l'hanno detto loro, perché mi hanno riconosciuto mentre aspettavo proprio i miei figli all'uscita di scuola. La cosa mi ha allarmato. Ho cercato di rintracciare i loro genitori, facendo loro presente che i loro bambini, così li considero a quell'età, stavano in rete cercando contatti con degli adulti. Non mi è parso che la cosa li abbia particolarmente preoccupati, per cui mi sono sentito in dovere di fare quello scostante, e ho fatto in modo di tagliare i ponti, senza voler sembrare maleducato (son pur sempre bambini), ma spingendoli a smetterla di cercare contatti con me.

Mia figlia Lucia, ad agosto, avrà undici anni. Se penso che potrebbe entrare in contatto con un quarantatreenne sul web mi vengono i brividi.

Di notte, in genere, non dormo più di quattro ore. Quando lo dico in giro, senza star lì a far troppo la vittima, molti pensano che sia perché ho due gemelli di sette mesi (oggi, auguri piccoli!). Le cose non stanno esattamente così...

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Ma perché le femmine restano sempre al palo?

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on 19 Apr
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Lo sapete, in casa mia, al momento, si muovono quattro pargoli. Lucia, 10 anni, Tommaso, 6 anni, Francesco e Chiara, quasi 7 mesi. Lasciando da parte paragoni idioti riguardo i due più grandi, nati in anni diversi, mi è impossibile non notare le differenze tra i due gemelli. Sono diversissimi tra loro, sia fisicamente che per quel che riguarda il carattere. A volerla dire tutta neanche sembrano parenti. Ma non è questo il punto. Il punto è che a vederli, lui che sembra il patatino dei patatini, sempre sorridente, pronto a spaventarsi per il phon che parte nel bagno o per una luce spenta troppo velocemente, ma al tempo stesso dotato di una fisicità prorompente, lei attenta a tutto, composta sul seggiolone manco fosse una dama inglese pronta per il thè delle cinque, capace già a questa età di tenere lo sguardo, salutare e imitare le tue espressioni del viso, sembra evidente che la famosa massima che vuole le femmine molto più veloci ad apprendere dei maschi è un dato di fatto. Li vedi e già pensi che lui subirà per tutto il tempo che i due passeranno insieme, soggiogato dal carattere di ferro di lei, e dai suoi occhioni celesti. Poi, però, ti guardi intorno, e vedi che gli occhioni celesti, i caratteri di ferro e la velocità di apprendimento, soprattutto questi ultimi due punti, col passare degli anni vengono messi da parte, e le donne restano ferme al palo mentre gli uomini si assestano negli scranni del potere. Di qualsiasi potere si tratti, si intende, sia politico che economico e sociale. Li guardi, Francesco e Chiara (rigorosamente citati in ordine di arrivo), e ti chiedi se non sarebbe bello, almeno per loro, che le cose funzionassero diversamente, in futuro.

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Io e mia figlia: una polemica continua

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on 17 Apr
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Quando facevo il ginnasio, cioè quando ero un ragazzino, i miei compagni di classe hanno cominciato a chiamarmi col soprannome “o polemiòs”. Facevamo il Liceo Classico, avevamo quindici anni, logico che ci sentissimo dei genii e il darci soprannomi in greco antico non fa che confermare questo fatto. Il motivo per cui mi chiamavano così è abbastanza evidente, per mia natura tendo con una certa facilità alla polemica, mi piace il confronto verbale, sono un vero animale da bar il lunedì mattina, quando si discute di calcio manco fosse in ballo il destino del mondo. Da adolescente, poi, la mia polemicità era a livelli di guardia, credo che in molti mi ritenessero insopportabile, a partire dai professori, coi quali scatenavo vere e proprie diatribe su argomenti filosofici e politici. Poi sono cresciuto, ho fatto della mia vis polemica parte del mio lavoro e in tutti i casi ho un po' smussato gli angoli, come se la mia crescente pancia avesse in qualche modo contribuito a rendermi più morbido.

Ma la vendetta del destino è stata crudele, e ha aspettato proprio che io diventassi meno polemico per presentarmi il conto. Il conto, nello specifico, ha gli occhi verdi e grandi di mia figlia Lucia. Sì, Lucia, dieci anni e mezzo, ha esattamente il mio carattere polemico, e ce l'ha già ora, che ha solo dieci anni e mezzo. Sono settimane, mesi, che polemizza su tutto, ma anche su argomenti di cui non sa nulla. L'altro giorno ha polemizzato per tutto il pranzo della domenica, mandandomelo in acido, sul concetto di democrazia verticale e orizzontale, argomento che aveva sentito di sfuggita durante un incontro a scuola con l'ex magistrato Gherardo Colombo. A sentirla sembrava Errico Malatesta il giorno prima di dar vita alla Settimana Rossa, fatto che da una parte mi ha riempito di orgoglio, dall'altra mi ha mandato fuori di testa. Perché non posso lamentarmi troppo con lei per essere così uguale a me di carattere, ma soprattutto perché se è vero come è vero che oggi l'adolescenza dura fino ai trent'anni ho vent'anni di discussioni su tutto davanti, e non ho più il fisico per reggere a tutto questo.

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Un mio libro per bambini

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on 14 Apr
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Ho pubblicato quaranta libri. Settimana prossima esce il quarantunesimo. Tanti. Forse anche troppi. Ma non ho mai scritto un libro per bambini. I miei figli, di cui per altro parlo spesso nei miei libri, mi chiedono spesso perché non abbia mai scritto un libro per loro. Per loro adesso, intendono, perché non sanno, e non possono sapere, che i miei libri sono tutti scritti per loro. Nel senso che sono il mio lavoro, e quindi servono a farci vivere, oggi, e nel senso che sono lì, nel mio archivio, da leggere quando saranno grandi. Ma un libro per bambini non l'ho mai scritto, in effetti. E non l'ho mai scritto perché, nonostante io scriva circondato da bambini, i miei, in casa, non credo di essere in grado di farlo. So come parlare con loro, ci mancherebbe altro. So, molto più di mia moglie, per dire, i nomi dei personaggi dei cartoon o dei telefilm che guardano. Conosco nomi e caratteristiche, in alcuni casi so anche le trame, ma so anche per questo, o forse proprio per questo, che non saprei mai scrivere qualcosa per loro. Sono troppo vecchio, credo. O più presumibilmente troppo strutturato. Mi manca la capacità di cogliere certi passaggi semplici, naturali. Ripenso ai tanti episodi visti con Lucia, ancora piccolina, dei Teletubbies, e mi rendo conto di come, per avere un'idea così, ci voglia tanta tanta esperienza. Anche genio, ci mancherebbe. Esperienza e genio che non ho. Posso raccontare la vita di una rockstar, un personaggio la cui vita è conosciuta da tutti i fan e renderla originale anche agli occhi di quegli stessi fan, è il mio lavoro, ma non saprei far muovere quattro pupazzi di pelouche lì, nello schermo o sulla pagina, a non far nulla per mezzora, se non abbracciarsi e cercare tante coccole. Non saprei raccontare di come Pimpa passi le giornate vivendo avventure ai miei occhi di adulto piuttosto banali. Ma so che è quello che i bambini cercano. Per questo, fortunatamente, ci sono autori molto più bravi di me, capaci di farlo. Sono quelli che i miei figli leggono. Tante coccole a tutti.

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Somiglia a mamma o a papà?

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on 05 Apr
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La faccenda delle somiglianze meriterebbe molto più spazio delle poche righe che ho a disposizione oggi. E ne ho poche perché, somiglianze o non somiglianze, oggi dovrò andare io a prendere i due “grandicelli” a scuola, quindi non posso stare davanti al computer quanto vorrei. Ma la faccenda delle somiglianze meriterebbe davvero un approfondimento serio. Non c'è persona sulla faccia della terra che, vedendo un bambino, non si senta in diritto o forse addirittura in dovere di dire a chi somiglia. E non c'è soprattutto nonno o nonna, a volte anche zio o zia, che non si senta di garantire, giurando sulla testa dei propri figli, che tuo figlio o tua figlia è uguale, ma proprio uguale uguale, sputato, a te o tua moglie da piccoli, a seconda che si tratti di un tuo parente o di un parente di tua moglie. C'è chi addirittura esibisce vecchie foto ingiallite, tue o di tua moglie, pensando di avere in mano chissà che prova. Fortunatamente, però, quando eravamo piccoli noi, io e mia moglie, di foto se ne facevano davvero pochine, e di prove se ne possono esibire al massimo un paio. Del resto, questo è un fatto, i nostri piccoli assomigliano sempre a tutti e due, anche contro ogni evidenza. Il massimo, però, è quando uno dei suddetti parenti, si lancia in disamine sulle somiglianze caratteriali. Anche in ospedale, intendo, quando il piccolo o la piccola (nel mio recente caso entrambi, come ben sapete), hanno poche ore di vita e più che un piantarello non hanno ancora avuto modo di emettere. Io, in questi casi, assumo posizione a uovo, mi metto sotto il tavolo e aspetto che il pericolo passi, tanto i miei quattro figli sono praticamente mie fotocopie...

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Coloriamo Milano con i nostri bambini

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on 30 Mar
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Il look e l'anagrafe potrebbero dirvi il contrario, ma sono un grande appasionato di hip-hop. Se vi fosse capitato di incappare nei miei scritti da critico musicale ben lo sapreste. Sono un grande appassionato di hip-hop, e lo sono sin da quando questa filosofia si è affacciata al mondo, negli anni Ottanta. Ho anche avuto modo di lavorare con e su alcuni dei rapper più interessanti del panorama italiano, da Caparezza a Mondo Marcio, da Piotta a Fabri Fibra, ma ovviamente non è di loro che intendo parlare in questa sede. Ho cominciato questo discorso prendendola un po' larga, lo ammetto, perché mi premeva dire che, spesso, ho modo di discutere con mia suocera, e anche con mia moglie, dei tanti graffiti che si vedono in giro per la città. E per la città, nello specifico, intendo Milano. Già il solo chiamarli graffiti, se foste tra quanti come me seguono l'hip-hop, mi verrebbe imputato come un errore, perché i segni che si vedono sui muri, in città, non sono quasi mai graffiti. Sono Tag, nel caso di quegli scarabocchi che poi sarebbero delle “firme”, o “muri”, nel caso dei disegni, ma ripeto, non è questo l'argomento di cui voglio parlarvi oggi. A me le pareti dei palazzi colorate piacciono più delle pareti dei palazzi grigi, è un fatto. A mia suocera e a mia moglie no. Io la ritengo arte, loro atti di vandalismo. Magari un giorno parlerò anche di questo. Di fatto oggi voglio segnalarvi un'iniziativa che avrà luogo domani, sabato, proprio a Milano. Un'iniziativa che con quel tipo di arte, a mio avviso, più di qualcosa ha a che fare. Presso la Scuola Bacone, quella frequentata da mia figlia Lucia e da mio figlio Tommaso, andrà in scena il Guerrilla Gardening. Di che si tratta? Dalle 15 di pomeriggio, nelle aree “verdi”, mi si passi l'ironia, che circondano la scuola, tutti i bambini e i genitori che vorranno prendervi parte, potranno lavorare le aiuole, interrando qualcosa come trecento piantine e vasi offerti da vivai della zona. Un modo carino di colorare e dar vita alla scuola, altrimenti grigia per sua natura. La scuola, ovviamente, non è grigia, cromaticamente parlando, ma pur sempre priva di natura è. L'iniziativa è dell'associazione I Baconiani, quella dei genitori degli alunni della scuola. Genitori combattivi, attenti, meritevoli di un applauso, il mio e il vostro. Se vivete a Milano e domani pomeriggio capitate dalle parti di Buenos Aires, per lo shopping del week-end, fate una deviazione, credo meriti un po' del vostro tempo vedere questa sorta di flash-mob ambientalista.

Voi a questo punto vi direte, ma che c'entrano i graffiti (non vi occupate di hip-hop, siete giustificati) con le piantine che verranno poste dentro le aiuole della Scuola Bacone domani? C'entrano, perché è un modo come un altro per colorare la città. Per renderla viva, nostra. Una città che, ammettiamolo, ai bambini pensa poco, o niente. Una città, come tutte le città, tarata sugli adulti, e spesso neanche su quelli. Un graffito, una pianta, un modo come un altro per rendere la nostra vita un po' più colorata. Come si dice in questi casi, bella zio!

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Casa Dolce Casa

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on 28 Mar
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Fate conto che l'altro ieri abbia scherzato. Non riguardo all'amore per i figli, è ovvio, ma riguardo al non voler fare cambio con niente al mondo riguardo casa mia. Ieri sera. Sono chiuso fuori del balcone, e fortunamente fa meno freddo di quanto marzo prevederebbe in teoria. Sono chiuso qui fuori perché devo fare una telefonata di lavoro. E quindi?, dirà qualcuno di voi. Quindi io, ieri sera, per fare una telefonata di lavoro mi sono dovuto chiudere fuori del balcone, e nonostante questo ho dovuto tagliare corto, perché non riuscivo a sovrastrare il casino che arrivava fin qui da dentro casa. Casa, lo dico per quanti di voi non mi conoscono, che non è un monolocale, ma una casa, appunto. Solo che ieri sera ogni singolo anfratto della mia casa, era occupato da un figlio che si sentiva in diritto e soprattutto in dovere di urlare. Mia figlia urlava in camera mia, con mia moglie, perché le sue domande, di mia moglie, non le sembravano pertineneti al ripasso di non so che materia di quinta elementare. La sala era ad appannaggio di mio figlio Tommaso, che urlava perché non voleva andarsi a fare la doccia. La cucina era ostaggio di Chiara, che urlava perché non voleva stare nella stradietta, in attesa della cena. La camera dei bambini, poi, era invasa, letteramente, dalle grida di Francesco, affamato prima del tempo. Il resto della casa, compresi i bagni, erano di volta in volta frequentati da quanti in famiglia sono già in grado di deambulare (tutti tranne i gemelli). Non so se avete presente il film Gatto nero, gatto bianco di Emir Kusturica, dove i protagonisti sono sempre accompagnati da una banda di musicanti gitani, alla Bregovic? Ecco, per me, ieri sera, è stato lo stesso, ma invece di musicanti avevo sempre dietro i miei figli urlanti. Vi lascio immaginare il buon esito della telefonata di lavoro che ho fatto fuori dal balcone, per altro facendo sapere i fatti miei a tutti gli abitanti del cortile. Un vero delirio. Con il volume della mia voce che saliva man mano che, dentro casa, il caos si alzava. Alla fine, come in un film di Totò, c'erano più vicini affacciati alle finestre di quanti non ce ne sarebbero stati se la mia vicina, quella che è solito stirare in perizoma, avesse deciso in quella mise di stendere i panni. Quindi fate finta che io non vi abbia mai detto nulla, ieri. A volte essere altrove non sarebbe poi così male...

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Spiegare l'amore per i propri figli

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on 26 Mar
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Come si fa a spiegare l'amore che si prova per i propri figli? Tutto l'amore, intendo. Anche se mi ritrovo, mio malgrado, a scrivere di mestiere, e quindi a lavorare a stretto contatto con le parole, ho ben chiaro che non esistono, in natura, parole abbastanza evocative per descrivere questo amore. Come forse qualsiasi amore, ma questo è un blog dedicato alla paternità, e quindi è dell'amore che lega un padre ai figli che si sta parlando. È impossibile descriverlo, è un fatto, e forse è anche inutile. Basta viverlo. Ma se descriverlo è impossibile, tentare di ipotizzare una classifica interna al rapporto che un padre ha con i propri figli diventa esercizio non tanto sterile quanto dannoso. Mi spiego. Nel corso dei miei sei anni e passa di pluripaternità (intendo, nei sei anni e mezzo da cui sono diventato padre per la seconda volta, prima di Lucia e poi di Tommaso) mi sono sentito dire non so quante centinaia di volte frasi tipo: “Ah, hai un figlio maschio, non puoi certo lamentarti” o “Ah, immagino che non avrai occhi che per tua figlia”. Come se l'essere padre di un maschio implicasse chissà che sorta di rapporto cameratesco o l'essere padre di una figlia scatenasse immediatamente un rapporto alla Agamennone-Elettra. Figuariamoci ora che di figli ne ho quattro, di cui due gemelli, maschio e femmina. Tra Edipi e Elettre, casa Monina dovrebbe essere una sorta di reparto psichiatrico in progress. Il fatto è che un padre ama ogni figlio con lo stesso grado d'amore. Anche se ci possono essere feeling diversi, come è in natura, sintonie diverse, i figli sono figli e un padre è un padre. Prima tutto il mio amore genitoriale era per Lucia. Poi tutto il mio amore genitoriale è stato per Lucia e per Tommaso. E ora è per Lucia, Tommaso, Francesco e Chiara. Prima sfornavo una torta, oggi ne sforno quattro. Tutte cucinate con gli stessi ingredienti, con la stessa passione, con la stessa abilità. Chiaro, ciò non toglie che ogni tanto, quando meno me ne accorgo, uno dei più piccoli subisca giustizia sommaria da parte degli altri, ché la gelosia è un sentimento più che naturale, così come, immagino, a breve, ci saranno rappresaglie da parte di questi ultime degne delle gesta di certi capi indiani alla Geronimo, e anche per questo casa Monina è un posto divertente che non scambierei con niente al mondo.

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Lo Zecchino d'Oro e molto altro

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on 24 Mar
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Nella mai auto non si sono mai ascoltate le canzoni dello Zecchino d'oro. Lo dico non per vanto, né per vergogna. Attesto un dato di fatto, come fossi un cronista. Non si sono mai ascoltate le canzoni dello Zecchino d'oro, ma si è sempre ascoltata tanta musica. La musica che ascolto io, che di lavoro scrivo e scrivo prevalentemente di musica. Per cui poteva capitare che a tre anni mio figlio parlasse come il testo di un brano di Ivano Fossati (anche qui, non sto ipotizzando, ma citando un fatto, il brano in questione è Il bacio sulla bocca, e lui, Tommaso, andava in giro dicendo “volami addosso se questo è un walzer”, immagino facendo cadere ai suoi piedi tutte le sue piccole compagne di classe, ammaliate da tanta poesia), o che mia figlia decidesse di studiare pianoforte perché innamorata delle canzoni di L'Aura. Niente Gatti puzzoloni o Moscerini intenti a ballare il walzer, quindi. Questo suppongo, da una parte potrebbe averli privati del piacere di ascoltare filastrocche e canzoncine basilari, composte da autori che ben conoscono i gusti dei più piccoli, e magari insegnano loro cose a partire proprio da suddette filastrocche e canzoncine, ma al tempo stesso li ha acculturati (lasciatemi usare questo termine, che le canzoni fanno cultura, fidatevi di me), crescendoli con un gusto musicale molto più affinato di quanto non fosse il mio alla loro età. Ci ho anche provato, qualche volta, a far sentire loro quelle canzoni, più avanti, ma forse era troppo tardi, ormai si erano abituati ad altro. Del resto, lo dico sapendo di far rizzare i capelli in testa a parecchi di quelli che mi leggeranno, mia figlia Lucia è stata, nel periodo che va dai cinque agli otto anni, una grande appassionata di telefilm come Criminal Minds e Ghost whispereer, che era solita vedere con me. Quando, spinto più che altro dai rimproveri dei nonni, un po' shockati che la loro nipotina vedesse con me quei telefilm considerati cruenti, le ho chiesto se capiva di cosa stessero parlando, mi ha semplicemente rispoto “uno parla di un gruppo di poliziotti che inseguono i cattivi, l'altro di una ragazza che parla coi morti.” Aiuto! “Ma sono film,” ha aggiunto, “sono finti, mica sono veri.” Pfiuuu. La cosa, in effetti, gliel'avevo spiegata grazie a Johnny Depp, sia Jack Sparrow nei Pirati dei Caraibi, sia il padrone della Fabbrica di cioccolata, sia il Cappellaio Matto nell'Alice di Tim Burton. “Non è sempre lo stesso?” mi aveva chiesto, e di lì ero partito per decostruire la fiction. Vedere Criminal minds, che nel mentre ha perso tutto il suo fascino ai suoi occhi di pre-adolescente, era un momento, immagino, per stare da sola con me, visto che mia moglie non vedrebbe un telefilm poliziesco neanche se costretta con la forza. Poi, con la stessa naturalezza, c'erano le Winx, prima, come ora ci sono dei telefilm di cui ignoro il titolo, ma che parlano di ragazzine come lei. Ora la canzone preferita di mia figlia è Per sempre di Nina Zilli e quella di mio figlio è Ninja samurai della band sudafricana Die Artwoord. Chissà se i gemellini, per la prima volta, porteranno i gatti puzzoloni dentro le quattro mura di casa mia?

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Sorrisi gratuiti

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on 21 Mar
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Oggi poche parole. Succede, di avere poche parole da dire. Non è il mio caso. Le poche parole non dipendono dalla mancanza di cose da dire, ma dalla mancanza di tempo per dirle. E il fatto che io mi stia perdendo nei preamboli dimostra, oltre che una mia certa tendenza alla disattenzione verso il focus del discorso, e magari anche una certa capacità di menare il can per l'aia, che poi tutta questa mancanza di tempo, a dirla tutta, non è che ci sia. Comunque, oggi poche parole. E queste poche parole sono per dire che se anche uno si sveglia nel cuore della notte in preda ai cattivi pensieri, come spesso di notte capita, sia che si sia bambini sia che si sia adulti. Se anche uno, in queste ore notturne, pensando al futuro non trova davvero nessun appiglio per lasciarsi andare a del sano ottimismo. Se anche uno, in fondo, vede nero non solo perché la notte è nera, ma perché, in fondo, di questi tempi, nero è un po' anche il giorno, con la crisi che incalza. Be', basta guardare il proprio piccolo, o uno dei propri piccoli, se, come nel caso di chi scrive, i piccoli in questione sono quattro, e tutto prenderà una piega diversa. Provateci, anche stanotte, se gli incubi si fanno sotto. Alzatevi, magari evitando di guardare sotto il letto, per evitare di scoprire che forse un baubau da quelle parti ci vive davvero, e andate vicino al lettino di vostro figlio, guardatelo mentre dorme, mentre ogni tanto il suo viso si distende in un sorriso gratuito. Gratuito come tutti i suoi sorrisi, anche quelli  che vi fa da sveglio, e vedrete tutto in un'ottica diversa, ottimista. Se poi, e di questo mi occuperò nei prossimi giorni, vostro figlio o vostra figlia, dorme direttamente nel lettone con voi, tra voi e la vostra metà, be', non dovete neanche fare la fatica di alzarvi, povero baubau.

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Secondo giorno: che stanchezza!

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on 20 Mar
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Eccoci di nuovo qui. Secondo giorno. A questo punto seguendo i canoni narrativi, dovrei cominciare a disseminare il testo di particolari, suggestioni, che in qualche modo mi rendano a voi più familiare. Più di quanto non abbia fatto con le poche parole spese ieri. Ho già parlato dei miei quattro figli, è vero, Lucia, di 10 anni, Tommaso, di 6, e i due gemellini, Francesco e Chiara, che faranno sei mesi sabato. Ho anche raccontato, di sfuggita, che la notizia del loro arrivo, quando ancora Francesco e Chiara erano due embrioni, ci è arrivata addosso spiazzandoci. L'ho fatto così, giocando a carte scoperte e usando il plurale, cogliendo due piccioni con una fava. Da una parte, infatti, mi sono dimostrato fragile ai vostri occhi, magari intenerendovi e quindi creando empatia, dall'altra ho introdotto la mia dolce metà, Marina, il ché, in un sito che è abbondantemente frequentato da mamme, non può che essermi d'aiuto. Ho detto che lavoro faccio, e ci ho anche scherzato su, dicendo che nessuno mi prende sul serio. Insomma, ho iniziato sì a familiarizzare con voi, e oggi dovrei proseguire in questa direzione. Magari dovrei raccontare un aneddoto divertente, qualcosa che mi metta in luce come padre affettuoso, o come papà goffo nel gestire una famiglia numerosa in una città difficile come Milano. O meglio ancora, dovrei intenerirvi raccontandovi, non senza soffermarmi sapientemente in dettagli dolci al limite dello stucchevole, del biglietto che ieri mi ha scritto Tommaso, o del braccialetto coi soli che ridono che Lucia mi ha fabbricato con le sue mani amorevoli. Poi potrei dirvi della gioia nel passare la prima festa del papà anche con i due cuccioletti, inconsapevoli della festività, ma non per questo meno attenti nel riversare su di me e sulla loro mamma, ma anche sui loro fratelli maggiori, tutte le attenzioni che la loro piccola età consente loro. Insomma, di cose da dire, volendo e potendo, ne ho parecchie. Invece sono stanco, perché ieri ho lavorato tutto il giorno a un nuovo libro, a un evento dal vivo e alle prossime puntate del programma che tengo ogni giorno in radio, e non appena ho finito ho dovuto aiutare mia figlia a ripassare grammatica, che oggi la maestra di italiano interroga, e poi ho dovuto aspettare fino a tardi per dare la poppata a Francesco, ben oltre la mezzanotte, e stamattina, alle cinque, ero già sveglio, un po' per l'insonnia che mi accompagna da sempre, un po' per il russare dei due cuccioli in camera, non esattamente un toccasana per il mio sonno ultraleggero. Insomma, sono a pezzi, e questo è un blog, non un libro, quindi star qui a farmi beffe di voi mettendo in campo i trucchi del mestiere per risultare simpatico anche mentre ho più rughe in viso di Keith Richards e vorrei solo e soltanto dormire, ma mentendo, mi sembrerebbe poco carino. So già, però, che al secondo sorriso di Chiara o al primo discorso sconclusionato di Francesco, fatto di lallazioni ovviamente senza senso, o magari al racconto surreale di Tommaso sul suo giorno di vita ordinaria a scuola o a una confidenza di Lucia tutta la stanchezza sarà passata e tornerò in forma come prima.

 

PS

Se siete a Milano e avete voglia di partecipare a una presentazione di un libro interessante (il libro e la presentazione), venite oggi alle 18 e 30 alla Libreria Popolare di Via Tadino, in Via Tadino 18. Qui io, Gianni Biondillo, Marco Felisa e Giorgio Tartaro presenteremo BimbiMilano dalla A alla Z di Severino Colombo (NoReply Editore). Portate anche i bambini, in caso.

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Buona festa a tutti i papà!

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on 19 Mar
in Il blog di Michele Monina

“Mamma mia, due gemelli, che belli. Anche io ne avrei sempre voluti due insieme, così non ci pensavo più.”

“Io ne ho altri due, di dieci e sei anni, sono quelli lì davanti...”

“...”

 

“Mamma mia, due gemelli. Anche io quando ho saputo di essere incinta ci ho pensato, una paura...”

 

“Mamma mia, quattro figli. Sicuramente a casa vostra non vi annoiate!”

 

Ora, a parte la singolarità di approcciare un multi-papà in giro coi propri bambini, quattro nello specifico, con una frase che comincia tirando in ballo una mamma, questo è in genere il tipo di frasi che mi sento ripetere ogniqualvolta mi capita di aggirarmi per Milano in compagnia di Lucia, 10 anni, Tommaso, 6 anni, Francesco e Chiara, quasi sei mesi, i miei figli. A proposito, mi presento, io sono Michele. Michele Monina, il multi-papà di cui sopra, e di lavoro faccio cose, conosco gente. In realtà sono uno scrittore, altrettanto prolifico che come papà, con quaranta libri sfornati in circa quattordici anni di attività, ma stando alle facce dubbiose di tutti i miei interlocutori nel momento in cui pronuncio la parola “scrittore” nel tentativo di occupare la casella occupazione all'interno di una chiacchierata informale, credo che la vecchia formula coniata da Nanni Moretti in Ecce bombo, a volte, sia la migliore a disposizione per descrivere quel che faccio, con buona pace dei miei editori.

Da oggi, festa del papà, terrò qui questo blog in cui vi racconterò le mie esperienze di padre di una quasi adolescente, di un bambino e di due neonati.

Prima di chiudere queste poche righe, che poi sarebbero semplicemente un modo come un altro per presentarsi, posso solo dire che solitamente suggerisco a chi rimpiange di non avere avuto due gemelli di farsi trovare dalle parti di casa mia verso l'una di notte quando, con gli occhi a serranda abbassata io e mia moglie diamo l'ultimo biberon della giornata ai nostri piccoli, ben consci che domattina, alle sei e tre quarti, suonerà come sempre la sveglia, o magari verso mezzogiorno, quando Francesco e Chiara danno vita a una delle loro performance dadaiste mentre mangiano le loro prime pappe. Che la prima reazione che io e Marina, mia moglie nonché madre dei quattro figli di cui sopra, abbiamo avuto nel sapere che Lucia e Tommaso avrebbero avuto non un fratellino o una sorellina, ma un fratellino e una sorellina, cioè che noi avremmo avuto due gemelli, non è stata di paura, ma quantomeno di spaesamento, seguito a circa un mese di silenzio, ma che ora è solo e soltanto di pura gioia. Che la noia, in effetti, a casa nostra è stata bandita da tempo. Da oggi potrete averne prova leggendo questo blog, e buona festa del papà a tutti i papà online.

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