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Una nonna fortissima

I blog di Che Forte!

Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.

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Ieri, oggi... domani?

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L'utente non online
on 27 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

Ieri sera ripensavo al racconto che vi ho fatto sulla mia adolescenza: le calze di nylon, il primo paio di scarpe con il tacco, la minigonna.

 

Tutte lotte che le ragazzine di oggi nemmeno si sognano, visto che già da bambine si comportano da adulte, aiutate spesso in famiglia a sembrare più grandi. E hanno la vita facile: il progresso in trent’anni  ha rovesciato (per fortuna) le abitudini e ha spianato la strada alle comodità.

Ma qualche volta mi chiedo se la morale era proprio necessario stravolgerla.

Io sono nata in un’altra epoca e mi piace raccontare alle ragazzine di oggi cos’abbiamo patito noi nonne. E quale erano i princìpi che ci inculcavano.

 

Nel racconto di ieri mi ero completamente dimenticata del… reggicalze. Ah, niente a che vedere con quelli sexy e bellissimi di oggi! Non ridete, ma i reggicalze dei miei tempi erano ben diversi. Cominciamo col dire che esistevano anche allora (credo, anzi sono sicura) dei reggicalze decenti. Solo che in casa mia soldi ne giravano pochini e tutto era all’insegna del risparmio. Quindi il mio primo reggicalze era fatto a mano. Che detto così pare una bella cosa, ma in realtà era un cordone di elastico alto un dito e mezzo a cui si cucivano a mano quattro bretelle con i ganci a cui si abbottonavano le calze. Bisognava stare attentissime: se la bretellina a cui era abbottonata la calza era troppo corta il rischio era che, camminando, scendesse pure il reggicalze.

Ovviamente le prime volte mi è successo.  Un imbarazzo terrificante: ad ogni passo scendeva, il maledetto, arrivava prima ai fianchi, allora tu rallentavi fino a fare passetti tanto piccoli da sembrare una geisha, poi all’inguine e lì sudavi freddo. La fortuna ha voluto che una volta fossi sotto casa e l’altra nei pressi di casa di un’amica, scongiurando così il pericolo di mostrare l’attrezzatura in pubblico.

Ma al contrario, se la bretellina era troppo lunga, le calze si arrotolavano inesorabilmente alla caviglia.

E tu, che eri uscita di casa con un vestitino niente male, ti demoralizzavi subito sentendo che le maledette calze si erano appisolate sul piede.

Un traffico, ve lo dico io. Era difficilissimo apparire attraenti (e non dico sexy) con tutta quella serie di equilibri da mantenere. Invidiavi tua madre che in anni e anni di frequentazione di reggicalze aveva raggiunto una posizione stabile.

E poi parliamo delle calze. Più erano sottili, più eran belle, ma si smagliavano anche solo se sospiravi. Se eri così fortunato da bloccare la smagliatura sul nascere, con ogni cautela le toglievi e le rammendavi. Con la mia abilità manuale non era uno scherzo rammendare: venivan fuori dei bubboni che, infilati poi nelle scarpe, ti facevano nascere le vesciche.

Care ragazze, non era per niente facile ai tempi esser donne!

 

Poi un genio ha inventato i collant. E un altro genio ha inventato la microfibra. Ora vorresti che i collant in microfibra si  rompessero qualche volta, perché non ne puoi più. Ne compri un paio e ti dura settant’anni.

 

E siccome non sono mai contenta, ora spesso preferisco i calzettoni di lana, sotto i pantaloni. Dopo tutte le lotte fatte per le calze “fini”. Ma sarò strana!

 

Ogni tanto mi chiedo che cosa inventeranno quando mia nipote Isabel  (cinque mesi) sarà grande. Un fatto è sicuro: voglio proprio raccontargliela, questa cosa delle calze. Voglio vedere che faccia farà. Io dico che non mi crederà nemmeno se giuro che è vero.

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