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Una nonna fortissima

I blog di Che Forte!

Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.

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L'abito di Pasqua

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on 06 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

A Pasqua una cosa era certa: avrei avuto un vestito nuovo. E non ero affatto contenta.

 

Parlo di quando ero bambina, ovviamente. La Pasqua, volere o volare, segnava il cambio di stagione. Non era solo un’abitudine nostra, ricordo. Bisognava per forza mettere il soprabito (anche con un tempo da lupi) o il tailleur (in realtà   un completo gonna più giacca, ma era fichissimo chiamarlo tailleur).

Se penso alla Pasqua mi viene in mente il freddo. Ora, almeno qui a Milano, capita meno spesso, ma mi ricordo di giornate pasquali con vento e pioggia, un binomio che detestavo anche perché il vento mi spettinava e la pioggia  completava il tutto e rendeva i miei capelli un orrore. Comunque avevo un vestito nuovo, ecco. Era pure una necessità, perché quello dell’anno prima col cavolo che mi andava. Mia mamma era straordinariamente abile nel convincere mio padre che quello “scampolo” che sarebbe diventato un vestito per me,  era un avanzo dell’abito della signora Carla (o Iside, o altre signore che si facevano confezionare abiti da mia mamma) e che la signora Carla non lo aveva voluto non sapendo che farsene. Mio papà, che aveva una vera e propria fobìa per il superfluo, brontolava di continuo per le spese eccessive (mi vien da ridere, quando mai si facevano spese superflue?). Spese eccessive erano per esempio abiti nuovi. A Pasqua però era meno intransigente: si sapeva che quel giorno bisognava avere il vestito nuovo per andare a Messa, quindi brontolava un filo di meno, ma con l’occhio sempre vigile. Io crescevo in lungo e in largo, c’era poco da fare. Se non mi volevano mandare in giro nuda, bisognava confezionarmi abiti nuovi.

Mia mamma comprava il fatidico “scampolo” di stoffa al mercato, qualche volta talmente a misura che per farci stare gonna e giacchetta bisognava fare tagli strategici. La gonna non ci veniva, a pieghe, quindi la si faceva svasata. La lunghezza non era sufficiente? Si faceva una fascia di 10 centimetri in vita, che non era il massimo dell’eleganza, ma tanto la giacca poi copriva. Certo, esistevano i negozi con capi confezionati, ma assolutamente non era in discussione farci acquisti: troppo, troppo cari. E poi avevamo una sarta in casa! E così, io che ero bambina ma già con un certo gusto per la moda, non avevo assolutamente mai l’abito che avrei voluto. E ci piangevo pure, di nascosto. Detestavo con tutto il mio cuore il giorno di Pasqua, con calzine bianche corte e abito nuovo senza stile. Aggiungiamoci che non era il modello che mamma riusciva a cavarne a non piacermi, ma gli “aggiustamenti”. Maniche a tre quarti strette perché non si poteva fare altrimenti. Colletto alla coreana perché a scialle (che mi sarebbe stato meglio) non ci veniva.

Quello che ho detestato di più in assoluto è stato un completo rosa antico: maniche a tre quarti, strette, collo alla coreana, un inspiegabile (per gli altri) taglio in vita, gonna a pieghe larghe con fascia in vita. Sembravo un sommergibile.

Peggio era con i vestiti estivi comunque, lì sì che venivano fuori cose orribili. Nascevano spessissimo da avanzi di stoffa quindi ne uscivano modelli bislacchi. Purtroppo il problema ero io: fossi stata magra, qualsiasi cosa sarebbe andata bene. Invece la sfiga era che magra non son mai stata. E quindi la maggior parte degli abiti mi faceva sembrare anche più cicciotta di quel che ero.

Il secondo problema era che mia madre, figlia di sarti piuttosto raffinati (lavoravano anche per La Rinascente, pur abitando in provincia di Venezia) non aveva ereditato la passione per il cucito. Aveva imparato dai genitori, e per arrotondare lo stipendio di papà faceva la sarta in casa, non sapendo fare altro. Ma la passione non c’era. E se c’è un mestiere che abbisogna di  passione è la sarta: basta una pences nel punto sbagliato, un taglio fatto in fretta, una stoffa non adatta a quel modello ed è il disastro. Niente passione, lo capivo dai suoi sbuffi, dalle sacramentate fra i denti e tremavo: anche l’umore incideva sul modello che aveva tra le mani. Quanti pianti, quanta vergogna ad andare in giro! Ma per fortuna gli anni passano.

Tornando a Pasqua, grazie al cielo l’usanza di esternare il cambio stagionale proprio in quel giorno non c’è più. E per fortuna, aggiungo, ci sono negozi e grandi magazzini. Almeno puoi provare un abito e, se ti sta male, sceglierne un altro. Sembra una stupidaggine, ora tutti comprano abiti confezionati. Ma provate a immedesimarvi in quel che avete letto e rifletteteci: siamo o non siamo fortunati, oggi?

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Somiglia a mamma o a papà?

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on 05 Apr
in Il blog di Michele Monina

La faccenda delle somiglianze meriterebbe molto più spazio delle poche righe che ho a disposizione oggi. E ne ho poche perché, somiglianze o non somiglianze, oggi dovrò andare io a prendere i due “grandicelli” a scuola, quindi non posso stare davanti al computer quanto vorrei. Ma la faccenda delle somiglianze meriterebbe davvero un approfondimento serio. Non c'è persona sulla faccia della terra che, vedendo un bambino, non si senta in diritto o forse addirittura in dovere di dire a chi somiglia. E non c'è soprattutto nonno o nonna, a volte anche zio o zia, che non si senta di garantire, giurando sulla testa dei propri figli, che tuo figlio o tua figlia è uguale, ma proprio uguale uguale, sputato, a te o tua moglie da piccoli, a seconda che si tratti di un tuo parente o di un parente di tua moglie. C'è chi addirittura esibisce vecchie foto ingiallite, tue o di tua moglie, pensando di avere in mano chissà che prova. Fortunatamente, però, quando eravamo piccoli noi, io e mia moglie, di foto se ne facevano davvero pochine, e di prove se ne possono esibire al massimo un paio. Del resto, questo è un fatto, i nostri piccoli assomigliano sempre a tutti e due, anche contro ogni evidenza. Il massimo, però, è quando uno dei suddetti parenti, si lancia in disamine sulle somiglianze caratteriali. Anche in ospedale, intendo, quando il piccolo o la piccola (nel mio recente caso entrambi, come ben sapete), hanno poche ore di vita e più che un piantarello non hanno ancora avuto modo di emettere. Io, in questi casi, assumo posizione a uovo, mi metto sotto il tavolo e aspetto che il pericolo passi, tanto i miei quattro figli sono praticamente mie fotocopie...

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Un cuore grande

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on 30 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

Leonardo ha un modo particolare di dire che vuole bene a qualcuno. Un giorno gli ho chiesto quanto vuole bene alla nonna. Ha allargato le braccine, in punta di piedi per far apparire ancora più grande questo bene e ha detto “Così!”. Ricambiato e anche di più, ovviamente: non c’erano dubbi. Ma ha molto pudore dei suoi sentimenti.  Due giorni fa, senza che nessuno glielo chiedesse mi ha detto “Nonna, lo sai che ti voglio tanto bene?”. Ed è strano, per lui. Quando combina qualche marachella si lascia andare di più: chiede un “abbraccione” e lo adoro quando fa così. E’ tenero da morire.

Ma ora ha una sorellina, Isabel, di cui non si mostra geloso. O meglio, apparentemente non sembra geloso. Ma i segnali ci sono, eccome.

Non si stupisce quando vede la sorellina accudita  da uno dei genitori, ma se contemporaneamente l’altro     prende in braccio lui, corre, eccome. La cena è il momento cruciale. Mangia poco, forse anche per via della varicella fatta a Natale, ma se lo si imbocca mangia di più. Insomma, è tornato piccolo anche lui, ed è giusto. Dividere l’affetto con una “estranea”, piccola per di più, è dura. Bisogna dire che vuole un gran bene alla sua sorellina: la cerca se non la vede, la abbraccia teneramente e la bacia.

Ho notato che se mi chiama per giocare e io rispondo che devo fare qualcosa con la sorellina (cambiarla, darle la pappa) lo chiede ancora, ma poi non lo chiede più.  Così come quando si fa un complimento a Isabel: lui abbassa la testina sul petto e aspetta, in silenzio. Ovviamente si corre da lui, io per prima, perché è come se aspettasse il suo turno per i complimenti, che nessuno gli nega, per carità. Ma non mi piace che si rassegni, non mi piace che pensi che preferisco la sorellina a lui. O che, peggio, la sua mamma e il suo papà vogliono più bene a Isabel.

Allora vorrei raccontargli una storiella. Non di punto in bianco, non posso metterlo in allarme: i bambini non sono mica stupidi. Troverò l’occasione giusta. Magari proprio uno di quei momenti in cui “è rassegnato”.

“Tesoro, tu lo sai che il cuore è così pieno di spazio che non riesci mai a riempirlo?” so già che dirà “come?” e allora gli dirò “Tu vuoi bene alla mamma? E al papà?” sono sicura che mi dirà di sì “E alla nonna Anna e al nonno Vito?” e anche lì annuirà “E alla nonna Rosa e al nonno Renato? E a Isabel?”. Probabilmente comincerà a capire e dirà ancora di sì “E poi, alla tua fidanzata Chiara? E ai tuoi amici?”. Mi guarderà, già lo so, per capire dove voglio andare a parare.

 “Amore della nonna, vedi che c’è posto per tutti? Eppure, pensa un po’… fino a poco tempo fa Isabel non c’era, Chiara l’hai conosciuta all’asilo quest’anno. E ora vuoi bene a tutti e due, no? Questo sai cosa vuol dire? Che c’è posto per tanto, tanto bene. E se domani dovesse nascere un altro fratellino, o se conoscessi un nuovo amico,  ci sarà posto anche per loro  nel tuo cuoricino”.

Probabilmente si stancherà di sentire queste cose, cercherà di distrarsi, come è normale. Ma troverò il modo di farmi ascoltare ancora per qualche istante “E tu pensi che nel  il cuore di mamma, di papà, dei nonni, non ci sia posto per tutti? Tu sei nato prima di Isabel, e mamma e papà volevano bene solo a te. Ora la famiglia è più grande, ma mamma e papà ti vogliono ancora più bene, sei sempre il loro bambino, tesoro, e lo sarai per sempre”.

Spero di smorzare un po’ quei piccoli sintomi di gelosia, perché sono sicura che lo mettono a disagio, anche se non lo dice.

E a tre anni è difficile riuscire a capire che il cuore è grande.

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Gossip!

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on 24 Mar
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Quand’ero bambina, se dicevi la parola gossip nel mio ambiente tutti dicevano “Eh???” perché nessuno sapeva cosa significasse. Allora ti correggevi in “pettegolezzi”, ma tutti filavano via veloci, borbottando “Io mi faccio i fatti miei”. Parole sante.I pettegolezzi erano il pane quotidiano, nella mia famiglia. E che pettegolezzi succulenti! Almeno, per noi bambini degli anni Cinquanta. Ora non scandalizzerebbero manco il Papa.

La famiglia di mia mamma era a dir poco gigantesca. I miei nonni materni ebbero undici figli ( i paterni reggevano il confronto con sette), il che era la normalità o quasi, per i tempi. Mia madre, nata con una gemella (morta poi piccolissima), era penultima. Il che voleva dire che tra mia mamma e la prima delle sue sorelle c’erano più di vent’anni di differenza. Mia nonna diventò nonna e successivamente ancora mamma, per dire. Aggiungiamoci che io ero l’unica figlia unica della famiglia. Tutte le sorelle e i fratelli di mia madre partivano da un minimo di tre figli, per arrivare comodamente alla dozzina.Vista la differenza d’età io avevo cugine dell’età di mia madre che ovviamente chiamavo zie, e giocavo con le loro figlie che erano mie coetanee.
Ce l’ho fatta a confondervi le idee? Sì, direi di sì.

Tutto questo per dire che eravamo davvero in tantissimi. C’erano riunioni di famiglia in cui un minimo di cinquanta adulti  mangiava e beveva per ore chiuso in uno di quei saloni enormi delle case di campagna, e noi bambini in cucina da soli (mai meno di una quindicina). “Di là” dai grandi si sentivano risate per le barzellette proibite a noi ragazzini, “di qua” in cucina il caos dei piccoli.Ma ogni tanto i grandi smettevano di ridere e chiacchieravano. In realtà si riunivano proprio per chiacchierare. O meglio, per aggiornarsi sui pettegolezzi, ovviamente scandalosissimi per l’epoca, quindi vietati a più non posso ai bambini (e si era bambini praticamente fino alla maggiore età). Ed era lì che noi ragazzine pre-adolescenti o adolescenti cacciavamo via i piccolini e origliavamo alla grande. Ognuno di noi aveva ricevuto  un’educazione rigida. Lo scandalo era sempre in agguato quindi bisognava rigare drittissimi. Ovviamente, visto che tutto destava scandalo, noi dell’ultima generazione immaginavamo che nella nostra famiglia non ci fosse nulla di men che immacolato. Ma origlia oggi, origlia domani le storie venivan fuori, perché c’era sempre, tra gli adulti, chi non era aggiornato sull’ultimo pettegolezzo “Come, no te ‘o sé miga? La fiola de Toni  la aspeta ‘ncora. E no se sa chi sia el pare” (traduzione: “Come non lo sai? La figlia di Toni è di nuovo incinta e non si sa chi sia il padre”). Era un vero peccato che, ascoltando dietro la porta, ci perdessimo le espressioni dei presenti. Sono sicura che ingrassavano più per i succulenti pettegolezzi che per il cibo. Comunque,  il succo era che il cugino Toni aveva una figlia poco seria. Uhhhhh… che scandalo! Io, le mie cugine (in realtà bis-cugine) Lina, Chiara e Mariagrazia ci scandalizzavamo davvero. Ma come, in una famiglia “santa” come la nostra c’erano poco di buono? C’erano figli illegittimi? C’erano matrimoni riparatori? I matrimoni riparatori erano lo scandalo che più scandalo non si può. Noi cugine sapevamo che era meglio la morte piuttosto che un matrimonio riparatore. Tanto per dirne una, mio padre non parlò più con sua sorella per trent’anni. Motivo? Si era sposata incinta. Eppure, come in tutte le famiglie avevamo proprio di tutto (eravamo in tanti, il campionario per forza di cose era variegato). Tra le centinaia di persone che componevano la “famiglia” c’erano ovviamente stati matrimoni riparatori, c’era un caso di pazzia, c’erano perfino bambini la cui paternità era sospetta e figli illegittimi. Insomma, era una famiglia normale dove, com’è normale, si sbaglia. Mi domando a volte come sono riuscita a sopravvivere nel tortuoso circuito della vita senza destare scandalo nella famiglia. E come ho poi fatto a dis-scandalizzarmi per queste cose. Se c’è una persona al mondo fautrice del “Vivi e lascia vivere” sono proprio io.

Ho capito con gli anni che c’era un motivo ben preciso se i miei genitori non mi facevano mai un complimento. Vuoi mai che se dico brava, questa si lascia andare, si dà delle arie e magari poi mi combina qualcosa?  Quindi se mi limito a rimproverarla quando sbaglia, non sarà mai sicura di non dare scandalo. Eh, lo so, meccanismo contorto, ma era così. Quasi sicuramente la parola scandalo era usata unicamente per rendere difficile la vita a noi ragazzini. Loro, i grandi, sapevano benissimo che certe cose succedono, tanto che nessuno di loro ne era esente. E il bello è che pure questa era educazione. Confesso che sono ancora oggi perplessa.

 

 

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Buona festa a tutti i papà!

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on 19 Mar
in Il blog di Michele Monina

“Mamma mia, due gemelli, che belli. Anche io ne avrei sempre voluti due insieme, così non ci pensavo più.”

“Io ne ho altri due, di dieci e sei anni, sono quelli lì davanti...”

“...”

 

“Mamma mia, due gemelli. Anche io quando ho saputo di essere incinta ci ho pensato, una paura...”

 

“Mamma mia, quattro figli. Sicuramente a casa vostra non vi annoiate!”

 

Ora, a parte la singolarità di approcciare un multi-papà in giro coi propri bambini, quattro nello specifico, con una frase che comincia tirando in ballo una mamma, questo è in genere il tipo di frasi che mi sento ripetere ogniqualvolta mi capita di aggirarmi per Milano in compagnia di Lucia, 10 anni, Tommaso, 6 anni, Francesco e Chiara, quasi sei mesi, i miei figli. A proposito, mi presento, io sono Michele. Michele Monina, il multi-papà di cui sopra, e di lavoro faccio cose, conosco gente. In realtà sono uno scrittore, altrettanto prolifico che come papà, con quaranta libri sfornati in circa quattordici anni di attività, ma stando alle facce dubbiose di tutti i miei interlocutori nel momento in cui pronuncio la parola “scrittore” nel tentativo di occupare la casella occupazione all'interno di una chiacchierata informale, credo che la vecchia formula coniata da Nanni Moretti in Ecce bombo, a volte, sia la migliore a disposizione per descrivere quel che faccio, con buona pace dei miei editori.

Da oggi, festa del papà, terrò qui questo blog in cui vi racconterò le mie esperienze di padre di una quasi adolescente, di un bambino e di due neonati.

Prima di chiudere queste poche righe, che poi sarebbero semplicemente un modo come un altro per presentarsi, posso solo dire che solitamente suggerisco a chi rimpiange di non avere avuto due gemelli di farsi trovare dalle parti di casa mia verso l'una di notte quando, con gli occhi a serranda abbassata io e mia moglie diamo l'ultimo biberon della giornata ai nostri piccoli, ben consci che domattina, alle sei e tre quarti, suonerà come sempre la sveglia, o magari verso mezzogiorno, quando Francesco e Chiara danno vita a una delle loro performance dadaiste mentre mangiano le loro prime pappe. Che la prima reazione che io e Marina, mia moglie nonché madre dei quattro figli di cui sopra, abbiamo avuto nel sapere che Lucia e Tommaso avrebbero avuto non un fratellino o una sorellina, ma un fratellino e una sorellina, cioè che noi avremmo avuto due gemelli, non è stata di paura, ma quantomeno di spaesamento, seguito a circa un mese di silenzio, ma che ora è solo e soltanto di pura gioia. Che la noia, in effetti, a casa nostra è stata bandita da tempo. Da oggi potrete averne prova leggendo questo blog, e buona festa del papà a tutti i papà online.

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Il duplex

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on 13 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

 

A volte mi tornano alla mente episodi della mia infanzia che vorrei raccontare a Isabel e Leonardo, quando saranno più grandi.   Sono vicende abbastanza incredibili per i nostri tempi, a volte divertenti. Come il telefono.

 

Allora, tanto per cominciare i miei genitori venivano dalla provincia veneta. Trapiantati a Milano agli inizi degli anni Cinquanta,  han continuato a parlare il dialetto veneto, come se a Milano fossero provvisori. Non si sono mai integrati veramente. Era come se in Lombardia fossero in “prestito”.
Tant’è che se è vero che siamo stati l’ultima famiglia del condominio ad avere il televisore, siamo stati i primi ad avere il telefono. Mio padre sentenziò “Par ‘e disgrassie” (per le disgrazie). Come a dire che il telefono a quello serviva. A tenere un filo diretto tra noi e la provincia veneta e i parenti a cui erano legatissimi. Dall’altra parte, i parenti chiamavano quasi tutti da un posto pubblico, anche loro non avevano il telefono (abitavano in paesini microscopici). In ogni caso si chiamava SOLO per estrema necessità e si doveva essere telegrafici, perché le chiamate costavano.

 

Come dicevo, il telefono non ce l’aveva nessuno nel condominio (due scale di 3 e 5 piani rigorosamente senza ascensore). Ed era un duplex., vale a dire che per risparmiare avevi una  linea in comune con un altro utente. Se chiamavano loro, noi non potevamo telefonare e viceversa. Il duplex era perfidissimo, era sempre occupato se per caso ti serviva.

 

Ma non è finita qui. Il nostro numero ce l’aveva mezzo condominio, per cui, la sera verso le otto (per essere sicuri di trovare qualcuno) squillava il nostro telefono, i miei si allarmavano pensando alla disgrazia incombente ma in realtà era il centralino della Stipel (la Telecom di oggi, che funzionava per le interurbane tramite centralino e con prenotazione) che avvisava che c’era una chiamata per la signora Pierina, per esempio. Mia mamma, se la signora Pierina che cercavano era una vicina di casa, mandava me a chiamare. E io, volente o nolente, correvo come un fulmine (eh, le interurbane mettevano il sale sulla coda!).

Ma se la signora Pierina, metti caso abitasse nella scala di fronte, mia madre non aveva remore. Urlava sul ballatoio “Signora Pierinaaaaaaaaa” finché questa non usciva e allora la mamma gridava “Telefono. INTERURBANA” a significare la gravità della cosa. Era una corsa frenetica. La signora Pierina si scapicollava giù per le scale e poi arrancava su fino al terzo piano da noi per poi urlare “Prontooo??” e scoprire che era il cugino del fratello della madre che voleva sapere come stava.

 

Naturalmente mio padre non ci pensava nemmeno ad uscire di casa durante la telefonata. Del resto, non era mica una cabina telefonica casa nostra. Così la signora Pierina (o chi per lei) riteneva doveroso spiegarci che il cugino aveva telefonato perché una compaesana aveva saputo da una sorella che stava a Milano che la signora Pierina non stava bene.

 

Io ero bambina e mi seccava parecchio questa faccenda della staffetta (gratuita, per di più) tra telefono e vicini di casa, ma non potevo che star zitta e  correre.

 

Dicevo che le interurbane bisognava prenotarle tramite centralino. Nelle rare volte in cui mio padre o mia madre prenotavano una telefonava, il mondo si fermava. “Prontodicaaaa” blaterava la centralinista seccata  che ti prenotava la chiamata. E poi si aspettava. A volte intere ore. E non si poteva fare niente. “Spegni quella radio, che se chiamano non si sente il telefono!”. Difficile non sentirlo, in due stanze di venti metri quadri l’una. Ma era così. “Posso andare fuori a giocare?” chiedevo allora “Sì, ma non fate rumore che se arriva l’interurbana poi non si sente niente”. In effetti a volte la qualità della linea era pessima. Ma a volte la centralinista si dimenticava della chiamata, quindi un paio d’ore dopo bisognava riprovare. Timidamente, quasi chiedendo scusa “Non c’è linea signora, sto riprovando” si giustificava la centralinista con voce rigorosamente nasale (tutte avevano la voce così). In realtà dopo il sollecito la chiamata arrivava nel giro di dieci minuti al massimo.

Apriti cielo se per caso, nell’attesa, sollevavi la cornetta e scoprivi che il tuo duplex era al telefono! “Proprio adesso! Non ha un altro orario per telefonare?” brontolava mia mamma. E se per caso la chiamata del povero duplex durava più di dieci minuti il nervosismo si poteva toccare con mano, anzi, tagliare con il coltello.

 

Ma la cosa più divertente è che c’era una famiglia siciliana il cui capofamiglia, alle otto di sera del sabato suonava il campanello di casa nostra e entrava dicendo “Aspetto una interurbana da casa. Dice che chiama per le otto”. E sta va lì, mentre noi cenavamo, ad aspettare. A volte pure un’ora.

Allora non era come oggi: la confidenza era una cosa rara. Quindi eravamo impacciati noi e impacciato l’altro, ma non aveva scelta.

Dopo la sospirata telefonata, in dialetto siciliano ci ragguagliava “Tutto a posto, stanno tutti bene”.

 

Così, senza volerlo, noi avevamo il polso della salute e anche di altre faccende private di tutto il condominio. Mia mamma per un paio d’anni è stata orgogliosissima di sapere i fatti degli altri. Poi, pian piano, altri condomini hanno messo il telefono, PER FORTUNA.

 

A volte ci penso, a questa cosa. E allora prendo il mio cellulare e gli sussurro “Bello, sei!”. Farà sorridere, ma io e lui sappiamo cosa c’è dietro.

 

 

 

 

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Attenti al lupo

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on 10 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

Nelle scorse settimane ho letto nel nostro forum una mamma che chiedeva consiglio su come spiegare alla sua piccola che cos’è la pedofilia. E’ un argomento che scotta, questo. Più di tanto a un bambino non si può spiegare e anche se è parte di un discorso più generale della fiducia, l’argomento   pedofilia è il più preoccupante

 

Ma come facciamo a difendere i nostri piccoli?

Partendo dai casi più gravi, ci sono maestre che maltrattano i loro scolari, ci sono i maniaci. Ci sono perfino famiglie che maltrattano i loro piccoli. Ed è la cosa più spaventosa, questa.

 

Ecco, questa cosa dei maniaci è davvero un’angoscia per me. Istituirei il carcere a vita per i pedofili, senza esitazione. Un bimbo è portato a fidarsi di chi ha di fronte, soprattutto se è adulto e ancora di più se è una persona che conosce. Tradire la sua fiducia è aberrante.


Quindi torniamo al punto di partenza: come spieghiamo ai bambini che se qualcosa non va possono parlarne sempre con mamma e papà?

 

Certo, ci sono segnali ben chiari, di disagio: se non vuole andare all’asilo, se va a scuola molto malvolentieri, le mamme giustamente raddrizzano le antenne. Solo che non si può chiedere al piccolo “Ma la tua maestra ti picchia?”, oppure “Non parlare con chi non conosci perché può essere un maniaco”. Il piccolo chiederebbe spiegazioni, e vagli a dire cos’è un maniaco!  Non arriveremmo comunque  a niente. I maniaci peraltro non son mica stupidi, anzi, sono abilissimi nell’inganno. Ma soprattutto non è mai così semplice accorgersi che qualcosa non va. La confidenza aiuta, il parlarne prendendo l’argomento da “lontano” anche. Con estrema sensibilità, sempre. Anche qui, la fiducia nei genitori deve avere il sopravvento.

 

E’ un argomento così delicato, siamo così sfiduciati anche noi adulti e io  una soluzione non ce l’ho. Prenderei il Nobel se ce l’avessi.

 

Eppure la fiducia è così importante nella vita. Imparare a scegliere gli amici, a fidarsi di loro. Non si può “farne senza”, come si dice.

 

Forse ci vuole un lavoro delicatissimo, di cesello. L’attenzione costante, prima di tutto, sempre: al parco, a scuola, nelle palestre. Ovunque ci siano estranei. E insegnare pian piano, man mano che si presentano le occasioni. Aiutare i bambini ad analizzare ogni cosa, a capire se i rapporti, gli incontri, le realtà oggettive che vede sono davvero come si presentano. Probabilmente non basta nemmeno questo, ma abbiamo un’altra soluzione?

 

Quest’autunno al parco dove va anche mio nipote, una mamma si è accorta che c’era un tipo che fotografava i bambini sull’altalena, una bimba in particolare. Funziona così, tra le amiche di mia figlia: si ritrovano al parco, molte hanno due bimbi, quindi fanno a turno a sorvegliare i loro figli e quelli delle amiche. Bene, questa donna non ha avuto timori. Ha chiamato l’amica,  mamma della bimba,  e insieme sono andate a chiedere al tipo losco il perché delle foto, parlando chiaramente anche di privacy. Ma non era certo questo il punto. Il ragazzo ha farfugliato qualcosa e si è allontanato su un motorino. Le due mamme hanno preso nota della targa e sono andate dai carabinieri, giustamente.

 

Certo è solo una segnalazione, ma ora magari lo tengono d’occhio. Una goccia nel mare, ovviamente.

 

E ai bambini è stato spiegato che se un estraneo fa loro delle foto, è meglio avvisare la mamma. E di correre dalla mamma anche se una persona che non conoscono parla con loro o vuole regalare dolci. Senza spaventarli, chiaramente. Ma l’occasione per metterli in guardia era giusta.

 

Non basta, lo so bene.  Purtroppo non basta. Possiamo solo tenere gli occhi aperti, e cercare di aprirli ai nostri figli. Il difficile è insegnargli anche ad avere fiducia nel prossimo, perché è giusto pure questo.

 

Continuo a pensare che la fiducia sia alla base dei rapporti umani. E che senza un minimo di fiducia non si va da nessuna parte. Bisogna essere ottimisti.

 

 

Mamme, papà, coraggio. E’ un lavoro difficilissimo, ma sono sicura che ognuno di voi troverà il modo giusto.

 

 

 

 

Ps – Ora mi chiedo perché ho scritto questa cosa: non offro soluzioni, e a volte mi lascio prendere la mano, scusatemi. Forse volevo solo dire che  pure noi nonni ci siamo passati ... 

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Confidati con me

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on 04 Mar
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A volte mi chiedo cosa sia l’educazione. E che tipo di educazione ho avuto io e di conseguenza ho dato a mia figlia.

 

Senza dubbio io sono stata educata severamente. Molto severamente. Confesso che avevo una fifa blu dei miei, di quello che pensavano. Non avevo voce in capitolo in casa. Mica si poteva rispondere a un padre o a una madre! Se i tuoi ti facevano un rimbrotto te lo tenevi e zitta e mosca. Quando mio padre si pronunciava (era l’ultimo appello) erano sicuramente guai in vista. Mia mamma era leggermente più malleabile, come ci si aspetta da una madre. Ma mica poi tanto. E la punizione era una cosa super-certa. Migliaia di cose fatte bene erano cancellate da UN errore.

 

Non ho mai sentito i miei dire “brava”. La loro opinione era che  per tirar su bene i figli non bisogna far loro complimenti. Niente di più sbagliato, secondo me. La bilancia pendeva sempre e solo dalla parte del “male”.

 

Non so esattamente da cosa nascesse questo timore nei riguardi dei miei, non l’ho mai capito. Sì, mi son presa qualche bello scapaccione, ma non avevo certo paura delle botte, non eravamo a questi livelli. Urla? Sì, mio papà alzava la voce, ma la alzava pure mia mamma e i risultati non erano gli stessi.

 

Sapevo (da quando ho memoria) cos’era giusto e cos’era sbagliato, cosa chiedere e cosa no, d’istinto, come tutti i miei coetanei a quei tempi. A me bastavano due sopracciglia corrugate e già avevo i sudori freddi.

 

Quindi cercavo di rigare dritto. Avevo sì timore dei miei, ma anche rispetto. Ubbidivo (abbastanza), avevo rispetto anche per i miei insegnanti e per gli adulti in genere. Oddio, credevo a quel che dicevano, il loro parere era quasi “legge”.

Era educazione? Educazione basata sulla paura? Non so rispondere.

 

So di sicuro che di contro non avevo confidenza con i miei genitori. Se avevo un dubbio o un problema, me lo tenevo per me. E di questo ne ho sempre sofferto.

 

Ci sono problemi, che da bambini e ancor più da adolescenti, non si possono risolvere da soli.

Per esempio sono stata molestata da un maniaco esibizionista: ero in prima media e lui si appostava vicino alla scuola. Eppure me ne son guardata bene dal dirlo a chiunque, perché di certi argomenti non si parlava. Mai, in ogni caso, di sesso. Ero IO che mi vergognavo, non pensavo che la colpa fosse sua.

Quando ho scoperto come nascevano i bambini (avevo circa 12-13 anni) non ho osato dirlo a mia mamma. Avevo una confidente (mezza confidente, a dire la verità): era una signora anziana che avrebbe potuto essere mia nonna. Era gentile e affettuosa con me. Ci ho mandato lei, a dirglielo. Anche qui, mi vergognavo di questa scoperta. Nemmeno che la colpa di come nascevano i bambini fosse mia.

 

La confidenza l’ho cercata, con mia mamma. Per esempio, ricordo di averci pensato su per giorni e giorni e poi, teen ager, ho trovato il coraggio di dire “Mamma, ti devo dire una cosa” lei non ha alzato gli occhi dal suo lavoro di cucito e mi ha detto “Dimmi”. Non era incoraggiante, ma ho proseguito “Mi piace l’Ennio” (trattavasi di un ragazzo sedicenne che abitava di fronte a me e con cui nemmeno ci si salutava). La sua risposta fu, burbera “Non hai altro a cui pensare?” e la parola sottintesa successiva era “Vergognati”. Sono arrossita fino al mignolo del piede, praticamente ero viola. Mai più detto niente, da allora. Si usava così, credo. Immagino che più o meno le mamme fossero uguali alla mia: non si incoraggiano le cottarelle innocue. Chissà che cosa può succedere e che cosa può dire “la gente”.

Mamma mia, quanto ho odiato “la gente”. Era sempre in ballo, ‘sta gente. Ogni volta che ne combinavo una, ogni volta che sbagliavo eccola lì, la gente. “Ma ci pensi o no alla gente? Cosa dirà?”. Amo questi tempi, in cui ci si fa un baffo di quel che dice la gente. A me ha condizionato la vita.  Non ci crederete, ma quando ero bambina e ragazza, tutti avevano timore dell’opinione altrui. Una roba brutta, davvero.

In realtà non è che non combinavi nulla per paura della gente. Lo facevi di nascosto, semplicemente.

A me non importava un fico secco di quel che dicevano gli altri. Mi importava però molto dei miei, quindi tornavamo al punto di partenza, perché loro tenevano conto, eccome, della gente.

 

Ho sofferto molto di questa mancanza di confidenza. E per il famoso motto che era diventato mio (“Mio figlio lo tirerò su diversamente”) ho cercato di essere sicuramente molto mamma, ma anche un po’ amica di mia figlia.  Spero di esserci riuscita, bisognerebbe chiederlo a lei.

 

Quel che so è che se c’era un problema, lei sapeva che poteva parlarmene. E anche se dice che sono stata severa, ha rivisto molte cose, ora che è mamma.

Anche mio nipote Leonardo ha una mamma che  è prima di tutto mamma. Ma sa che qualsiasi cosa, perfino la più terribile delle marachelle, può raccontarla senza timori. Sa che ci sarà una punizione, ma sa anche che c’è il perdono.

 

Ecco, forse è questa la cosa che a me è mancata: la certezza del perdono.

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Maschi e femmine

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on 01 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

Quest’anno a Carnevale Leonardo ha scelto di vestirsi da dinosauro. In effetti, io e sua madre ci avevamo scommesso e abbiamo vinto. 

All’asilo han chiesto un costume fatto in casa, per cui la mamma, con la solita fantasia, si è inventata un costume fai-da-te che è davvero riuscito bene. E lui era contento, anche perché tutti gli han detto che era proprio bello. Contento fino a quando non ha visto Chiara, vestita da principessa.

 

E’ tornato a casa e ha raccontato la sua giornata all’asilo. Così abbiamo scoperto qualcosa…

 

“Mamma, quando torna CANNEVALE voglio vestirmi da PINCIPESSA!” ha detto, sicurissimo di sé. Io e la mamma ci siam guardate, ridendo sotto i baffi. “Amore, veramente sono le femmine che si vestono da principesse!” ha detto la mamma. “Io voglio vestirmi da PINCIPESSA!” ha insistito lui, pestando un piedino. “Ma le principesse hanno la gonna” ribatte mia figlia “Allora voglio la gonna” ha deciso lui. Poi gli abbiam detto che esistono anche i principi (maschi) e allora ha optato per il compromesso.

 

Il prossimo anno cambierà sicuramente idea. Anzi, due giorni dopo parlava già di Spiderman.

 

Al di là del fatto di volere essere uguale alla “fidanzatina” dell’asilo, a tre anni non ci si fanno problemi di sesso. L’anno scorso ha giocato per ore con pentoline e piattini. Ci serviva dei succulenti pasti a base di sabbia e di foglie e si divertiva un mondo. Sono giochi da femmina? Ma chi l’ha detto? Mi fanno morir dal ridere quei papà che, preoccupati inutilmente della futura sessualità dei loro piccoli, vietano di giocare a certi giochi perché “da femmina”.

 

Preoccupati per cosa, poi? Un foruncoletto treenne può scegliere o no, con cosa giocare? O vogliamo farci i fatti suoi già ora?

 

Certo, ammetto che il vestito da carnevale da principessa era un filino esagerato per un maschietto.

 

In fondo è vero che per istinto le bambine preferiscono giochi tranquilli, rispetto ai maschi. O meglio, si scatenano in modo diverso. Al parco corrono quanto i maschietti, ma litigano pure loro: e piuttosto di usare i pugni si graffiano e si tirano i capelli, ma sempre lotta è.

 

Diventano vanitose prima dei loro coetanei, forse. Ma se fate un complimento a un maschietto per il suo abbigliamento, gongola pure lui, che credete?

 

 

Insomma, noi donne abbiamo voluto con tutte le nostre forze la parità. Abbiamo urlato (soprattutto le donne della mia generazione) che siamo UGUALI agli uomini. Pilotiamo gli elicotteri e andiamo sulla luna, giusto? Ma parliamo anche degli uomini: alla fine ha fatto comodo pure a loro la rivoluzione. Conosco maschietti che san lavorare ai ferri meglio di me (ci vuol poco, lo so!) o che ricamano perché “li rilassa”.

 

Ma se parità vuoi dire “uguale”,  allora dobbiamo far scegliere ai bambini con cosa preferiscono giocare, a mio parere, senza preconcetti.

 

 

PS. – A me piacevano un sacco i trenini. Morire se me ne hanno mai regalato uno!

 

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Quel lettino vuoto

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on 24 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

E’ successo così all’improvviso, un susseguirsi di avvenimenti che non ti lasciano il tempo di riflettere. E la mia piccola Isabel, che non stava bene da qualche giorno è stata ricoverata all’ospedale.

 

L’ospedale è un luogo in cui nessuno di noi vorrebbe mai andare, figurarsi se è una creatura di sei mesi il degente. Lo so, a volte è la soluzione migliore, ma è pur sempre un trauma.

 

La trafila è stata lunga, come sempre accade quando si entra in un pronto soccorso. Per fortuna, abitando a Milano, abbiamo, nella nostra zona un buon ospedale per i piccoli, il Macedonio Melloni.

 

Ho assistito alla tortura degli esami del sangue attraverso il racconto di mia figlia: purtroppo non è facile fare un prelievo a una bimba così piccina, quindi c’è stato più di un tentativo, e ora le braccine, entrambe, hanno più di un buco. Ma c’è di peggio, in questi casi: l’angoscia di non sapere che cos’ha, l’attesa di un responso.

 

Ed è in questi casi che ringrazio Dio. Per nostra fortuna qualcuno ha inventato l’antibiotico, per fortuna ci sono persone preparate che sanno cosa fare. Cento anni fa per una banale infezione si moriva.

 

E allora grazie alla pediatra, che magari usa toni e modi un po’ bruschi, a volte. Ma sa il suo mestiere e non prescrive a caso un antibiotico per la febbre, ma ragionevolmente, escludendo patologie ricorrenti, chiede esami di laboratorio. Grazie anche agli infermieri e ai medici, pazienti e sorridenti, perché sanno che un sorriso aiuta il piccolo a non avere timori.

 

Isabel ha una banale infezione alle vie urinarie, per fortuna. Dico banale perché quando sei immerso nella realtà  di un ospedale pediatrico, ci sono altre e più brutte storie della tua. E anche qui ringrazi Dio.

Intanto, in ospedale, la piccolina conquista tutti con i suoi splendidi sorrisi. Sorride sempre, a tutti. E' irresistibile, quel fagottino sgambettante.

Noi nonni siamo rimasti a casa con Leonardo, che era a casa dall’asilo per il carnevale. Gli era stato spiegato che Isabel non stava bene e doveva fare gli esami del sangue. Così si aspettava un’assenza di poche ore e il ritorno di mamma e della piccola.

 

Ma poi gli abbiamo spiegato, con dolcezza e con le parole giuste, che la sua sorellina l’avrebbero curata meglio in ospedale, e che o mamma o papà dovevano rimanere con lei. Ha fatto cenno di sì, chissà quanto ha capito. Ma ogni tanto, a casa, diceva “Ora mi nascondo così faccio uno SCHERSO alla mamma”. Poi è arrivata la mamma, nel pomeriggio, ed è stata festa. Una visita veloce, per radunare il bagaglio per il ricovero. E per spiegare ancora una volta che mamma tornava domani e che sarebbe arrivato papà, la sera.

 

Con il piccolo noi nonni ci siamo mostrati sereni e sorridenti, abbiamo giocato a nascondino, siamo andati al parco e ha pure mangiato il gelato.

 

Siamo tornati a casa che era quasi buio, ad aspettare il suo papà. Ed ad ogni rumore che sentiva, Leo interrompeva il gioco per chiamare “Papa? Io ho sentito un rumore, è papà?”. Con noi sta bene, è sereno, ma… papà è casa, è famiglia. E quello noi nonni non possiamo darlo, è il nostro limite.

 

Poi finalmente è arrivato e anche lì è stata gioia. Gli ha mostrato l’animaletto nuovo che gli avevamo portato, ha raccontato tutte le novità, era felice. Non ha chiesto della mamma, forse davvero ha capito, chi lo sa.

 

Ci vuole così poco a turbare un equilibrio precario. Non ci si rende conto, a volte, di quanto importante sia la salute, soprattutto dei più piccoli. E impariamo ad avere più pazienza, quando sono capricciosi, quando fanno disperare.

 

Ma, lo ripeto, siamo fortunati. Ci sono gli esami, le cure, e l’ospedale. E Isabel ha solo un’infezione, curabile.

 

Siamo adulti, sappiamo ragionare, siamo rincuorati dalla diagnosi. Passerà, certo, ma che angoscia entrare nella stanza e guardare quel lettino vuoto…

 

Torna presto a casa, piccola mia.

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Quattro generazioni

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on 07 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

Ripensavo poco fa alla mia infanzia e ai privilegi che noi tutte persone che hanno superato i cinquanta, abbiamo oggi, in confronto a ciò che avevamo. E a cosa hanno i ragazzini e gli adulti di oggi.

Io sono nata negli anni 50, in una famiglia modesta dove lavorava solo papà che faceva il muratore. Ricordo gli inverni in cui era in cassa integrazione, perché faceva troppo freddo per lavorare fuori. Partecipavo, come tutti i bambini di allora, anche alle questioni finanziarie della famiglia. Niente lavoro, niente soldi, non c’era bisogno che me lo spiegassero. Mi sembravano normali tante cose: non avere tutto quello che chiedevo  (a volte sapevo che era inutile chiedere) aiutare in casa, andare alla “Standa” a piedi con la mia amica, a circa tre chilometri da casa. Avere i vestiti e le scarpe“della festa”, che rigorosamente si mettevano solo la domenica. E gli odiati calzettoni, che mostravano le ginocchia viola dal freddo (non si usavano ancora i pantaloni). A partire dai 7-8 anni dovevo smettere di giocare perché mamma, che faceva la sarta in casa, mi faceva tagliare le verdure per il minestrone o mi diceva passo passo cosa fare per preparare il sugo per la pasta. E’ così che ho imparato a cucinare. E mi sembrava normale aiutare, anche se sbuffavo, ovviamente.

Avevo un mezzo desiderio: avere il bagno in casa e non nel ballatoio. Dico mezzo perché se l’avessi avuto in casa non avrei potuto andare a fumare di nascosto in quello fuori. Il televisore l’abbiamo comprato con  il mio primo stipendio perché, diceva mio padre “si compra solo quando si hanno i soldi”, niente rate.

Quando mi sono sposata ho fatto il primo bagno in una vasca. Avevamo un appartamentino piccolo in affitto e nostra figlia dormiva in camera con noi.

Anni dopo ci siamo potuti permettere una casa nostra, dove mia figlia aveva una cameretta tutta sua. E mi sembrava di avere fatto una conquista.

Quando mia figlia ha avuto il primogenito aveva già una  piccolissima cameretta  per lui, ma quando si è accorta di essere di nuovo incinta ha cercato una casa più grande.

Quarant’anni fa lavorare bisognava e il lavoro c’era. Ma era dura: pochi diritti, si ingoiava tanto, gli stipendi erano miseri, ma anche le pretese erano poche. Un televisore, la lavatrice. Nel condominio dove abitavo da piccola siamo stati gli ultimi ad avere entrambe le cose.

L’altro giorno mio padre (92 anni suonati) mi raccontava che lui per andare a scuola doveva farsi cinque chilometri a piedi, con qualsiasi tempo. Succedesse ora la notizia sarebbe su tutti i Tg, sono sicura. Dormiva in uno stanzone che d'inverno era freddo (c'era la stufa in cucina, mica i caloriferi) insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle. I dolci – mi diceva – si mangiavano solo a Natale. Beh, devo dire che quando ero piccola amavo il Natale proprio perché era una delle rare occasioni in cui c’erano i dolci. Mia figlia, pur avendo a disposizione quel che voleva, non è mai stata golosa di dolci. E nemmeno mio nipote, devo dire, fatta eccezione per le caramelle.

 

Direte che i tempi sono cambiati. Ah, lo so. Ma siamo cambiati soprattutto noi. Non ci viene nemmeno in mente di portare i bambini a scuola a piedi, ma lottiamo come delle furie per iscrivere in palestra gli stessi ragazzini per “fargli fare un po’ di moto”. I nostri figli (e nipoti) si annoiano: manco per sbaglio ci viene in mente di farci aiutare nelle piccole faccende di casa. Eppure imparerebbero ad essere indipendenti, ci darebbero una mano e a loro non   dispiacerebbe affatto, vi assicuro. Provateci: fatevi aiutare a stendere il bucato, a preparare la tavola, a spolverare, a cucinare. Si divertiranno come matti e anche se le prime volte dovrete avere pazienza, in seguito  diventerà perfino un momento tutto vostro, perché aiutare la mamma fa sentire importanti.

L’entusiasmo per le cose nuove i bimbi ce l’hanno ancora, per fortuna.

E quindi, direte voi? Ah, ve lo spiego. Io ho ancora lo stupore, le nuove generazioni sono tutte sbuffi e noia. Mi diverte giocare (ho giocato poco nella mia vita), mi stupiscono i regali, sono golosa purtroppo, mi spiace buttare via i soldi (ne ho sempre avuti pochissimi) e mi entusiasmo per un abito nuovo magari comprato al mercato. E non capisco chi spende 500 euro per una borsa pur prendendo 1000 euro di stipendio (magari da precario), per poi lamentarsi che “non ce la si fa”, ma soprattutto perché “ce l’hanno tutti” ed è di moda.  Pane e cipolle ma l’ultimo modello di IPhone è la regola, non l’eccezione. Come ho detto tante volte, son scelte. Ognuno è libero di spendere come gli pare. Sapete quello che mi allibisce?  Che il tutto avviene  senza entusiasmi, senza urletti di gioia.

Chissà se borsa carissima e IPhone rendono felici, poi. E in quanto tempo vengono a noia, alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, dimenticando di godersi il presente.

 

Sarà che sto invecchiando, ma vorrei che i miei nipoti avessero entusiasmo e stupore,   sempre, anche e soprattutto per le piccole cose. Glielo auguro di cuore.

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Bello di nonna

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on 29 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

I bambini sono tutti belli. Quasi tutti. La maggior parte diciamo.

I nipotini sono non fanno parte dei bambini: fanno parte dello splendore assoluto in fatto di bambini. Ogni nonna lo sa.

Ci sono anche bambini bruttini, ma tra questi non c’è assolutamente MAI tuo/a nipote. Quando una nonna va in giro bella tronfia con la carrozzina o con il pargoletto per mano ESIGE che tutti lo guardino e sorridano compiaciuti. Insomma, non proprio esattamente così, ma se fosse in suo potere la nonna emanerebbe un Decreto Legge con l’obbligo di complimentarsi per lo splendore dei discendenti.

Una nonna nel fondo del suo cuore SA esattamente che la propria discendenza è quanto di meglio ci sia in fatto di bellezza. Non lo dice perché pretende che siano gli altri a farlo.

Peccato che ci siano altre nonne che la pensano nello stesso esatto modo, quindi scatta la sfida. Se il nipote è piccolo, tipo età da carrozzina, non osate – è un consiglio spassionato – guardare il pargoletto e non fare sorrisi né commenti. Rischiate di vedere la nonna che brandisce il passeggino come una Ferrari e con uno slalom evita di pochi millimetri la vostra caviglia.

Se avete dei commenti sul labbrino, attente.   A meno che non abbiate un’oretta da perdere. Al primo “Oh, che carinoooo” scatta il resoconto della nonna che si dilungherà su – oltre che bello – sia bravo ma soprattutto sia UN GENIO. Nessun altro bambino nella galassia è altrettanto intelligente.

E se per caso andate al parco in una giornata di sole e vedete un crocchio di nonne, statene lontanissimi. I discorsi che si sentono sono folli, credetemi.

Scena a cui ho assistito personalmente: tre nonne e la follia “Mia nipote è TROPPO intelligente. L’anno scorso, a due anni, ha imparato a leggere tutte le lettere dell’alfabeto!” replica della nonna B “Ahhh…. Il mio a quell’età componeva i puzzle da 100 pezzi!”  ma le ha zittite la nonna C “Beh, scusate… ma mio figlio ha pensato di iscrivere mio nipote al  M.E.N.S.A. (Il Mensa è un'associazione internazionale  di cui possono essere membri le persone che abbiano raggiunto o superato il 98º   del QI). Non volevo credere alle mie orecchie. Il Nobel, quando? In età scolare? Nonne, per favore voliamo basso, che ci rendiamo ridicole! L’unica MENSA a cui possiamo iscrivere nostro nipote è quella dell’asilo!

Ma torniamo alla bellezza. Quando nascono sono dei patatoni meravigliosi che spessissimo non somigliano a nessuno della famiglia. Ma quando scatta il primo mese, ecco che c’è anche la gara tra consanguinei “Somiglia al nonno” “Ma per favore! Non vedi che ha gli occhi del papà e la bocca della zia Clotilde?”. La creatura – ignara  della diatriba – fortunatamente se ne frega  e continua a fare il suo mestiere: latte, nanna, cacca e crescita.

Attorno all’anno nessuno in famiglia cita più la zia Clotilde, la somiglianza con il nonno, e gli occhi del papà. Ammira estasiata il bimbo più bello del mondo, semplicemente. Nessun Dna ha mai avuto eguali, soprattutto per i nonni che si sentono i capostipiti potenziali di tanta bellezza. Se è bello, sarà pur merito anche dei nonni, no?

 

 

 

 

 

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I Robinson!

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on 15 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

Conoscete la serie di telefilm “I Robinson”?  E’ degli anni Ottanta, ma in queste settimane è possibile rivederla su uno dei tanti canali gratuiti della televisione. A me serve come sonnifero.

 

In ogni caso trattasi della vita quotidiana di una famiglia newyorkese: padre (ginecologo), madre (avvocato) e 5 (dico cinque) figli, dai venti ai cinque anni. Quattro femmine e un maschio.

 

Io li adoro. L’ironia del capofamiglia mi fa morire, giuro. Ma mi fa ancor più morire (e stavolta d’invidia) mamma Claire. Ah, scende per colazione sorridendo, perfettamente truccata, con una splendida vestaglia blu cobalto allacciata con nonchalance alla vita con un fioccone molle ma perfetto che a me personalmente richiederebbe venti minuti di manodopera.

Sorride mostrando tutti gli 84 denti bianchi che abbagliano dal primo all’ultimo dei figli da servizio pubblicitario. Figli cialtroni quanto basta, ma senza mai uscire dalle righe. Niente occhi pieni di sonno, niente bizze per andare a scuola, solo qualche piccolissimo sbuffo mitigato dal sorriso perennemente rivolto alla dea-mamma. La quale mamma, se per puro caso trova motivo di disappunto, basta che corrughi UN sopracciglio e fa tremare la figliola Vanessa, dodicenne a volte insopportabile. Tanto scende il marito, già da ore di buonumore   che la fa ridere, cosa che ovviamente riesce a far svanire ogni traccia di malumore.

Mi scervello e cerco di ricordare la MIA di famiglia, anni fa. Padre che correva fuori dopo un veloce caffè bofonchiando un “ciao” pieno di sonno. Figlia che dovevi urlare come Pavarotti solo per farla scendere dal letto e che oramai afona invitavi a muoversi perché in ritardo. Io che con braccio mi vestivo per andare al lavoro (confesso e giuro che un giorno per distrazione mi sono presentata in ufficio con uno stivale nero e uno marrone… sigh) e con l’altro bussavo alla porta dell’unico bagno dove stazionava la figlia da quindici minuti netti. La vestaglia di seta, dite? Intonsa nello scaffale alto dell’armadio, pronta per eventuali ricoveri ospedalieri, come mamma mi aveva insegnato!

Claire e Cliff  trovano nel libro del figlio adolescente  e un filino tonto Theo uno spinello? Ma suvvia, basta chiedere al birichino se tale porcheria sia sua, sentirsi dire no ed è tutto risolto! Invece no. Il figlio modello scopre che il bullo forzuto del quartiere ha infilato il corpo del reato nel suo libro, lo sfida praticamente a duello e al bullo – udite, udite – trema l’orlo dei boxer e abbassando le orecchie accetta di andare a casa Robinson per discolpare completamente Theo.

 

Io non so voi, ma a Milano i bulli del quartiere mica assomigliano a quelli di New York. A parte il fatto che il bullo nostrano avrebbe menato per bene l’eroico Theo, vi pare che avrebbe messo piede in famiglia per denunciarsi?

La piccola di famiglia, Rudy (cinque anni) sta buona buona per ore a sfogliare libri sul divano mentre il padre dorme, senza disturbare. Inutile dire che non combina mai guai, che risponde alle domande come un adulto trentacinquenne e che è simpatica da morire anche quando non vuole i cavolini di Bruxelles.

La signora Claire non ha una domestica, a volte cincischia in cucina con le sue unghie smaltate di fresco e ha una casa sempre perfettamente in ordine.  Dimenticavo: cucina sempre il marito.

Ovviamente è diventata nonna, dopo 200 puntate. Una nonna da leccarsi i baffi, perfino più bella e splendente.

 

Ora, non pensate che mi piacciano i figli Robinson. No, no…   vorrei taaanto essere perfetta la metà di Claire. Anzi, ora esco a comprare una vestaglia di seta blu cobalto. Da qualche parte bisogna pur cominciare!

 

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