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Una nonna fortissima

I blog di Che Forte!

Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.

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Pronto, chi parla?

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on 10 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

Che comodità il cellulare. Possiamo chiamare ad ogni ora del giorno, e pure della notte. Possiamo rompere le scatole alla nonna che è in chiesa, all’amica che è in riunione, al papà che è al volante. Sempre!

E sapere dove sono i nostri figli, in ogni momento, chiamando magari ogni oretta. “Mhmm… hai detto che vai da Giovanni,   sono passati venti minuti e non sei ancora arrivato? Ti chiamo tra dieci minuti allora”.

E pure i bambini, da quando hanno l’uso della ragione, telefonano “Mamma? Quanto fa sedici per dieci fratto otto?” e la mamma, che è in riunione col capo bisbiglia “Non ora tesoro, non posso” ma il bambino insiste “Allora ti chiamo tra cinque minuti”. E non sgarra.

Non conosco nessuno (eccetto mio padre novantadueenne) che non abbia un cellulare. In realtà ci ha reso la vita più semplice, è vero. Ma anche più complicata, non trovate?

Da un lato non abbiamo più privacy, chiunque ci chiama in qualunque momento (“Ti disturbo?” è la frase più usata, ma noi diciamo “no, figurati” anche quando siamo sotto la doccia). Dall’altra siamo più tranquilli, possiamo verificare per esempio se un ritardo è dovuto al traffico o a qualche altro imprevisto.

Io stessa credo non saprei come cavarmela senza cellulare. E’ il filo diretto con i nostri cari e anche con chi caro non ci è, ma che dobbiamo sentire per forza.

L’altro giorno mia figlia ha avvicinato il ricevitore a mia nipote Isabel, che ha oramai otto mesi, e le ha detto “Senti? C’è la nonna!”. La piccola ha girato la testa di scatto guardando verso la porta, ovviamente. Che ne sa, lei, del telefono? E quando ha sentito la mia voce che la chiamava, di nuovo si è sporta verso la porta.

Il che mi ha riportato a Leonardo piccolissimo che, quando sentiva una voce al telefono guardava il ricevitore e poi la mamma, come a dire “Ma dov’è?”.

La scorsa settimana, sempre Leonardo, mi spiegava al telefono che è caduto e si è fatto male “qui”. “Vedi nonna? Mi sono fatto male proprio qui”, con il cellulare appoggiato alla gambina, come se io potessi vedere.

Certo, è una gran comodità il cellulare, inutile negarlo. Vedo mamme al volante (compresa mia figlia) che parlano al telefono, tengono a bada i figli starnazzanti sul sedile posteriore (“Sì, Leonardo, ora metto la musica”, “Isabel non piangere, ora andiamo a casa a fare la merenda”),  e guidano. Certo, ci sono donne al volante che se squilla il telefono inchiodano in mezzo alla strada e non sanno coordinare due cose. Ma è la stragrande maggioranza degli uomini che se è al cellulare diventa inabile alla guida. Non è colpa loro, è che – e dico sul serio – noi donne sappiamo fare 3 cose insieme, e bene. Non c’è mica da vantarsi, siamo cretine noi che riusciamo a farlo, a costo di stressarci.

Nelle scorse settimane, mi pare, leggevo su Internet che le donne incinte che usano il cellulare possono causare danni cerebrali al feto. Magari è un’esagerazione. Di certo è un invito a usare meno questo mezzo. In fondo, quante telefonate inutili facciamo, tutti?

Ma vi ricordate la vita senza cellulare? C’era solo il telefono di casa o  tutt’al più le cabine telefoniche. Ora a casa chiamano solo le compagnie telefoniche per proporti un nuovo contratto o qualche mobilificio che declama sconti, per il resto c’è il cellulare.

Stamattina ho accompagnato Leonardo a fare una passeggiata e abbiamo visto una delle oramai rare cabine telefoniche, ovviamente senza nemmeno più il telefono. Leonardo subito ci è entrato e mi ha chiesto “Nonna, cos’è?”. Ho cercato di spiegargli che una volta i telefoni erano molto più grandi e attaccati a un muro o, appunto, in cabina. Ma mi ha guardato stupito e mi ha chiesto “Ma grandi quanto?” e io a gesti ho mimato la misura. “Ma non ci stava in borsa?” ha replicato guardando la mia, che è piuttosto grande. Ma è difficile da capire che non è solo una questione di misura: lui è nato nell’epoca dei cellulari.

 

 

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Mamma che paura!

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on 17 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

Io ho sempre avuto paura di due animali: serpenti e ragni.

 

La prospettiva di trovarmi di fronte a un leone, a una tigre o a un orso mi fa un baffo. Ma se vedo   una biscia o un ragnetto posso fare la mille miglia a piedi in un batter d’occhio.

 

Quando andavo a scuola, evitavo accuratamente di toccare perfino le illustrazioni del sussidiario se c’erano immagini che li riguardavano.

 

Leo ci ha messo ben poco a scoprirlo. Fin da quando sfogliamo i libri di animali ha realizzato che cercavo di saltare le pagine con i rettili e gli aracnidi. Ho provato, per la verità, a non farglielo notare, ma con lui non potevi (e non puoi) saltare una pagina di illustrazioni  di animali senza che se ne accorga.

 

La prima volta, semplicemente è tornato indietro di una pagina e col ditino mi ha mostrato un serpentone gigantesco. Io non ho potuto evitare di rabbrividire e lui ha riso. E così ha scoperto la mia debolezza.

 

Via via che passavano i mesi, ci ha dato giù di brutto. Prendeva apposta il libro e andava a cercare serpenti e ragni e me li mostrata con un ghighetto soddisfatto. E si aspettava che avessi paura, ovviamente.

 

Non vi dico poi quando gli è stato regalato un serpente di gomma! Il suo divertimento principale è sventolarmelo davanti e aspettare che io scappi, correndo per tutta la casa. Ovviamente con lui dietro che se la ride di brutto. In ogni caso mi consola sempre “Ma nonna… è finto!” dice ridendo.

 

In realtà, sappiamo entrambi che è un gioco. Che non ho paura delle illustrazioni o degli animaletti di gomma: voglio solo farlo divertire e lui lo sa. Io credo che non sia un male, in casi come questi,  mostrare che anche i grandi hanno le loro paure e che le affrontano. Magari li aiuta a superare le proprie, o a non sentirsi soli. Parliamo di piccole paure.

 

Certo, c’è molta differenza tra questo tipo di paura e il terrore. Il terrore è spaventoso: ti attanaglia lo stomaco ed è difficile da dimenticare.

 

Ricordo ancora con orrore le mie paure di bambina. Alcune fissazioni le ho ancora oggi.

Mio padre è stato in un campo di lavoro in Germania, durante la guerra. Spesso, soprattutto quando a tavola lasciavo degli avanzi nel piatto, raccontava di quanta fame aveva patito. I suoi racconti erano così reali che quasi mi pareva di viverli. La fetta di pane e i trenta grammi di margarina, che erano tutto quanto davano da mangiare al campo, una volta al giorno. Oppure le bucce di patate ritrovate per caso che, bollite, diventavano il “succulento” supplemento al ben magro pasto. Lui ancora oggi raccoglie le briciole di pane e le mangia: una mania che non lo ha mai lasciato.

 

Di notte mi svegliavo spesso, sognando la guerra. Era terrore puro: occhi aperti, sudore freddo e non osavo nemmeno respirare, quasi che i nazisti fossero lì, a cercarmi.

 

Ancora oggi i racconti di guerra e di campi di concentramento mi danno un’angoscia profonda:   paure nate quando avevo pochi anni e che non riesco a superare.

 

I bambini sono creature sensibili. Non per questo vanno cresciuti nella bambagia: purtroppo il mondo non è certo rose e fiori. Ma vanno accompagnati, nelle loro paure, a mio parere. Per evitare che diventino ossessioni, come nel mio caso. Non possiamo salvaguardarli da tutto, ma stargli accanto sì.


Della paura bisogna parlare, bisogna essere rassicurati. Prima che entri nel profondo, o non se ne viene più fuori.

 

 

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Il duplex

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on 13 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

 

A volte mi tornano alla mente episodi della mia infanzia che vorrei raccontare a Isabel e Leonardo, quando saranno più grandi.   Sono vicende abbastanza incredibili per i nostri tempi, a volte divertenti. Come il telefono.

 

Allora, tanto per cominciare i miei genitori venivano dalla provincia veneta. Trapiantati a Milano agli inizi degli anni Cinquanta,  han continuato a parlare il dialetto veneto, come se a Milano fossero provvisori. Non si sono mai integrati veramente. Era come se in Lombardia fossero in “prestito”.
Tant’è che se è vero che siamo stati l’ultima famiglia del condominio ad avere il televisore, siamo stati i primi ad avere il telefono. Mio padre sentenziò “Par ‘e disgrassie” (per le disgrazie). Come a dire che il telefono a quello serviva. A tenere un filo diretto tra noi e la provincia veneta e i parenti a cui erano legatissimi. Dall’altra parte, i parenti chiamavano quasi tutti da un posto pubblico, anche loro non avevano il telefono (abitavano in paesini microscopici). In ogni caso si chiamava SOLO per estrema necessità e si doveva essere telegrafici, perché le chiamate costavano.

 

Come dicevo, il telefono non ce l’aveva nessuno nel condominio (due scale di 3 e 5 piani rigorosamente senza ascensore). Ed era un duplex., vale a dire che per risparmiare avevi una  linea in comune con un altro utente. Se chiamavano loro, noi non potevamo telefonare e viceversa. Il duplex era perfidissimo, era sempre occupato se per caso ti serviva.

 

Ma non è finita qui. Il nostro numero ce l’aveva mezzo condominio, per cui, la sera verso le otto (per essere sicuri di trovare qualcuno) squillava il nostro telefono, i miei si allarmavano pensando alla disgrazia incombente ma in realtà era il centralino della Stipel (la Telecom di oggi, che funzionava per le interurbane tramite centralino e con prenotazione) che avvisava che c’era una chiamata per la signora Pierina, per esempio. Mia mamma, se la signora Pierina che cercavano era una vicina di casa, mandava me a chiamare. E io, volente o nolente, correvo come un fulmine (eh, le interurbane mettevano il sale sulla coda!).

Ma se la signora Pierina, metti caso abitasse nella scala di fronte, mia madre non aveva remore. Urlava sul ballatoio “Signora Pierinaaaaaaaaa” finché questa non usciva e allora la mamma gridava “Telefono. INTERURBANA” a significare la gravità della cosa. Era una corsa frenetica. La signora Pierina si scapicollava giù per le scale e poi arrancava su fino al terzo piano da noi per poi urlare “Prontooo??” e scoprire che era il cugino del fratello della madre che voleva sapere come stava.

 

Naturalmente mio padre non ci pensava nemmeno ad uscire di casa durante la telefonata. Del resto, non era mica una cabina telefonica casa nostra. Così la signora Pierina (o chi per lei) riteneva doveroso spiegarci che il cugino aveva telefonato perché una compaesana aveva saputo da una sorella che stava a Milano che la signora Pierina non stava bene.

 

Io ero bambina e mi seccava parecchio questa faccenda della staffetta (gratuita, per di più) tra telefono e vicini di casa, ma non potevo che star zitta e  correre.

 

Dicevo che le interurbane bisognava prenotarle tramite centralino. Nelle rare volte in cui mio padre o mia madre prenotavano una telefonava, il mondo si fermava. “Prontodicaaaa” blaterava la centralinista seccata  che ti prenotava la chiamata. E poi si aspettava. A volte intere ore. E non si poteva fare niente. “Spegni quella radio, che se chiamano non si sente il telefono!”. Difficile non sentirlo, in due stanze di venti metri quadri l’una. Ma era così. “Posso andare fuori a giocare?” chiedevo allora “Sì, ma non fate rumore che se arriva l’interurbana poi non si sente niente”. In effetti a volte la qualità della linea era pessima. Ma a volte la centralinista si dimenticava della chiamata, quindi un paio d’ore dopo bisognava riprovare. Timidamente, quasi chiedendo scusa “Non c’è linea signora, sto riprovando” si giustificava la centralinista con voce rigorosamente nasale (tutte avevano la voce così). In realtà dopo il sollecito la chiamata arrivava nel giro di dieci minuti al massimo.

Apriti cielo se per caso, nell’attesa, sollevavi la cornetta e scoprivi che il tuo duplex era al telefono! “Proprio adesso! Non ha un altro orario per telefonare?” brontolava mia mamma. E se per caso la chiamata del povero duplex durava più di dieci minuti il nervosismo si poteva toccare con mano, anzi, tagliare con il coltello.

 

Ma la cosa più divertente è che c’era una famiglia siciliana il cui capofamiglia, alle otto di sera del sabato suonava il campanello di casa nostra e entrava dicendo “Aspetto una interurbana da casa. Dice che chiama per le otto”. E sta va lì, mentre noi cenavamo, ad aspettare. A volte pure un’ora.

Allora non era come oggi: la confidenza era una cosa rara. Quindi eravamo impacciati noi e impacciato l’altro, ma non aveva scelta.

Dopo la sospirata telefonata, in dialetto siciliano ci ragguagliava “Tutto a posto, stanno tutti bene”.

 

Così, senza volerlo, noi avevamo il polso della salute e anche di altre faccende private di tutto il condominio. Mia mamma per un paio d’anni è stata orgogliosissima di sapere i fatti degli altri. Poi, pian piano, altri condomini hanno messo il telefono, PER FORTUNA.

 

A volte ci penso, a questa cosa. E allora prendo il mio cellulare e gli sussurro “Bello, sei!”. Farà sorridere, ma io e lui sappiamo cosa c’è dietro.

 

 

 

 

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Confidati con me

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on 04 Mar
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A volte mi chiedo cosa sia l’educazione. E che tipo di educazione ho avuto io e di conseguenza ho dato a mia figlia.

 

Senza dubbio io sono stata educata severamente. Molto severamente. Confesso che avevo una fifa blu dei miei, di quello che pensavano. Non avevo voce in capitolo in casa. Mica si poteva rispondere a un padre o a una madre! Se i tuoi ti facevano un rimbrotto te lo tenevi e zitta e mosca. Quando mio padre si pronunciava (era l’ultimo appello) erano sicuramente guai in vista. Mia mamma era leggermente più malleabile, come ci si aspetta da una madre. Ma mica poi tanto. E la punizione era una cosa super-certa. Migliaia di cose fatte bene erano cancellate da UN errore.

 

Non ho mai sentito i miei dire “brava”. La loro opinione era che  per tirar su bene i figli non bisogna far loro complimenti. Niente di più sbagliato, secondo me. La bilancia pendeva sempre e solo dalla parte del “male”.

 

Non so esattamente da cosa nascesse questo timore nei riguardi dei miei, non l’ho mai capito. Sì, mi son presa qualche bello scapaccione, ma non avevo certo paura delle botte, non eravamo a questi livelli. Urla? Sì, mio papà alzava la voce, ma la alzava pure mia mamma e i risultati non erano gli stessi.

 

Sapevo (da quando ho memoria) cos’era giusto e cos’era sbagliato, cosa chiedere e cosa no, d’istinto, come tutti i miei coetanei a quei tempi. A me bastavano due sopracciglia corrugate e già avevo i sudori freddi.

 

Quindi cercavo di rigare dritto. Avevo sì timore dei miei, ma anche rispetto. Ubbidivo (abbastanza), avevo rispetto anche per i miei insegnanti e per gli adulti in genere. Oddio, credevo a quel che dicevano, il loro parere era quasi “legge”.

Era educazione? Educazione basata sulla paura? Non so rispondere.

 

So di sicuro che di contro non avevo confidenza con i miei genitori. Se avevo un dubbio o un problema, me lo tenevo per me. E di questo ne ho sempre sofferto.

 

Ci sono problemi, che da bambini e ancor più da adolescenti, non si possono risolvere da soli.

Per esempio sono stata molestata da un maniaco esibizionista: ero in prima media e lui si appostava vicino alla scuola. Eppure me ne son guardata bene dal dirlo a chiunque, perché di certi argomenti non si parlava. Mai, in ogni caso, di sesso. Ero IO che mi vergognavo, non pensavo che la colpa fosse sua.

Quando ho scoperto come nascevano i bambini (avevo circa 12-13 anni) non ho osato dirlo a mia mamma. Avevo una confidente (mezza confidente, a dire la verità): era una signora anziana che avrebbe potuto essere mia nonna. Era gentile e affettuosa con me. Ci ho mandato lei, a dirglielo. Anche qui, mi vergognavo di questa scoperta. Nemmeno che la colpa di come nascevano i bambini fosse mia.

 

La confidenza l’ho cercata, con mia mamma. Per esempio, ricordo di averci pensato su per giorni e giorni e poi, teen ager, ho trovato il coraggio di dire “Mamma, ti devo dire una cosa” lei non ha alzato gli occhi dal suo lavoro di cucito e mi ha detto “Dimmi”. Non era incoraggiante, ma ho proseguito “Mi piace l’Ennio” (trattavasi di un ragazzo sedicenne che abitava di fronte a me e con cui nemmeno ci si salutava). La sua risposta fu, burbera “Non hai altro a cui pensare?” e la parola sottintesa successiva era “Vergognati”. Sono arrossita fino al mignolo del piede, praticamente ero viola. Mai più detto niente, da allora. Si usava così, credo. Immagino che più o meno le mamme fossero uguali alla mia: non si incoraggiano le cottarelle innocue. Chissà che cosa può succedere e che cosa può dire “la gente”.

Mamma mia, quanto ho odiato “la gente”. Era sempre in ballo, ‘sta gente. Ogni volta che ne combinavo una, ogni volta che sbagliavo eccola lì, la gente. “Ma ci pensi o no alla gente? Cosa dirà?”. Amo questi tempi, in cui ci si fa un baffo di quel che dice la gente. A me ha condizionato la vita.  Non ci crederete, ma quando ero bambina e ragazza, tutti avevano timore dell’opinione altrui. Una roba brutta, davvero.

In realtà non è che non combinavi nulla per paura della gente. Lo facevi di nascosto, semplicemente.

A me non importava un fico secco di quel che dicevano gli altri. Mi importava però molto dei miei, quindi tornavamo al punto di partenza, perché loro tenevano conto, eccome, della gente.

 

Ho sofferto molto di questa mancanza di confidenza. E per il famoso motto che era diventato mio (“Mio figlio lo tirerò su diversamente”) ho cercato di essere sicuramente molto mamma, ma anche un po’ amica di mia figlia.  Spero di esserci riuscita, bisognerebbe chiederlo a lei.

 

Quel che so è che se c’era un problema, lei sapeva che poteva parlarmene. E anche se dice che sono stata severa, ha rivisto molte cose, ora che è mamma.

Anche mio nipote Leonardo ha una mamma che  è prima di tutto mamma. Ma sa che qualsiasi cosa, perfino la più terribile delle marachelle, può raccontarla senza timori. Sa che ci sarà una punizione, ma sa anche che c’è il perdono.

 

Ecco, forse è questa la cosa che a me è mancata: la certezza del perdono.

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Quattro generazioni

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on 07 Feb
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Ripensavo poco fa alla mia infanzia e ai privilegi che noi tutte persone che hanno superato i cinquanta, abbiamo oggi, in confronto a ciò che avevamo. E a cosa hanno i ragazzini e gli adulti di oggi.

Io sono nata negli anni 50, in una famiglia modesta dove lavorava solo papà che faceva il muratore. Ricordo gli inverni in cui era in cassa integrazione, perché faceva troppo freddo per lavorare fuori. Partecipavo, come tutti i bambini di allora, anche alle questioni finanziarie della famiglia. Niente lavoro, niente soldi, non c’era bisogno che me lo spiegassero. Mi sembravano normali tante cose: non avere tutto quello che chiedevo  (a volte sapevo che era inutile chiedere) aiutare in casa, andare alla “Standa” a piedi con la mia amica, a circa tre chilometri da casa. Avere i vestiti e le scarpe“della festa”, che rigorosamente si mettevano solo la domenica. E gli odiati calzettoni, che mostravano le ginocchia viola dal freddo (non si usavano ancora i pantaloni). A partire dai 7-8 anni dovevo smettere di giocare perché mamma, che faceva la sarta in casa, mi faceva tagliare le verdure per il minestrone o mi diceva passo passo cosa fare per preparare il sugo per la pasta. E’ così che ho imparato a cucinare. E mi sembrava normale aiutare, anche se sbuffavo, ovviamente.

Avevo un mezzo desiderio: avere il bagno in casa e non nel ballatoio. Dico mezzo perché se l’avessi avuto in casa non avrei potuto andare a fumare di nascosto in quello fuori. Il televisore l’abbiamo comprato con  il mio primo stipendio perché, diceva mio padre “si compra solo quando si hanno i soldi”, niente rate.

Quando mi sono sposata ho fatto il primo bagno in una vasca. Avevamo un appartamentino piccolo in affitto e nostra figlia dormiva in camera con noi.

Anni dopo ci siamo potuti permettere una casa nostra, dove mia figlia aveva una cameretta tutta sua. E mi sembrava di avere fatto una conquista.

Quando mia figlia ha avuto il primogenito aveva già una  piccolissima cameretta  per lui, ma quando si è accorta di essere di nuovo incinta ha cercato una casa più grande.

Quarant’anni fa lavorare bisognava e il lavoro c’era. Ma era dura: pochi diritti, si ingoiava tanto, gli stipendi erano miseri, ma anche le pretese erano poche. Un televisore, la lavatrice. Nel condominio dove abitavo da piccola siamo stati gli ultimi ad avere entrambe le cose.

L’altro giorno mio padre (92 anni suonati) mi raccontava che lui per andare a scuola doveva farsi cinque chilometri a piedi, con qualsiasi tempo. Succedesse ora la notizia sarebbe su tutti i Tg, sono sicura. Dormiva in uno stanzone che d'inverno era freddo (c'era la stufa in cucina, mica i caloriferi) insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle. I dolci – mi diceva – si mangiavano solo a Natale. Beh, devo dire che quando ero piccola amavo il Natale proprio perché era una delle rare occasioni in cui c’erano i dolci. Mia figlia, pur avendo a disposizione quel che voleva, non è mai stata golosa di dolci. E nemmeno mio nipote, devo dire, fatta eccezione per le caramelle.

 

Direte che i tempi sono cambiati. Ah, lo so. Ma siamo cambiati soprattutto noi. Non ci viene nemmeno in mente di portare i bambini a scuola a piedi, ma lottiamo come delle furie per iscrivere in palestra gli stessi ragazzini per “fargli fare un po’ di moto”. I nostri figli (e nipoti) si annoiano: manco per sbaglio ci viene in mente di farci aiutare nelle piccole faccende di casa. Eppure imparerebbero ad essere indipendenti, ci darebbero una mano e a loro non   dispiacerebbe affatto, vi assicuro. Provateci: fatevi aiutare a stendere il bucato, a preparare la tavola, a spolverare, a cucinare. Si divertiranno come matti e anche se le prime volte dovrete avere pazienza, in seguito  diventerà perfino un momento tutto vostro, perché aiutare la mamma fa sentire importanti.

L’entusiasmo per le cose nuove i bimbi ce l’hanno ancora, per fortuna.

E quindi, direte voi? Ah, ve lo spiego. Io ho ancora lo stupore, le nuove generazioni sono tutte sbuffi e noia. Mi diverte giocare (ho giocato poco nella mia vita), mi stupiscono i regali, sono golosa purtroppo, mi spiace buttare via i soldi (ne ho sempre avuti pochissimi) e mi entusiasmo per un abito nuovo magari comprato al mercato. E non capisco chi spende 500 euro per una borsa pur prendendo 1000 euro di stipendio (magari da precario), per poi lamentarsi che “non ce la si fa”, ma soprattutto perché “ce l’hanno tutti” ed è di moda.  Pane e cipolle ma l’ultimo modello di IPhone è la regola, non l’eccezione. Come ho detto tante volte, son scelte. Ognuno è libero di spendere come gli pare. Sapete quello che mi allibisce?  Che il tutto avviene  senza entusiasmi, senza urletti di gioia.

Chissà se borsa carissima e IPhone rendono felici, poi. E in quanto tempo vengono a noia, alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, dimenticando di godersi il presente.

 

Sarà che sto invecchiando, ma vorrei che i miei nipoti avessero entusiasmo e stupore,   sempre, anche e soprattutto per le piccole cose. Glielo auguro di cuore.

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