A Pasqua una cosa era certa: avrei avuto un vestito nuovo. E non ero affatto contenta.
Parlo di quando ero bambina, ovviamente. La Pasqua, volere o volare, segnava il cambio di stagione. Non era solo un’abitudine nostra, ricordo. Bisognava per forza mettere il soprabito (anche con un tempo da lupi) o il tailleur (in realtà un completo gonna più giacca, ma era fichissimo chiamarlo tailleur).
Se penso alla Pasqua mi viene in mente il freddo. Ora, almeno qui a Milano, capita meno spesso, ma mi ricordo di giornate pasquali con vento e pioggia, un binomio che detestavo anche perché il vento mi spettinava e la pioggia completava il tutto e rendeva i miei capelli un orrore. Comunque avevo un vestito nuovo, ecco. Era pure una necessità, perché quello dell’anno prima col cavolo che mi andava. Mia mamma era straordinariamente abile nel convincere mio padre che quello “scampolo” che sarebbe diventato un vestito per me, era un avanzo dell’abito della signora Carla (o Iside, o altre signore che si facevano confezionare abiti da mia mamma) e che la signora Carla non lo aveva voluto non sapendo che farsene. Mio papà, che aveva una vera e propria fobìa per il superfluo, brontolava di continuo per le spese eccessive (mi vien da ridere, quando mai si facevano spese superflue?). Spese eccessive erano per esempio abiti nuovi. A Pasqua però era meno intransigente: si sapeva che quel giorno bisognava avere il vestito nuovo per andare a Messa, quindi brontolava un filo di meno, ma con l’occhio sempre vigile. Io crescevo in lungo e in largo, c’era poco da fare. Se non mi volevano mandare in giro nuda, bisognava confezionarmi abiti nuovi.
Mia mamma comprava il fatidico “scampolo” di stoffa al mercato, qualche volta talmente a misura che per farci stare gonna e giacchetta bisognava fare tagli strategici. La gonna non ci veniva, a pieghe, quindi la si faceva svasata. La lunghezza non era sufficiente? Si faceva una fascia di 10 centimetri in vita, che non era il massimo dell’eleganza, ma tanto la giacca poi copriva. Certo, esistevano i negozi con capi confezionati, ma assolutamente non era in discussione farci acquisti: troppo, troppo cari. E poi avevamo una sarta in casa! E così, io che ero bambina ma già con un certo gusto per la moda, non avevo assolutamente mai l’abito che avrei voluto. E ci piangevo pure, di nascosto. Detestavo con tutto il mio cuore il giorno di Pasqua, con calzine bianche corte e abito nuovo senza stile. Aggiungiamoci che non era il modello che mamma riusciva a cavarne a non piacermi, ma gli “aggiustamenti”. Maniche a tre quarti strette perché non si poteva fare altrimenti. Colletto alla coreana perché a scialle (che mi sarebbe stato meglio) non ci veniva.
Quello che ho detestato di più in assoluto è stato un completo rosa antico: maniche a tre quarti, strette, collo alla coreana, un inspiegabile (per gli altri) taglio in vita, gonna a pieghe larghe con fascia in vita. Sembravo un sommergibile.
Peggio era con i vestiti estivi comunque, lì sì che venivano fuori cose orribili. Nascevano spessissimo da avanzi di stoffa quindi ne uscivano modelli bislacchi. Purtroppo il problema ero io: fossi stata magra, qualsiasi cosa sarebbe andata bene. Invece la sfiga era che magra non son mai stata. E quindi la maggior parte degli abiti mi faceva sembrare anche più cicciotta di quel che ero.
Il secondo problema era che mia madre, figlia di sarti piuttosto raffinati (lavoravano anche per La Rinascente, pur abitando in provincia di Venezia) non aveva ereditato la passione per il cucito. Aveva imparato dai genitori, e per arrotondare lo stipendio di papà faceva la sarta in casa, non sapendo fare altro. Ma la passione non c’era. E se c’è un mestiere che abbisogna di passione è la sarta: basta una pences nel punto sbagliato, un taglio fatto in fretta, una stoffa non adatta a quel modello ed è il disastro. Niente passione, lo capivo dai suoi sbuffi, dalle sacramentate fra i denti e tremavo: anche l’umore incideva sul modello che aveva tra le mani. Quanti pianti, quanta vergogna ad andare in giro! Ma per fortuna gli anni passano.
Tornando a Pasqua, grazie al cielo l’usanza di esternare il cambio stagionale proprio in quel giorno non c’è più. E per fortuna, aggiungo, ci sono negozi e grandi magazzini. Almeno puoi provare un abito e, se ti sta male, sceglierne un altro. Sembra una stupidaggine, ora tutti comprano abiti confezionati. Ma provate a immedesimarvi in quel che avete letto e rifletteteci: siamo o non siamo fortunati, oggi?

