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Crescita ed educazione

Se volete consigli sull'educazione dei bambini, questa è la pagina che fa per voi, con articoli di approfondimento che vi aiuteranno a capire meglio i vostri figli e ad accompagnarli nella fantastica avventura della crescita. Scrivono per noi gli esperti di ASP - Associazione italiana Psicologi (link www.asp-psicologia.it).

 

Nella foto Nicolò Gaj, psicologo e membro della Commissione Scientifica dell'associazione.

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Home SOS PSICOLOGIA Crescita ed educazione Maternità: perché gli uomini non capiscono le difficoltà
Maternità: perché gli uomini non capiscono le difficoltà

L’idea che una donna sia “naturalmente” anche una madre è un’idea nefasta condivisa sia dagli uomini che dalle donne proprio perché crescono e vivono entro lo stesso substrato culturale (ne abbiamo parlato in un articolo precedente sulle difficoltà che una coppia deve affrontare quando nasce un figlio). Si assiste ad una sovrapposizione di senso tra la biologia e la psicologia: “se sei una donna, quindi una madre, sai come ci si comporta”. La prima conseguenza di questo pensiero è che gli uomini tendono a delegare alla donna tutti i compiti relativi alla gestione dei figli; a volte lasciano che sia la donna ad occuparsi di tutto perché vivono rispetto alla “competenza materna” una specie di senso di inferiorità e sono convinti che “lei sappia sempre ciò che è giusto fare”. La seconda conseguenza di questo pensiero concerne il senso di inadeguatezza e la vera disperazione che spesso le neo-mamme affrontano all’arrivo del primo figlio: “dovrei essere naturalmente una mamma ma mi sento un’incapace”, “dovrei desiderare di gestire mio figlio ma in realtà mi sta facendo impazzire, quindi sono una mamma orribile”, etc. Questi pensieri, intimamente legati all’assunzione improvvisa di enormi responsabilità e ad un senso di solitudine, sono spessissimo l’espressione principale di quel fenomeno comunemente conosciuto come depressione post-partum.

I modelli culturali  costituiscono delle rappresentazioni di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; di ciò che è o non è desiderabile, ci aiutano cioè a orientarci rispetto ai nostri comportamenti e alle nostre scelte di vita offrendoci delle linee-guida di riferimento. Quando ci comportiamo in modo coerente con qualche tipo di modello culturale di riferimento ne ricaviamo un senso di adeguatezza, quando non lo facciamo corriamo il rischio di sentirci “sbagliati”.

L’emancipazione della donna, insieme alla ventata di rinnovamento portata dagli anni ’70, non è andata a sostituire l’approccio tradizionale alla famiglia ma sembra piuttosto essere andata a sovrapporsi a quest’ultimo. Ciò ha creato una grande confusione perché laddove sussitono modelli diversi che entrano in contraddizione nasce la necessità di effettuare delle scelte, di decidere da che parte stare. Gli uomini di solito non si sentono in questa posizione perché non sentono di dovere scegliere; la meravigliosa coerenza del loro ruolo molte volte esita in condotte rigide. Le donne, d’altra parte, si trovano dilaniate entro un fenomeno che in psicologia si chiama ‘doppio legame’. Si tratta di una condizione entro la quale qualunque scelta fatta è una scelta sbagliata e inoltre, non è possibile non scegliere. Qualunque scelta fatta avrà come conseguenza un senso di manchevolezza; che si scelga di non avere figli e inseguire un’affermazione professionale o che si scelga la via dell’essere mamma a tempo pieno (non lavorando), la conseguenza sarà comunque un senso di perdita o di inadeguatezza che, in molti casi, può precedere una perdita di autostima. Spesso quindi la donna media decide di svolgere il ruolo di mamma ma anche di occuparsi della casa ma anche di lavorare ma anche di essere moglie. Questa condizione tuttavia, dato che richiede energie fisiche e mentali spaventose, è spesso insostenibile e generatrice di stati di malessere, esaurimenti nervosi e, naturalmente, di crisi coniugali.

Nella maggior parte dei casi all’uomo manca davvero la possibilità di comprendere la contraddizione implicita nel ruolo femminile. Non si tratta, naturalmente, di un deficit cognitivo quanto piuttosto dell’impossibilità di vivere in prima persona questo tipo di esperienza. La conseguenza di ciò è che spesso una comprensione razionale non è seguita da una vera comprensione empatica.

Se si domanda ad un uomo il perché di una condizione di crisi successiva alla nascita di un figlio, molto spesso nella risposta si sentirà fare riferimento a perdita dell’equilibrio o della sanità mentale da parte della compagna: “E’ uscita di testa dopo la nascita di Marta”, “dopo l’arrivo di Filippo Anna non ha più voluto avere rapporti sessuali”,  “ha iniziato ad occuparsi solo ed esclusivamente di suo figlio e io sono diventato per lei come un complemento d’arredo”. La maggior parte degli uomini non è nemmeno sfiorata dal pensiero che la propria compagna stia soffrendo  per le conseguenze della maternità; la maggior parte delle donne si guardano bene dal dirglielo perché spesso vivono questa condizione come una loro vergognosa mancanza. La conseguenza di ciò è che l’uomo assiste ad un fenomeno incomprensibile che tenta di spiegare con gli elementi ed i significati dei quali dispone: “se la donna è naturalmente e biologicamente mamma, non può soffrire per le conseguenze della maternità; quindi forse è impazzita”. L’uomo medio non è costretto da un doppio legame, vive un ruolo apparentemente coerente, non rischia solitamente di perdere la propria autostima; in definitiva non è costretto, a differenza della donna, ad alcun cambiamento nel passaggio dal ruolo di individuo al ruolo di padre. A volte, inoltre, soffre a sua volta il senso di abbandono da parte della compagna e vive un grande carico di responsabilità e fatica per il fatto di doversi occupare del sostentamento economico della famiglia.

Questo tipo di situazione, naturalmente, può portare un grande carico di sofferenza per tutti, uomini, donne e bambini. In moltissimi casi, quando i due partner non giungono ad una separazione, iniziano però ad allontanarsi l’uno dall’altro sebbene magari vivano sotto allo stesso tetto. L’allontanamento tra i due genera ulteriori incomprensioni andando ad innescare un circolo vizioso che allontana sempre di più i genitori e mette via via i figli sempre più al centro dell’attenzione, iper-responsabilizzandoli.

Come uscire da questa situazione? Comunicando. Parlando senza vergogna al proprio partner delle proprie fatiche e delle proprie difficoltà. Ed emancipandosi.  Prendendo un po’ le distanze da quello che ci sembra che gli altri si aspettino da noi e  iniziando a domandarci più spesso: “che cosa desidero io?” Questa risposta è importante. Molto.

Davide Sacchelli, presidente di ASP - Associazione italiana Psicologi

 

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