bruco
 

Una nonna fortissima

I blog di Che Forte!

Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.

Iscriviti al feed Viewing entries tagged piccolo

Discriminazioni

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 07 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

Nella casa dove abitavo da bambina abitava anche un maschietto  di qualche anno più piccolo di me, Emilio. Stava ore e ore a giocare da solo. Se si avvicinava agli altri bambini subito c’erano urla e schiamazzi, tutta la gente usciva dalle case e affacciata alla ringhiera assisteva agli interminabili litigi la cui causa era sempre lui, il bambino con cui nessuno voleva giocare.

 

Non era più vivace degli altri, non disturbava più degli altri, era semplicemente meridionale e nessuno lo voleva.

 

Emilio a me faceva pena. E mi stava simpatico, perché per indole non amo le ingiustizie. Io abitavo di fronte e lo guardavo stare per ore con le gambe penzoloni, attaccato con le mani alla ringhiera. Lo curava una zia anziana perché la mamma lavorava in fabbrica. E a quei tempi ben poche donne lavoravano fuori casa.

 

Il fatto che fosse meridionale pesava eccome sulla faccenda. E anche il fatto che la mamma lavorasse. Era un po’… sconveniente, diciamo. Almeno, questo era quanto leggevo nelle chiacchiere di cortile delle donne. Un paio di battute del tipo “Ma stesse a casa a guardare il figlio, piuttosto…” mi erano bastate per farmi un’idea precisa.

 

Lo dico perché al piano di sopra abitava una famiglia toscana. Papà camionista, mamma domestica a ore e figlio. Ma nessuno discriminava Renzo, il figlio. E nessuno diceva le stesse cose della sua mamma.

 

I “terroni”, come li chiamavano nel mio condominio abitato soprattutto da milanesi, erano diversi. Come diversi? Ah… beh, intanto  si dice che coltivano i pomodori nella vasca da bagno. Peccato che in quelle case di ringhiera non ci fossero bagni (solo servizi in comune) quindi neanche a parlarne di vasche. E poi puzzano. E qui mi veniva da ridere, ma da ridere davvero.

 

Uno dei passatempi preferiti delle pettegole del palazzo era guardare COSA e QUANTO  bucato stendessero i coinquilini. Anche mia mamma non faceva eccezione. “Ahhhhh… quelle lenzuola lì non sono mica sue, quella lava per qualcun altro!” naturalmente c’entrava solo parzialmente col fatto che consumasse acqua che tutti pagavamo. Oppure “Come fa a dormire in un letto con le lenzuola verdi?” Già, allora erano una rarità, si usavano solo lenzuola bianche. Ma non posso non ricordare i commenti sulla biancheria intima. “Quelle mutande lì sono nuove! Ma quante ne ha? L’altro giorno ce n’erano stese almeno dieci paia!”. Una dichiarazione dei redditi fatta sulla biancheria intima.

 

Ma in tutto questo avevano da dire soprattutto sulla mamma di Emilio, che dopo una giornata in fabbrica veniva a casa e lavava a mano (lavatrici al tempo, niente) la biancheria. “Ma lava anche oggi? Ha steso ieri!”. Insomma, non andava mai bene niente. Dimenticavo: uno degli insulti che gridavano dietro al povero Emilio era “Vunciùn!” (sporcaccione, nel senso di uno che si lava poco). Mettetevi d’accordo. O la mamma lava per hobby, o non può essere sporco, il povero Emilio.

 

Eppure non sono cresciuta razzista. Tanto che ho sposato un bravo ragazzo pugliese, in un periodo nel quale non si affittavano case ai terroni (con tanto di cartello).

 

Per la cronaca, Emilio si è diplomato brillantemente, era un bravissimo ragazzo ed ha un ottimo posto di lavoro. Ma purtroppo le befane che gli rendevano la vita difficile son morte prima di saperlo.

 

Oggi vedo mio nipote Leonardo che gioca con tutti i compagni, di ogni colore e lingua. Anzi, uno dei suoi migliori amici all’inizio dell’anno di scuola materna non parlava nemmeno una parola di italiano. Ma si capivano benissimo.

 

Erano buffissimi. Leonardo avvicinava Gabriel e chiedeva “Posso PENDELE questo gioco?”. Gabriel ovviamente non capiva e diceva “Uh?” ma mio nipote lo prendeva come un sì e si allontanava soddisfatto. Qualche scaramuccia è nata quando Gabriel ha cominciato a capire e a rispondere “No”. Ma niente di irrimediabile.

 

Sono bastati sei mesi ed ora la mamma di Gabriel confessa che spesso il piccolo usa parole italiane di cui nemmeno lei conosce il significato.

 

 

I bambini senza preconcetti sono meravigliosi. Sarebbero belli pure gli adulti.

 

Hits: 193 0 Commenti Continua a leggere
2 voti

Facciamo finta che...

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 21 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

 

Io credo che ogni bambino abbia un sacco pieno di fantasia nella sua testolina.

 

Ogni tanto c’è la necessità di aprire quel sacco, tirarne fuori un po’. E sono convinta che a loro piaccia molto.

 

Dai in mano a un bambino un… niente, e la fantasia si scatena. Due cuscini sul divano diventano una capanna. La scatola vuota dei biscotti l’ospedale degli animali. Un pezzo di carta ritagliato e ci si inventa un re.

Il fatto è che i bimbi moderni non hanno mica tempo di aprire quel sacco. C’è ovunque qualcuno pronto a sostituirsi al sacco. I giochi già predisposti, che superano a volte la fantasia dei bambini. C’è la tv.

Quand’ero bambina io il gioco ricevuto da Gesù Bambino diventava, volere o volare, il protagonista attorno al quale scatenare la fantasia.

 

E se era una bambola il gioco era facile: dagli con i vestiti, cullarla, inventarsi un lettino (con – appunto – molta fantasia) una collana fatta con l’elastico e un bottone. La parola d’ordine con le amiche era “facciamo finta che…”.

“Facciamo finta che tu sei la mamma che va a fare la spesa” e giù a litigare perché tutti volevano fare il salumiere che aveva – santa patata – dei sassolini che erano i soldi,  dei pezzetti di carta per incartare la spesa, dei fagioli secchi (che in casa mia non mancavano mai) delle foglie, rametti etc etc. Un’apoteosi di cose a sua disposizione, insomma.

 

I maschi di solito l’avevano vinta: facevano i bottegai. Ma noi femmine ci vendicavamo andando dalla sarta (tiè) e quindi perdendo tempo a tagliuzzare ritagli di stoffa che diventavano abiti che più originali non si può.

 

L’anno in cui Gesù Bambino ha avuto la bontà di regalarmi un piccolo pianoforte sono entrata in crisi. Va bene la fantasia, ma dopo aver strimpellato e cantato, facendo finta di essere una cantante, un paio di volte, i miei amichetti si son stufati di brutto. E quindi sono tornata alla bambola dell’anno prima, che nel frattempo aveva avuto un incidente da usura: era senza una gamba, porella.

 

E giocavamo per ore e ore, mica ci si stufava. Anche perché non c’era alternativa.

 

Anzi no. L’alternativa c’era: i giornalini. Oddio quanto ho amato Paperino, Topolino e compagnia bella. Ancora oggi mio marito a volte mi chiama e dice “Guarda, in tv c’è Paperino!” e io corro a vedere.

 Ho imparato a leggere prima di andare a scuola, da un cugino “grande” che ha abitato per un po’ di tempo da noi. E lì mi si è aperto un mondo. Leggevo ovunque e in qualsiasi momento.  A volte mi immaginavo di essere Paperina, che trovavo irresistibile. Ed ero così immersa nella mia fantasia che mia mamma aveva un bel chiamarmi: manco la sentivo.

Poi c’era il commercio dei giornalini. Tu mi dai un Topolino vecchio e io ti presto un Corriere dei Piccoli della settimana scorsa. I giornalini erano una preziosa merce di scambio. Io ne compravo ben pochi, ma non so com’è, in casa mia ce n’erano sempre un po’ di copie, non mi ricordo assolutamente da dove venissero.

 

“Facciamo finta che…” ha funzionato anche con mia figlia. Anche se lei aveva un sacco di giocattoli, il sacco della fantasia lo si apriva lo stesso. C’era sempre qualcosa da inventarsi. E confesso che mi divertivo come una matta, tornando bambina e giocando con lei. Ma anche guardandola giocare con le sue amichette. Un “facciamo finta che…” saltava sempre fuori.

 

Quando una cosa ti entra in testa, passassero mille anni, ti ritorna. Tant’è che pure con Leonardo è scattato il “facciamo finta che…” e gli piace un mucchio. Anzi, a volte mi anticipa. “Nonna, facciamo finta che tu sei un leopardo” e mannaggia, lì ce ne vuole di fantasia, ma va bene! “Anzi, no, tu sei un DINOSAUO piccolo, io uno GANDE”. Perché la fantasia fa bene, ma con un occhio all’opportunità. Lui si tiene sempre l’animale più forte, non c’è verso.

E allora divento un dinosauro piccolo ma furbissimo. Così lui, che ha quello grande, sì, ma un dinosauro un po’ babbeo, chiede di fare cambio, ma non perché vuole vincere. Semplicemente gli piace che quel piccolo dinosauro si sia inventato tante cose. E quando ottiene il cambio, aggiunge qualche furbata frutto della sua, di fantasia.

 

Alla fantasia bastano  tre parole magiche “facciamo finta che…”.

Hits: 157 0 Commenti Continua a leggere
3 voti

Il gippone

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 10 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

Non sono una fan delle automobili di grossa cilindrata: in realtà non me ne importa un bel niente delle auto e non so nemmeno distinguere marche e modelli. Se mi si chiede che auto ho, devo pensarci su un attimo, mica me lo ricordo subito. Considero l’auto un mezzo di trasporto e come tale le mie pretese sono ben poche: che funzioni, che sia sufficientemente comoda e che tenga la strada. Essendo robusta io, con i piedi ben piantati per terra, non amo le auto “leggere”, quelle che ti volano via dalle mani.

 

Certo, se diventassi milionaria e potessi scegliere un’auto che mi piace, sceglierei una di quelle gippone fantastiche che sembrano piccoli carri armati e che quando li vedi da lontano ti sposti perché i fari, pure  da spenti, sembrano minacciosi e ti fanno paura. Ho i miei buoni motivi, per questa scelta.

 

Ma non sono milionaria e quando si è trattato di cambiare la mia vecchia auto, due anni fa, per necessità, sono stata inflessibile: “Ho il piccolo da trasportare, quindi che sia cinque porte e robusta”. I particolari li ho lasciati a mio marito. Ora ho un’utilitaria che fa il suo mestiere senza infamia e senza lode.


Quando vado in giro da sola o con adulti ho una guida abbastanza brillante. Chi abita in città sa che gli imbranati sono quanto di peggio di possa capitare. Noi cittadini siamo abituati ad avere centocinquanta occhi e a prevedere i pericoli duecento metri prima, magari pensando  di poter fare dieci chilometri in dieci minuti. Ricordo qualche anno fa, quando venne ospite da me una mia amica, Gabriella - abile guidatrice -  che vive in una cittadina della costa abruzzese. Traffico lì ce n’è, soprattutto d’estate con i turisti. Ma quando mi ha visto alla guida, attenta ai mille slalom delle auto milanesi mi ha guardato e mi ha detto “Ma io non potrei mai abitare qui!”.

 

In ogni caso, quando sono sola è un discorso. Ma quando trasporto Leonardo (Isabel ancora non è stata mia ospite) cambia il giro del fumo. E siccome non sono il dottor Jackil e Mr. Hide, sono prudente ma non rimbambisco tutto d’un botto!

E’ in quei momenti che vorrei essere milionaria: avrei il gippone! E con un gippone sotto le mani, avete ben poco da fare gli spiritosi, cari i miei automobilisti  maschi, sempre pronti a soverchiare la guida femminile! Perché vi vedo, sapete? Guardate chi guida, rapido calcolo mentale di un secondo e poi TIE’, ti sorpasso e inchiodo tanto che mi fai, scendi e mi meni?! Oppure ti taglio la strada così devi frenare bruscamente e ti faccio pure un mezzo sorrisino. Fra uomini ve lo fate molto, ma molto meno. Sono più che sicura che odiate le donne al volante anche se sono decisamente più brave di voi. Vedo mio marito: se c’è un’auto che non è veloce come un fulmine a parcheggiare “Ehhh, signora mia…”. E manco ha visto chi guida, razzista a priori! Se un’altra macchina non parte a razzo a semaforo propizio “Ma dai cara, DAIII!” al femminile, ovviamente. A volte pianto giù una questione, a volte son troppo stanca di dire le stesse cose. Evvabbè, pensala come ti pare.

 

Ma se vado a prendere Leonardo all’asilo, o lo accompagno da qualche parte mi si accendono anche i sensori periferici. Sono prudentissima,  e so che mi credete. Prudentissima però non vuol dire ebete.  Soprattutto sono così brava che ingoio i soprusi. Lascio che uno  stolto (maschio, quasi sempre) mi sorpassi, strombazzi e riesco perfino a non abbassare il finestrino per insultarlo. Uh, mi ribolle il sangue, figurarsi! Ma il massimo che mi esce dalle labbra è “Mannaggetta!!” quando vorrei urlare gli improperi più proibiti. Al che Leonardo – a cui non sfugge niente – chiede spiegazioni. “Perché dici mannaggetta, nonna?”. “Tesoro, perché il signore che guida quell’auto suona, ma il semaforo non è ancora verde” (pure questo capita). “E’ un PEPOTENTE, nonna?” e non solo, amore della nonna, non solo.

 

Ecco, è in quel momento che mi appare fulminea la scena. Io che guido il gippone e che con uno di quei ruotoni pazzeschi  gli salto sul cofano, schiacciandoglielo: ovviamente procurando danni solo all’auto. Ed è lì che mi piacerebbe guardarlo negli occhi terrorizzati e dirgli “E allora, babbeo? (lo so, babbeo non si usa più, ma ho promesso che qui non avrei mai scritto parolacce) Ridi, coraggio, ridi che ti disfo anche il resto, su.”. La visione termina con me che rido, non lui. Una gran bella visione, oh, là!

Certo, non sarebbe un bell’esempio per Leonardo, cinturato sul sedile posteriore. Però onestamente a volte penso che pure Leonardo avrà la patente, un giorno. Ed è maschio, mannaggetta.

Un corso di buone maniere? Ma mica serve! Gli uomini, anche i più miti ed educati, si trasformano, alla guida di un veicolo.

Mostri che non siete altro, datemi un’auto come dico io e… No, meglio di no, diventerei come loro.

Forse è per questo che non avrò mai un gippone, sigh.

 

Hits: 168 0 Commenti Continua a leggere
4 voti

Nonno, che passione...

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 09 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

I nonni? Non sono tutti uguali: c’è la nonna (con la a) e il nonno (con la o). Ed è lì la differenza, in quella vocale. Sono un altro mondo. Almeno, per quel che mi riguarda.

 

Il nonno dei miei nipoti, che è casualmente anche mio marito, non poteva fare eccezione. Lui appartiene a quella generazione di padri che vedevano crescere i figli come fosse opera dello Spirito Santo. Cambio pannolini? Ma.-ma.-ma…. Su, dai, è piena di CACCA! Ti pare che posso farlo io? Pappa? Si limitava a scuotere la testa e a dire “mangia, su…”, per tacere delle minacce tipo “se non mangi viene l’uomo nero o l’uomo cattivo”. Febbre alta? Sopracciglio corrucciato e “io andrei al pronto soccorso” che ti aiutava tantissimo ad andare in panico.

I padri fra loro si conoscevano ben poco: le riunioni scolastiche erano piene di mamme che scappavano dall’ufficio e arrivavano trafelate superando ogni record di slalom nel traffico e parcheggiando a ottocento metri dalla scuola. Papà? Beh, lui lavora… LUI.

Mica che questi padri non amassero i figli, figurarsi. E’ che crescerli e viverli era compito della mamma. O al massimo della nonna.

 

Non dico che i tempi son (per fortuna) cambiati: sarei scontata. Ma devo dire che riesco ancora a stupirmi di come il papà dei miei nipoti sia abile nel cambiare pannolini, gestire due bimbi piccoli senza perdere la pazienza e andare nel panico, e sia assolutamente intercambiabile con la madre.

 

Ma, per tornare ai nonni, l’orgoglio e l’istinto di protezione di un nonno supera di gran lunga quello paterno! Il nipote ideale di mio marito è quello che non “osa” correre troppo forte perché potrebbe anche cadere e…. scandalo, scandalo, farsi male a un ginocchio. E’ quello che se c’è un gradino vorrebbe che il nipote treenne lo aspettasse per farsi aiutare a “scalarlo”. Il nipote ideale è quello che se deve fare una corsetta o un salto mette nastro isolante sugli spigoli, sta lontano da eventuali muri (si batte la testa, santo cielo!), insomma, rinuncia a saltare, che è meglio!

 

Ma la sana follia raggiunge il culmine se uno dei nipoti non sta bene. Tu, nonna casalinga, sei appena tornata dalla casa dove il piccolo accusa un po’ di mal di testa. è un po’ mogio e insolitamente tranquillo. Non posi nemmeno la borsa e le chiavi della macchina che ti senti dire “Telefona!”. Al che ti volti, lo guardi e stai per dire “Ma sto tor…”. “TELEFONA! Che magari sta peggio!”. Sì, confesso che è ottimista in questi casi. Ma nel fondo del tuo cuore di nonna esce l’assurda vocina “E se sta davvero peggio?” Allora sospiri, chiami, e tua figlia giustamente ti dice “Ma se sei appena andata via! Certo che sei di un apprensivo… E’ solo un po’ stanco, te l’ho detto”.

Tiri un sospiro di sollievo e due improperi  in cuor tuo indirizzate all’uomo che hai sposato e pensi di essertela cavata. Sei stanca, c’è la cena da preparare, pensi di lavarti le mani e iniziare ma lui ti segue in bagno e inizia “Perché è piccolo… Non si spiega ancora bene (errore madornale: mio nipote si spiega benissimo) e poi due settimane fa è caduto, ti ricordi? Ha battuto la testa! Magari al pronto soccorso han sottovalutato quella botta e adesso saltano fuori le conseguenze!”. Tu   sei già apprensiva di tuo e cerchi disperatamente di essere razionale dicendoti che è stato portato al pronto soccorso per pura precauzione, e che i genitori son stati rassicurati.

Lui, il nonno agitoso, vorrebbe che tu chiamassi di nuovo, ricordando alla madre l’episodio, in modo che “si ricordi di quella caduta e sia consapevole, che non si sa mai!”. Ma ti rifiuti: ti rifiuti di agitare i genitori e di chiamare di nuovo. Solo che,  per  punizione,   te lo sorbisci per tutta la sera come sottofondo alla cena e al dopocena. All’alba del mattino dopo la telefonata è d’obbligo, come pure il sospiro di sollievo nel sentire che il piccolo ha dormito 12 ore e che ora è più vivace che mai.

 

Ma questo nonno, ex padre “crescere i figli è opera dello Spirito Santo”, si interessa anche  ai problemi intestinali della nipotina di tre mesi. Chiede al telefono – ovviamente tramite me – se “ha fatto la cacca” e se “era molle o un po’ duretta”. Un esperto in feci neonatali, insomma.  

 

Io di pazienza ne ho sempre avuta molto poca, lo confesso. Un po’ mi è venuta con l’età, e ne sono enormemente orgogliosa.

 

Ma potete darmi torto se a volte mi scappa per colpa del nonno?

Hits: 182 4 Commenti Continua a leggere
2 voti

Siamo su Facebook