bruco
 

Una nonna fortissima

I blog di Che Forte!

Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.

Iscriviti al feed Viewing entries tagged nipote

Quattro chiacchiere, anzi otto

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 18 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

Son sempre stata una chiacchierona, solo con l’età mi sono un po’ calmata. Mi è sempre piaciuto raccontare storie, inventare, commentare quel che vedevo. Lo facevo con mia figlia quand’era piccola e con suo figlio Leonardo, che portavo a spasso nel passeggino. Credo che qualcuno mi prendesse per una svitata. Avevo il cucciolo di pochi mesi piazzato nella carrozzina e gli raccontavo quel che stavamo facendo, dove saremmo andati, gli indicavo i fiori e gli alberi. Ho appena letto “Parla tanto a tuo figlio, diventerà più intelligente!” nella nostra rubrica  SOS psicologia, e mi sono perfettamente ritrovata in quel che dice  Francesca Daidone Costantino.

Non sapevo che parlare ai bambini piccolissimi li rendesse più intelligenti. Semplicemente ho sempre seguito l’istinto. Se gli parlo, pian piano imparerà ad associare parola-oggetto, mi son detta. Infatti, sia mia figlia che Leonardo hanno imparato presto a parlare, e con proprietà di linguaggio. Parlare con i piccini viene d’istinto, almeno a me. Sei a tu per tu con quel fagottino che sa solo sorridere e tu gli rispondi con le parole. E parlando parlando vien naturale riferirgli quel che si fa: “ora cambiamo il pannolino”, “adesso è l’ora della pappa”. E poi per farli addormentare, non si cantano le canzoncine?

E’ ovvio e scontato che non ci aspettiamo che capiscano, ma è così che si impara a parlare. Ora che io e Isabel saremo sole solette tutto il giorno, continuerò a farmi quattro, anzi otto chiacchiere con lei, che ha oramai otto mesi.

E’ una bimba sveglia e curiosa, ma per ora non sillaba nemmeno, si limita a gracchiare (sì, sì, gracchia con voce di gola!) i suoi “aaghhhhhh”, ma sono sicura che manca poco ai primi balbettii.

 

Per ora Isabel dà segno di capire, comunque. Batte le manine a richiesta (non sempre), gattona velocissima a prendere la palla se la si invita a farlo, se si dice “dov’è il pesce?” guarda verso l’acquario. E, quando le cambio il pannolino e le intimo di non avvitarsi come un serpente lei si ferma, mi guarda, sorride (è semplicemente stupenda quando sorride!) e… mi spernacchia comodamente. Lo fa sempre, non è un caso. Spero ardentemente che questa non sia la sua risposta ufficiale alle mie richieste, e spero anche che sia solo un temporaneo momento d’espressione, in attesa delle parole. Spero. O che sia la prima contestazione?

 

 

Hits: 88 0 Commenti Continua a leggere
0 voti

Pronto, chi parla?

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 10 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

Che comodità il cellulare. Possiamo chiamare ad ogni ora del giorno, e pure della notte. Possiamo rompere le scatole alla nonna che è in chiesa, all’amica che è in riunione, al papà che è al volante. Sempre!

E sapere dove sono i nostri figli, in ogni momento, chiamando magari ogni oretta. “Mhmm… hai detto che vai da Giovanni,   sono passati venti minuti e non sei ancora arrivato? Ti chiamo tra dieci minuti allora”.

E pure i bambini, da quando hanno l’uso della ragione, telefonano “Mamma? Quanto fa sedici per dieci fratto otto?” e la mamma, che è in riunione col capo bisbiglia “Non ora tesoro, non posso” ma il bambino insiste “Allora ti chiamo tra cinque minuti”. E non sgarra.

Non conosco nessuno (eccetto mio padre novantadueenne) che non abbia un cellulare. In realtà ci ha reso la vita più semplice, è vero. Ma anche più complicata, non trovate?

Da un lato non abbiamo più privacy, chiunque ci chiama in qualunque momento (“Ti disturbo?” è la frase più usata, ma noi diciamo “no, figurati” anche quando siamo sotto la doccia). Dall’altra siamo più tranquilli, possiamo verificare per esempio se un ritardo è dovuto al traffico o a qualche altro imprevisto.

Io stessa credo non saprei come cavarmela senza cellulare. E’ il filo diretto con i nostri cari e anche con chi caro non ci è, ma che dobbiamo sentire per forza.

L’altro giorno mia figlia ha avvicinato il ricevitore a mia nipote Isabel, che ha oramai otto mesi, e le ha detto “Senti? C’è la nonna!”. La piccola ha girato la testa di scatto guardando verso la porta, ovviamente. Che ne sa, lei, del telefono? E quando ha sentito la mia voce che la chiamava, di nuovo si è sporta verso la porta.

Il che mi ha riportato a Leonardo piccolissimo che, quando sentiva una voce al telefono guardava il ricevitore e poi la mamma, come a dire “Ma dov’è?”.

La scorsa settimana, sempre Leonardo, mi spiegava al telefono che è caduto e si è fatto male “qui”. “Vedi nonna? Mi sono fatto male proprio qui”, con il cellulare appoggiato alla gambina, come se io potessi vedere.

Certo, è una gran comodità il cellulare, inutile negarlo. Vedo mamme al volante (compresa mia figlia) che parlano al telefono, tengono a bada i figli starnazzanti sul sedile posteriore (“Sì, Leonardo, ora metto la musica”, “Isabel non piangere, ora andiamo a casa a fare la merenda”),  e guidano. Certo, ci sono donne al volante che se squilla il telefono inchiodano in mezzo alla strada e non sanno coordinare due cose. Ma è la stragrande maggioranza degli uomini che se è al cellulare diventa inabile alla guida. Non è colpa loro, è che – e dico sul serio – noi donne sappiamo fare 3 cose insieme, e bene. Non c’è mica da vantarsi, siamo cretine noi che riusciamo a farlo, a costo di stressarci.

Nelle scorse settimane, mi pare, leggevo su Internet che le donne incinte che usano il cellulare possono causare danni cerebrali al feto. Magari è un’esagerazione. Di certo è un invito a usare meno questo mezzo. In fondo, quante telefonate inutili facciamo, tutti?

Ma vi ricordate la vita senza cellulare? C’era solo il telefono di casa o  tutt’al più le cabine telefoniche. Ora a casa chiamano solo le compagnie telefoniche per proporti un nuovo contratto o qualche mobilificio che declama sconti, per il resto c’è il cellulare.

Stamattina ho accompagnato Leonardo a fare una passeggiata e abbiamo visto una delle oramai rare cabine telefoniche, ovviamente senza nemmeno più il telefono. Leonardo subito ci è entrato e mi ha chiesto “Nonna, cos’è?”. Ho cercato di spiegargli che una volta i telefoni erano molto più grandi e attaccati a un muro o, appunto, in cabina. Ma mi ha guardato stupito e mi ha chiesto “Ma grandi quanto?” e io a gesti ho mimato la misura. “Ma non ci stava in borsa?” ha replicato guardando la mia, che è piuttosto grande. Ma è difficile da capire che non è solo una questione di misura: lui è nato nell’epoca dei cellulari.

 

 

Hits: 82 0 Commenti Continua a leggere
0 voti

La borsa di Mary Poppins

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 22 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

Parlo per me, sia chiaro. Ma anche se non ho mai amato le borsette piccole, ora ho preso la via dell’esagerazione.

Quando scelgo una borsa nuova, la prima cosa è la “capacità”. Ci deve star dentro il mondo e anche qualcosina di più.

 

Nella mia borsa, in ordine di importanza ci sono le cose ovvie: portafoglio e chiavi, fazzoletti di carta, sigarette (purtroppo) accendino, agendina, l’immancabile cellulare, eccetera eccetera.. Seguite a pari passo da: caramelline (nel caso Leonardo ne chieda una, non si sa mai), un animaletto (poi spiego il perché), detergente igienizzante per le mani, fazzoletti di carta, una merendina o un succo (non per me, ovviamente, sempre per Leo) se vado a prenderlo all’asilo. Praticamente una borsa da nonna.

 

La trousse dei trucchi, ahimè, non esiste più. Anzi, perché dico ahimè? Non avrei tempo e modo di truccarmi (e poi, vi prego, mi ci vedete “rossettarmi” o spolverarmi di cipria per strada? Ma vaaa). E soprattutto, visto il fulmineo stazionamento davanti allo specchio il mattino, che diavolo me ne faccio di portarmi un peso inutile in giro?

 

Ma torniamo al dunque: caramelle, dicevo. Beh, quale nonna non ha un dolcino per il proprio nipote nella sua borsa? Tante, dite? Beh, io ce l’ho. Alla menta, confettini, di zucchero, dure come pietre (le sue preferite). Così sceglie, no?

 

E poi l’animaletto. Qui bisogna aprire una parentesi. Quando ha avuto la varicella, sotto Natale, andando ad acquistare i regali ho trovato una busta con dentro vari animaletti di gomma. Comprato al volo, ovviamente, conoscendo la passione di Leo per gli animali!

 

Era malatino, poverino, quindi una mattina sono andata a casa sua e mi sono inventata una storia. “Sai Leo? Stamattina fuori dalla porta ho trovato questo piccolo elefantino con un cartello che diceva ‘chi mi adotta?’ <detto con faccia contrita e addolorata e tono adeguato>. Allora ho pensato che tu l’avresti ospitato volentieri con tutti gli altri tuoi animaletti”. Ovviamente, gli si è aperto il cuore.

 

Il giorno dopo ho commesso l’errore di ripetere – più o meno – la stessa scena, portando un nuovo animaletto.

 

Ben presto però, la busta originale si è svuotata. E allora io e il nonno abbiam dovuto correre qua e là a fare rifornimento. Più di una volta.

 

Perché, cari miei, da quel fatidico giorno mi ha messo in croce. Ogni volta che mi vede la domanda è “E’ arrivato un animaletto, nonna?”. Così ogni tanto dico che non è arrivato niente (la sua mamma mi ha già minacciato: basta con tutti quei regali! Ha tuonato).

 

All’ultimo animaletto arrivato ha detto “Nonna, ma perché gli animaletti arrivano tutti da te?” già, perché?

 

Ma il bello è che prima prendeva quel che arrivava. Ora siamo alle richieste “Nonna, sai che io non ho una lepre, una salamandra (e dove diavolo la trovo una salamandra di gomma??) e nemmeno un uccellino?”.

 

Santi numi, come la mettiamo adesso? Devo inventarmi qualcosa.

 

Intanto ho già messo le mani avanti. Gli ho detto che gli animaletti hanno scritto una letterina dicendo che vanno in vacanza.

 

Ma devo stare attenta: oramai sa che se arriva un animaletto, lo tiro fuori dalla borsa. E se non arriva? Beh, ci va a frugare.

 

Voglio una borsa come Mary Poppins: vista da fuori sembra normale, ma dentro ha gli scomparti segreti. Perché se trovo una salamandra gigante, avrò il problema di dove nasconderla!

Hits: 153 2 Commenti Continua a leggere
0 voti

Confidati con me

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 04 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

A volte mi chiedo cosa sia l’educazione. E che tipo di educazione ho avuto io e di conseguenza ho dato a mia figlia.

 

Senza dubbio io sono stata educata severamente. Molto severamente. Confesso che avevo una fifa blu dei miei, di quello che pensavano. Non avevo voce in capitolo in casa. Mica si poteva rispondere a un padre o a una madre! Se i tuoi ti facevano un rimbrotto te lo tenevi e zitta e mosca. Quando mio padre si pronunciava (era l’ultimo appello) erano sicuramente guai in vista. Mia mamma era leggermente più malleabile, come ci si aspetta da una madre. Ma mica poi tanto. E la punizione era una cosa super-certa. Migliaia di cose fatte bene erano cancellate da UN errore.

 

Non ho mai sentito i miei dire “brava”. La loro opinione era che  per tirar su bene i figli non bisogna far loro complimenti. Niente di più sbagliato, secondo me. La bilancia pendeva sempre e solo dalla parte del “male”.

 

Non so esattamente da cosa nascesse questo timore nei riguardi dei miei, non l’ho mai capito. Sì, mi son presa qualche bello scapaccione, ma non avevo certo paura delle botte, non eravamo a questi livelli. Urla? Sì, mio papà alzava la voce, ma la alzava pure mia mamma e i risultati non erano gli stessi.

 

Sapevo (da quando ho memoria) cos’era giusto e cos’era sbagliato, cosa chiedere e cosa no, d’istinto, come tutti i miei coetanei a quei tempi. A me bastavano due sopracciglia corrugate e già avevo i sudori freddi.

 

Quindi cercavo di rigare dritto. Avevo sì timore dei miei, ma anche rispetto. Ubbidivo (abbastanza), avevo rispetto anche per i miei insegnanti e per gli adulti in genere. Oddio, credevo a quel che dicevano, il loro parere era quasi “legge”.

Era educazione? Educazione basata sulla paura? Non so rispondere.

 

So di sicuro che di contro non avevo confidenza con i miei genitori. Se avevo un dubbio o un problema, me lo tenevo per me. E di questo ne ho sempre sofferto.

 

Ci sono problemi, che da bambini e ancor più da adolescenti, non si possono risolvere da soli.

Per esempio sono stata molestata da un maniaco esibizionista: ero in prima media e lui si appostava vicino alla scuola. Eppure me ne son guardata bene dal dirlo a chiunque, perché di certi argomenti non si parlava. Mai, in ogni caso, di sesso. Ero IO che mi vergognavo, non pensavo che la colpa fosse sua.

Quando ho scoperto come nascevano i bambini (avevo circa 12-13 anni) non ho osato dirlo a mia mamma. Avevo una confidente (mezza confidente, a dire la verità): era una signora anziana che avrebbe potuto essere mia nonna. Era gentile e affettuosa con me. Ci ho mandato lei, a dirglielo. Anche qui, mi vergognavo di questa scoperta. Nemmeno che la colpa di come nascevano i bambini fosse mia.

 

La confidenza l’ho cercata, con mia mamma. Per esempio, ricordo di averci pensato su per giorni e giorni e poi, teen ager, ho trovato il coraggio di dire “Mamma, ti devo dire una cosa” lei non ha alzato gli occhi dal suo lavoro di cucito e mi ha detto “Dimmi”. Non era incoraggiante, ma ho proseguito “Mi piace l’Ennio” (trattavasi di un ragazzo sedicenne che abitava di fronte a me e con cui nemmeno ci si salutava). La sua risposta fu, burbera “Non hai altro a cui pensare?” e la parola sottintesa successiva era “Vergognati”. Sono arrossita fino al mignolo del piede, praticamente ero viola. Mai più detto niente, da allora. Si usava così, credo. Immagino che più o meno le mamme fossero uguali alla mia: non si incoraggiano le cottarelle innocue. Chissà che cosa può succedere e che cosa può dire “la gente”.

Mamma mia, quanto ho odiato “la gente”. Era sempre in ballo, ‘sta gente. Ogni volta che ne combinavo una, ogni volta che sbagliavo eccola lì, la gente. “Ma ci pensi o no alla gente? Cosa dirà?”. Amo questi tempi, in cui ci si fa un baffo di quel che dice la gente. A me ha condizionato la vita.  Non ci crederete, ma quando ero bambina e ragazza, tutti avevano timore dell’opinione altrui. Una roba brutta, davvero.

In realtà non è che non combinavi nulla per paura della gente. Lo facevi di nascosto, semplicemente.

A me non importava un fico secco di quel che dicevano gli altri. Mi importava però molto dei miei, quindi tornavamo al punto di partenza, perché loro tenevano conto, eccome, della gente.

 

Ho sofferto molto di questa mancanza di confidenza. E per il famoso motto che era diventato mio (“Mio figlio lo tirerò su diversamente”) ho cercato di essere sicuramente molto mamma, ma anche un po’ amica di mia figlia.  Spero di esserci riuscita, bisognerebbe chiederlo a lei.

 

Quel che so è che se c’era un problema, lei sapeva che poteva parlarmene. E anche se dice che sono stata severa, ha rivisto molte cose, ora che è mamma.

Anche mio nipote Leonardo ha una mamma che  è prima di tutto mamma. Ma sa che qualsiasi cosa, perfino la più terribile delle marachelle, può raccontarla senza timori. Sa che ci sarà una punizione, ma sa anche che c’è il perdono.

 

Ecco, forse è questa la cosa che a me è mancata: la certezza del perdono.

Hits: 246 4 Commenti Continua a leggere
2 voti

Quel lettino vuoto

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 24 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

E’ successo così all’improvviso, un susseguirsi di avvenimenti che non ti lasciano il tempo di riflettere. E la mia piccola Isabel, che non stava bene da qualche giorno è stata ricoverata all’ospedale.

 

L’ospedale è un luogo in cui nessuno di noi vorrebbe mai andare, figurarsi se è una creatura di sei mesi il degente. Lo so, a volte è la soluzione migliore, ma è pur sempre un trauma.

 

La trafila è stata lunga, come sempre accade quando si entra in un pronto soccorso. Per fortuna, abitando a Milano, abbiamo, nella nostra zona un buon ospedale per i piccoli, il Macedonio Melloni.

 

Ho assistito alla tortura degli esami del sangue attraverso il racconto di mia figlia: purtroppo non è facile fare un prelievo a una bimba così piccina, quindi c’è stato più di un tentativo, e ora le braccine, entrambe, hanno più di un buco. Ma c’è di peggio, in questi casi: l’angoscia di non sapere che cos’ha, l’attesa di un responso.

 

Ed è in questi casi che ringrazio Dio. Per nostra fortuna qualcuno ha inventato l’antibiotico, per fortuna ci sono persone preparate che sanno cosa fare. Cento anni fa per una banale infezione si moriva.

 

E allora grazie alla pediatra, che magari usa toni e modi un po’ bruschi, a volte. Ma sa il suo mestiere e non prescrive a caso un antibiotico per la febbre, ma ragionevolmente, escludendo patologie ricorrenti, chiede esami di laboratorio. Grazie anche agli infermieri e ai medici, pazienti e sorridenti, perché sanno che un sorriso aiuta il piccolo a non avere timori.

 

Isabel ha una banale infezione alle vie urinarie, per fortuna. Dico banale perché quando sei immerso nella realtà  di un ospedale pediatrico, ci sono altre e più brutte storie della tua. E anche qui ringrazi Dio.

Intanto, in ospedale, la piccolina conquista tutti con i suoi splendidi sorrisi. Sorride sempre, a tutti. E' irresistibile, quel fagottino sgambettante.

Noi nonni siamo rimasti a casa con Leonardo, che era a casa dall’asilo per il carnevale. Gli era stato spiegato che Isabel non stava bene e doveva fare gli esami del sangue. Così si aspettava un’assenza di poche ore e il ritorno di mamma e della piccola.

 

Ma poi gli abbiamo spiegato, con dolcezza e con le parole giuste, che la sua sorellina l’avrebbero curata meglio in ospedale, e che o mamma o papà dovevano rimanere con lei. Ha fatto cenno di sì, chissà quanto ha capito. Ma ogni tanto, a casa, diceva “Ora mi nascondo così faccio uno SCHERSO alla mamma”. Poi è arrivata la mamma, nel pomeriggio, ed è stata festa. Una visita veloce, per radunare il bagaglio per il ricovero. E per spiegare ancora una volta che mamma tornava domani e che sarebbe arrivato papà, la sera.

 

Con il piccolo noi nonni ci siamo mostrati sereni e sorridenti, abbiamo giocato a nascondino, siamo andati al parco e ha pure mangiato il gelato.

 

Siamo tornati a casa che era quasi buio, ad aspettare il suo papà. Ed ad ogni rumore che sentiva, Leo interrompeva il gioco per chiamare “Papa? Io ho sentito un rumore, è papà?”. Con noi sta bene, è sereno, ma… papà è casa, è famiglia. E quello noi nonni non possiamo darlo, è il nostro limite.

 

Poi finalmente è arrivato e anche lì è stata gioia. Gli ha mostrato l’animaletto nuovo che gli avevamo portato, ha raccontato tutte le novità, era felice. Non ha chiesto della mamma, forse davvero ha capito, chi lo sa.

 

Ci vuole così poco a turbare un equilibrio precario. Non ci si rende conto, a volte, di quanto importante sia la salute, soprattutto dei più piccoli. E impariamo ad avere più pazienza, quando sono capricciosi, quando fanno disperare.

 

Ma, lo ripeto, siamo fortunati. Ci sono gli esami, le cure, e l’ospedale. E Isabel ha solo un’infezione, curabile.

 

Siamo adulti, sappiamo ragionare, siamo rincuorati dalla diagnosi. Passerà, certo, ma che angoscia entrare nella stanza e guardare quel lettino vuoto…

 

Torna presto a casa, piccola mia.

Hits: 350 0 Commenti Continua a leggere
3 voti

Facciamo finta che...

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 21 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

 

Io credo che ogni bambino abbia un sacco pieno di fantasia nella sua testolina.

 

Ogni tanto c’è la necessità di aprire quel sacco, tirarne fuori un po’. E sono convinta che a loro piaccia molto.

 

Dai in mano a un bambino un… niente, e la fantasia si scatena. Due cuscini sul divano diventano una capanna. La scatola vuota dei biscotti l’ospedale degli animali. Un pezzo di carta ritagliato e ci si inventa un re.

Il fatto è che i bimbi moderni non hanno mica tempo di aprire quel sacco. C’è ovunque qualcuno pronto a sostituirsi al sacco. I giochi già predisposti, che superano a volte la fantasia dei bambini. C’è la tv.

Quand’ero bambina io il gioco ricevuto da Gesù Bambino diventava, volere o volare, il protagonista attorno al quale scatenare la fantasia.

 

E se era una bambola il gioco era facile: dagli con i vestiti, cullarla, inventarsi un lettino (con – appunto – molta fantasia) una collana fatta con l’elastico e un bottone. La parola d’ordine con le amiche era “facciamo finta che…”.

“Facciamo finta che tu sei la mamma che va a fare la spesa” e giù a litigare perché tutti volevano fare il salumiere che aveva – santa patata – dei sassolini che erano i soldi,  dei pezzetti di carta per incartare la spesa, dei fagioli secchi (che in casa mia non mancavano mai) delle foglie, rametti etc etc. Un’apoteosi di cose a sua disposizione, insomma.

 

I maschi di solito l’avevano vinta: facevano i bottegai. Ma noi femmine ci vendicavamo andando dalla sarta (tiè) e quindi perdendo tempo a tagliuzzare ritagli di stoffa che diventavano abiti che più originali non si può.

 

L’anno in cui Gesù Bambino ha avuto la bontà di regalarmi un piccolo pianoforte sono entrata in crisi. Va bene la fantasia, ma dopo aver strimpellato e cantato, facendo finta di essere una cantante, un paio di volte, i miei amichetti si son stufati di brutto. E quindi sono tornata alla bambola dell’anno prima, che nel frattempo aveva avuto un incidente da usura: era senza una gamba, porella.

 

E giocavamo per ore e ore, mica ci si stufava. Anche perché non c’era alternativa.

 

Anzi no. L’alternativa c’era: i giornalini. Oddio quanto ho amato Paperino, Topolino e compagnia bella. Ancora oggi mio marito a volte mi chiama e dice “Guarda, in tv c’è Paperino!” e io corro a vedere.

 Ho imparato a leggere prima di andare a scuola, da un cugino “grande” che ha abitato per un po’ di tempo da noi. E lì mi si è aperto un mondo. Leggevo ovunque e in qualsiasi momento.  A volte mi immaginavo di essere Paperina, che trovavo irresistibile. Ed ero così immersa nella mia fantasia che mia mamma aveva un bel chiamarmi: manco la sentivo.

Poi c’era il commercio dei giornalini. Tu mi dai un Topolino vecchio e io ti presto un Corriere dei Piccoli della settimana scorsa. I giornalini erano una preziosa merce di scambio. Io ne compravo ben pochi, ma non so com’è, in casa mia ce n’erano sempre un po’ di copie, non mi ricordo assolutamente da dove venissero.

 

“Facciamo finta che…” ha funzionato anche con mia figlia. Anche se lei aveva un sacco di giocattoli, il sacco della fantasia lo si apriva lo stesso. C’era sempre qualcosa da inventarsi. E confesso che mi divertivo come una matta, tornando bambina e giocando con lei. Ma anche guardandola giocare con le sue amichette. Un “facciamo finta che…” saltava sempre fuori.

 

Quando una cosa ti entra in testa, passassero mille anni, ti ritorna. Tant’è che pure con Leonardo è scattato il “facciamo finta che…” e gli piace un mucchio. Anzi, a volte mi anticipa. “Nonna, facciamo finta che tu sei un leopardo” e mannaggia, lì ce ne vuole di fantasia, ma va bene! “Anzi, no, tu sei un DINOSAUO piccolo, io uno GANDE”. Perché la fantasia fa bene, ma con un occhio all’opportunità. Lui si tiene sempre l’animale più forte, non c’è verso.

E allora divento un dinosauro piccolo ma furbissimo. Così lui, che ha quello grande, sì, ma un dinosauro un po’ babbeo, chiede di fare cambio, ma non perché vuole vincere. Semplicemente gli piace che quel piccolo dinosauro si sia inventato tante cose. E quando ottiene il cambio, aggiunge qualche furbata frutto della sua, di fantasia.

 

Alla fantasia bastano  tre parole magiche “facciamo finta che…”.

Hits: 157 0 Commenti Continua a leggere
3 voti

Crescere, cresciamo tutti ma...

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 17 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

 

I bambini di oggi sono sempre più svegli, non c’è niente da fare.

 

Io non ho grandissimi ricordi di quando ero piccola. Ma ho avuto una mamma che avrebbe desiderato altri figli e non ha potuto averne, così casa nostra era sempre piena di bambini dei vicini di casa: quello me lo ricordo bene. E con i piccoli, i grandi usavano un linguaggio preconfezionato fatto di “brum brum” al posto di acqua, “ciccia” al posto di carne e via dicendo. Così dicevano “brum brum” fino ai sei anni. Per non parlare dei vari “babau” per far paura ai bambini, o dell’ “uomo nero” o chissà che altro. E ci marciavano mica male, con le paure.

Io stessa ho un ricordo nitidissimo: avete presente le carte veline che ora sempre più raramente avvolgono le arance? Ecco, adesso contengono una piccola percentuale di plastica, ma una volta erano di pura carta.

Mia mamma  l’arrotolava a forma di cono, spegneva le luci e poi dava fuoco alla velina. Agitando le mani la carta si alzava e volteggiava in aria fino a consumarsi e spegnersi, al canto di “Vola, vola vola”. Beh, non ho mai capito perché, ma questa cosa mi terrorizzava letteralmente. Eppure sono convinta che mia mamma non lo facesse per pura perfidia, semplicemente la divertiva vedermi impaurita (ma lei non sapeva quanto) da una cosa così sciocca. E io non riuscivo a farglielo capire, anche se strillavo come un’aquila. Era stupido, lo so, ma io non ero particolarmente sveglia, con molta probabilità.

 

Così, crescendo, come tutti i figli di questa terra ho pensato che NON avrei “tirato su” (come si diceva allora) un figlio come i bambini della mia generazione.

 

A  mia figlia non ho mai detto “brum brum” ma acqua. Per i bambini una parola vale l’altra e allora perché non insegnargli ad esprimersi correttamente, pensavo?

 

Ho cercato di farle superare le paure, parlandole e affrontandole insieme a lei. Il buio? Ma non nasconde niente, vediamolo insieme, anzi, giochiamo anche noi alle ombre. E parlavo, parlavo, parlavo perché lei chiedeva, chiedeva, chiedeva… A volte ci ripenso e io e lei ci ridiamo su: ma quanto fiato ho consumato quando era piccola? Eppure, sono convinta che non sia stato fiato sprecato. Certo, ho fatto quel che ho potuto. Probabilmente avrei potuto fare di meglio, ma a quei tempi non c’era la comunicazione di oggi. Ci si confrontava con le amiche, si parlava con le maestre, ma solo se c’erano problemi. Niente di più.

 

Ma parlare lo consideravo importante. Non era importante che all’inizio lei non mi rispondesse o, probabilmente, non capisse ancora. Peraltro, ci sono bambini che parlano precocemente, altri no. Mio nipote   ha imparato a parlare prestissimo.

 

Leonardo non aveva ancora due anni e andava a vendere cocco sulla spiaggia. Era buffissimo, giuro. Prendeva dei sassolini, li metteva nel secchiello e insieme alla mamma girava la spiaggia. “Coccobello!!!” strillava avvicinandosi agli ombrelloni. E se si accettava “l’acquisto” subito aggiungeva “Un EUO” perché sapeva benissimo che il venditore di cocco voleva una moneta.

 

Sua madre aveva quattro anni quando in tutte le classifiche del mondo primeggiava “On my own” cantata dalla piccola Nikka Costa accompagnata dal suo papà. Era una canzone che a me piaceva tantissimo e la cantavo sempre. Beh, lei, con i suoi 4 anni, non sapeva ovviamente una parola di inglese. Non azzeccava una parola giusta ma la cantava, eccome, a orecchio. Uno strafalcione via l’altro la sapeva tutta,  nel suo inglese comico.

 

Il bimbo della mia amica Barbara, Alessandro (3 anni), parla, ma non agli estranei, con loro diventa timidissimo. Però si esprime così bene da essere riuscito a trasmettere alla mamma un disagio alla scuola materna. Barbara mi ha confessato che pareva di parlare con un piccolo adulto mentre ascoltava le ragioni del piccolo.

 

Giorgio, figlio di un’amica di mia figlia, ha quasi due anni e dice solo poche parole. In compenso è sveglissimo e furbissimo e si fa capire alla perfezione. Ha pure una manualità eccezionale: riesce a infilare i cubi a forma geometrica negli appositi buchi al primo tentativo e senza sbagliarne uno. Una cosa che, confesso, riesce difficile anche a me. Ma io sono rintronata  e non faccio testo.

 

Questo per tornare all’inizio:    i piccoli di oggi sono sempre più svegli, a mio parere. Forse hanno più stimoli, sono più seguiti, non so bene.

 

Ma soprattutto sono in grado di esprimersi, in modi diversi magari.

 

Sento mamme preoccupate perché il loro bambino non parla ancora. Santo cielo, ognuno ha i suoi tempi. Certo, se a sei anni lo iscrivete alla prima elementare e ancora non parla, è lecito preoccuparsi. Ma crescere non è una gara a chi arriva primo.

 

Lungi da me dal fare la psicologa, semmai potrei essere io ad averne bisogno di una.  

Ma i bambini di oggi sono fortunati. Hanno genitori che si informano, si fanno domande, si consultano o consultano gli esperti. Hanno “Che forte!” perfino! Ma una volta? Certo, crescere siam  cresciuti tutti.

 

Ora che ci penso… ma non è che sarei meno rimbambita se fossi cresciuta di questi tempi? E la risposta, questo è il bello, la so già.

 

Hits: 196 2 Commenti Continua a leggere
3 voti

Il gippone

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 10 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

Non sono una fan delle automobili di grossa cilindrata: in realtà non me ne importa un bel niente delle auto e non so nemmeno distinguere marche e modelli. Se mi si chiede che auto ho, devo pensarci su un attimo, mica me lo ricordo subito. Considero l’auto un mezzo di trasporto e come tale le mie pretese sono ben poche: che funzioni, che sia sufficientemente comoda e che tenga la strada. Essendo robusta io, con i piedi ben piantati per terra, non amo le auto “leggere”, quelle che ti volano via dalle mani.

 

Certo, se diventassi milionaria e potessi scegliere un’auto che mi piace, sceglierei una di quelle gippone fantastiche che sembrano piccoli carri armati e che quando li vedi da lontano ti sposti perché i fari, pure  da spenti, sembrano minacciosi e ti fanno paura. Ho i miei buoni motivi, per questa scelta.

 

Ma non sono milionaria e quando si è trattato di cambiare la mia vecchia auto, due anni fa, per necessità, sono stata inflessibile: “Ho il piccolo da trasportare, quindi che sia cinque porte e robusta”. I particolari li ho lasciati a mio marito. Ora ho un’utilitaria che fa il suo mestiere senza infamia e senza lode.


Quando vado in giro da sola o con adulti ho una guida abbastanza brillante. Chi abita in città sa che gli imbranati sono quanto di peggio di possa capitare. Noi cittadini siamo abituati ad avere centocinquanta occhi e a prevedere i pericoli duecento metri prima, magari pensando  di poter fare dieci chilometri in dieci minuti. Ricordo qualche anno fa, quando venne ospite da me una mia amica, Gabriella - abile guidatrice -  che vive in una cittadina della costa abruzzese. Traffico lì ce n’è, soprattutto d’estate con i turisti. Ma quando mi ha visto alla guida, attenta ai mille slalom delle auto milanesi mi ha guardato e mi ha detto “Ma io non potrei mai abitare qui!”.

 

In ogni caso, quando sono sola è un discorso. Ma quando trasporto Leonardo (Isabel ancora non è stata mia ospite) cambia il giro del fumo. E siccome non sono il dottor Jackil e Mr. Hide, sono prudente ma non rimbambisco tutto d’un botto!

E’ in quei momenti che vorrei essere milionaria: avrei il gippone! E con un gippone sotto le mani, avete ben poco da fare gli spiritosi, cari i miei automobilisti  maschi, sempre pronti a soverchiare la guida femminile! Perché vi vedo, sapete? Guardate chi guida, rapido calcolo mentale di un secondo e poi TIE’, ti sorpasso e inchiodo tanto che mi fai, scendi e mi meni?! Oppure ti taglio la strada così devi frenare bruscamente e ti faccio pure un mezzo sorrisino. Fra uomini ve lo fate molto, ma molto meno. Sono più che sicura che odiate le donne al volante anche se sono decisamente più brave di voi. Vedo mio marito: se c’è un’auto che non è veloce come un fulmine a parcheggiare “Ehhh, signora mia…”. E manco ha visto chi guida, razzista a priori! Se un’altra macchina non parte a razzo a semaforo propizio “Ma dai cara, DAIII!” al femminile, ovviamente. A volte pianto giù una questione, a volte son troppo stanca di dire le stesse cose. Evvabbè, pensala come ti pare.

 

Ma se vado a prendere Leonardo all’asilo, o lo accompagno da qualche parte mi si accendono anche i sensori periferici. Sono prudentissima,  e so che mi credete. Prudentissima però non vuol dire ebete.  Soprattutto sono così brava che ingoio i soprusi. Lascio che uno  stolto (maschio, quasi sempre) mi sorpassi, strombazzi e riesco perfino a non abbassare il finestrino per insultarlo. Uh, mi ribolle il sangue, figurarsi! Ma il massimo che mi esce dalle labbra è “Mannaggetta!!” quando vorrei urlare gli improperi più proibiti. Al che Leonardo – a cui non sfugge niente – chiede spiegazioni. “Perché dici mannaggetta, nonna?”. “Tesoro, perché il signore che guida quell’auto suona, ma il semaforo non è ancora verde” (pure questo capita). “E’ un PEPOTENTE, nonna?” e non solo, amore della nonna, non solo.

 

Ecco, è in quel momento che mi appare fulminea la scena. Io che guido il gippone e che con uno di quei ruotoni pazzeschi  gli salto sul cofano, schiacciandoglielo: ovviamente procurando danni solo all’auto. Ed è lì che mi piacerebbe guardarlo negli occhi terrorizzati e dirgli “E allora, babbeo? (lo so, babbeo non si usa più, ma ho promesso che qui non avrei mai scritto parolacce) Ridi, coraggio, ridi che ti disfo anche il resto, su.”. La visione termina con me che rido, non lui. Una gran bella visione, oh, là!

Certo, non sarebbe un bell’esempio per Leonardo, cinturato sul sedile posteriore. Però onestamente a volte penso che pure Leonardo avrà la patente, un giorno. Ed è maschio, mannaggetta.

Un corso di buone maniere? Ma mica serve! Gli uomini, anche i più miti ed educati, si trasformano, alla guida di un veicolo.

Mostri che non siete altro, datemi un’auto come dico io e… No, meglio di no, diventerei come loro.

Forse è per questo che non avrò mai un gippone, sigh.

 

Hits: 168 0 Commenti Continua a leggere
4 voti

Leggere i camion

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 05 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

Qualche giorno fa mio nipote Leonardo, di appetito e gusti robusti, era a tavola svogliato e inappetente. Allora gli ho detto “Mangia qualcosa tesoro, non vuoi diventare grande?” e la sua risposta è stata “No!”. Io e il nonno lo guardiamo straniti e chiediamo in coro “Perché?”. Tutto mi sarei aspettata meno la sua risposta “Pecché non voglio diventare grande!” Accidenti, ha già capito tutto della vita, mi son detta. “E perché non vuoi diventare grande?” “Pecché non vojo andare a lavoare”. Tre anni e già un potenziale lazzarone, andiam bene.

 

Ma ho indagato ulteriormente “Ma come non vuoi andare a lavorare, puoi scegliere, sai? Puoi fare quello che vuoi”. Effettivamente sembrava si fosse distratto, tanto ci ha messo a rispondere “Vojo fare il guaDDiano delle Connelle”. Le Cornelle sono un parco faunistico vicino a Bergamo. Il bello di questo parco è che ha centinaia di animali di ogni specie. E gli animali sono la sua grande passione.

 

A Leonardo ho detto che poteva benissimo fare il guardiano delle Cornelle, ma che per farlo doveva comunque diventare grande e studiare. La parola “studiare” lo ha lasciato perplesso. Allora ho aggiunto “Per fare qualsiasi mestiere bisogna studiare sai?”. Lui ha corrugato la fronte e mi ha chiesto “Ma cosa vuol dire studiare?” “Imparare, leggendo sui libri, quel che serve per far bene il mestiere che si è scelto”. Allora lui tutto tronfio mi risponde “Ma io gli animali li conosco tutti!” e per convincermi ha preso un libretto e ha cominciato a sfogliarlo “Quetto è un INOCEONTE, quetto un leopaDDO, quetto un pettiOSSO…” e avrebbe continuato per chissà quanto, vista la sua conoscenza del mondo animale.

 

Di fronte a questa logica, è difficile controbattere. Ma una nonna mica si arrende così. Ha del buon tempo da perdere quindi insiste. “Certo, ne conosci tantissimi di animali. Ma se si ammalano? Un guardiano deve sapere cosa fare” “Ma io chiamo il VETEINAIO” è stata la pronta risposta. Eh già, vero. Accidenti, ci deve pur essere un modo per fargli capire che dovrà studiare. “Bisogna telefonare, tesoro. E se non conosci i num…” Manco ho finito e già ribatteva “Ma io conosco i numeri!” In effetti conta fino a venti speditamente, poi saltella qua e là. “E bisogna leggere le ricette, e tu non sai leggere. E per imparare a leggere bisogna andare a scuola” Ah, ah, ah. Fregato.

Macché “Ma io tante lettere le so! QueTTA è una A, quetta è la L di Leonardo. E poi leggo i camion!”

 

Come leggi i camion?? L’ho guardato stupita, ma lui tutto orgoglioso ha annuito serafico. ‘Sta faccenda dei camion mi ha dato da pensare, ma ho  considerato  la fantasia dei bambini..

Due giorni dopo vado a prenderlo all’asilo, lo carico in macchina e siccome dovevamo fare delle commissioni con la sua mamma, imbocchiamo la tangenziale. Lui seduto dietro con la sorellina, io e sua madre davanti.

“Leo, cosa c’è scritto lì?” chiede mia figlia indicando l’Ikea. “Ikea!!” strilla il piccolo. Sobbalzo, mentre mia figlia ride. “E su quel camion?” chiede ancora mia figlia. “Esselunga!” urla lui, ridendo. Poi abbassa la voce, si sporge per quanto consentito dalle cinture e mi fa, con un tono che potrei definire malizioso se non si trattasse di un bimbo “Visto nonna che so leggere i camion?”. Ossignore, s’è inventato un nuovo mestiere!

Vista la sua curiosità, la mamma mi ha spiegato che chiede continuamente cos’è questo e cos’è quello. E loro, che son genitori pignolissimi, invece di dire “un camion”, specificano. Invece di dire “casa” o “palazzo” specificano di che cosa si tratta. Pfiuuu… che spavento!

Ovviamente non sa leggere (solo il suo nome), riconosce una scritta perché l’associa alle parole che gli si dicono.

 

Alla fine, dal suo punto di vista, aveva ragione lui: sa leggere i camion. Ma non ho potuto trattenermi dal dire, piano “Tanto a scuola ci vai lo stesso…”.

 

 

Hits: 158 0 Commenti Continua a leggere
2 voti

Pubblicità-tà!

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 01 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

Volere o volare siamo succubi della pubblicità. Ce la sorbiamo ad ogni ora del giorno (e della notte).

Son stufa, ecco. Mi sento ingannata perfino nella scelta dei programmi.

 

Non amo particolarmente la tv, seguo i Tg e ben poche altre cose. Forse seguirei di più   qualche talk show di approfondimento, se non trasmettessero i più interessanti a tenebre inoltrate. Ma avete provato a guardarli il mattino o il pomeriggio? La fanno da padrone le conduttrici (quasi tutte infatti sono donne) che, totalmente ignare dell’importanza dell’argomento a) fanno domande sciocche e a volte perfino crudeli (“cos’ha provato quando ha saputo che suo figlio/a è morto?” e che vuoi che abbia provato, rincitrullita dei miei stivali?) b) tagliano corto le risposte degli ospiti magari per fare i loro, di commenti, totalmente inutili c) tolgono la parola per dare la pubblicità. O la fai prima, la domanda, o la fai dopo la stramaledetta pubblicità, no?

Già questo mi irrita, e siccome sono libera di scegliere (questa sarebbe la loro risposta) cambio canale (viva “La Signora in giallo” e i vecchissimi film degli anni cinquanta!) o spengo.

 

Ma noi adulti possiamo scegliere: i bambini sono avvinti dalla pubblicità. Mio nipote Leonardo ha già imparato a distinguere il film dalla pubblicità: e spesso vuole guardarla (essendo film in dvd, si tratta di trailer di altri film, di solito). Ma l’altro giorno è capitato che manovrando il telecomando (la mia maestrìa nel padroneggiarlo è nota) abbia visto la pubblicità di una marca di biscotti. “GuaDDa che bello nonna! Ci sono tutte le stelle! Domani me li compri, vero?”. E non ho capito bene se era attratto dai biscotti o se pensava che comprandoli avrebbe avuto le stelle che giravano per casa. Per fortuna, schiaccia qua, schiaccia là, è partita la cassetta e delle stelle si è dimenticato.

 

E stiamo parlando di biscotti, che, passi. Ma quando appaiono sfolgoranti e attraentissimi (nonché carissimi) giochi? Anche lì, passi. Se hai un figlio che vuole a tutti i costi un prodotto sinceramente al di là delle nostre possibilità, glielo si spiega. Eh, lo so, mica è facile. Ce l’ha l’amico, il compagno, il vicino. E’ lì che scatta il NOSTRO orgoglio. Ripeto il NOSTRO. Ma se ce l’ha il suo amichetto, perché noi non possiamo comprarglielo? A parte il fatto che magari l’amichetto è figlio dell’Aga Khan e noi anche no, è questione di educazione e di rispetto per il denaro. “Costa troppi soldini tesoro, mamma e papà fanno fatica a guadagnarli”. Ma soprattutto perché non è giusto, a mio parere! Chiede la luna e gliela diamo? Ma dai.

 

E, più importante, siamo sicuri che il messaggio che arriva non sia “Se ottengo quella cosa sarò felice (o bello, o invidiato) come quel bambino”?

 

Certo, ci sono anche i risvolti imprevisti, nel dire no. Quando mia figlia era piccola, intorno ai due anni, è cominciata la campagna “non si compra tutto quel che si vede”. Le era stato spiegato, appunto come detto sopra, che non si può avere tutto. E che i soldini bisogna andare a prenderli in banca e che la banca ne dava pochi. Da genitori tutt’altro che perfetti, sicuramente abbiamo sbagliato qualcosa. Nella sua mente di dueenne però qualcosa è scattato. Ricordo con ogni persona estranea alla famiglia che incontrava (vicini di casa, mamme incontrate al parco, adulti in genere) era inflessibile. Dopo i convenevoli faceva domande imbarazzantissime.

 

Per esempio un giorno, al parco. Una mamma le fa un complimento e le chiede come si chiama, lei sorride dice il suo nome e  la SECONDA domanda che fa alla mamma è “Ma tu quanti soldini hai in banca?”. La signora è scoppiata a ridere ovviamente. Un sodo di cacio che fa una domanda tanto seria (ho dovuto spiegar alla mamma tutto il ragionamento) e che si aspetta una risposta. Dopo la risata, questa mamma si è affrettata a dire “Pochi, perché?” e lei imperterrita “Anche la mia mamma e il mio papà”. Nemmeno fosse stata figlia di un esattore delle imposte.

Ora mi viene da ridere, ma ai tempi è stato particolarmente imbarazzante, e più di una volta.

 

Ma il risultato l’abbiamo ottenuto. Non chiedeva spesso giochi o altro. Ma soprattutto, quando le si regalava un gioco nuovo, lo apprezzava tantissimo.

 

Ecco cosa mi ha insegnato la pubblicità. Dire di no qualche volta valorizza quel che poi arriva a sorpresa. Che ne pensate?

 

Hits: 145 3 Commenti Continua a leggere
1 voti

Bello di nonna

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 29 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

I bambini sono tutti belli. Quasi tutti. La maggior parte diciamo.

I nipotini sono non fanno parte dei bambini: fanno parte dello splendore assoluto in fatto di bambini. Ogni nonna lo sa.

Ci sono anche bambini bruttini, ma tra questi non c’è assolutamente MAI tuo/a nipote. Quando una nonna va in giro bella tronfia con la carrozzina o con il pargoletto per mano ESIGE che tutti lo guardino e sorridano compiaciuti. Insomma, non proprio esattamente così, ma se fosse in suo potere la nonna emanerebbe un Decreto Legge con l’obbligo di complimentarsi per lo splendore dei discendenti.

Una nonna nel fondo del suo cuore SA esattamente che la propria discendenza è quanto di meglio ci sia in fatto di bellezza. Non lo dice perché pretende che siano gli altri a farlo.

Peccato che ci siano altre nonne che la pensano nello stesso esatto modo, quindi scatta la sfida. Se il nipote è piccolo, tipo età da carrozzina, non osate – è un consiglio spassionato – guardare il pargoletto e non fare sorrisi né commenti. Rischiate di vedere la nonna che brandisce il passeggino come una Ferrari e con uno slalom evita di pochi millimetri la vostra caviglia.

Se avete dei commenti sul labbrino, attente.   A meno che non abbiate un’oretta da perdere. Al primo “Oh, che carinoooo” scatta il resoconto della nonna che si dilungherà su – oltre che bello – sia bravo ma soprattutto sia UN GENIO. Nessun altro bambino nella galassia è altrettanto intelligente.

E se per caso andate al parco in una giornata di sole e vedete un crocchio di nonne, statene lontanissimi. I discorsi che si sentono sono folli, credetemi.

Scena a cui ho assistito personalmente: tre nonne e la follia “Mia nipote è TROPPO intelligente. L’anno scorso, a due anni, ha imparato a leggere tutte le lettere dell’alfabeto!” replica della nonna B “Ahhh…. Il mio a quell’età componeva i puzzle da 100 pezzi!”  ma le ha zittite la nonna C “Beh, scusate… ma mio figlio ha pensato di iscrivere mio nipote al  M.E.N.S.A. (Il Mensa è un'associazione internazionale  di cui possono essere membri le persone che abbiano raggiunto o superato il 98º   del QI). Non volevo credere alle mie orecchie. Il Nobel, quando? In età scolare? Nonne, per favore voliamo basso, che ci rendiamo ridicole! L’unica MENSA a cui possiamo iscrivere nostro nipote è quella dell’asilo!

Ma torniamo alla bellezza. Quando nascono sono dei patatoni meravigliosi che spessissimo non somigliano a nessuno della famiglia. Ma quando scatta il primo mese, ecco che c’è anche la gara tra consanguinei “Somiglia al nonno” “Ma per favore! Non vedi che ha gli occhi del papà e la bocca della zia Clotilde?”. La creatura – ignara  della diatriba – fortunatamente se ne frega  e continua a fare il suo mestiere: latte, nanna, cacca e crescita.

Attorno all’anno nessuno in famiglia cita più la zia Clotilde, la somiglianza con il nonno, e gli occhi del papà. Ammira estasiata il bimbo più bello del mondo, semplicemente. Nessun Dna ha mai avuto eguali, soprattutto per i nonni che si sentono i capostipiti potenziali di tanta bellezza. Se è bello, sarà pur merito anche dei nonni, no?

 

 

 

 

 

Hits: 231 0 Commenti Continua a leggere
1 voti

Ieri, oggi... domani?

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 27 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

Ieri sera ripensavo al racconto che vi ho fatto sulla mia adolescenza: le calze di nylon, il primo paio di scarpe con il tacco, la minigonna.

 

Tutte lotte che le ragazzine di oggi nemmeno si sognano, visto che già da bambine si comportano da adulte, aiutate spesso in famiglia a sembrare più grandi. E hanno la vita facile: il progresso in trent’anni  ha rovesciato (per fortuna) le abitudini e ha spianato la strada alle comodità.

Ma qualche volta mi chiedo se la morale era proprio necessario stravolgerla.

Io sono nata in un’altra epoca e mi piace raccontare alle ragazzine di oggi cos’abbiamo patito noi nonne. E quale erano i princìpi che ci inculcavano.

 

Nel racconto di ieri mi ero completamente dimenticata del… reggicalze. Ah, niente a che vedere con quelli sexy e bellissimi di oggi! Non ridete, ma i reggicalze dei miei tempi erano ben diversi. Cominciamo col dire che esistevano anche allora (credo, anzi sono sicura) dei reggicalze decenti. Solo che in casa mia soldi ne giravano pochini e tutto era all’insegna del risparmio. Quindi il mio primo reggicalze era fatto a mano. Che detto così pare una bella cosa, ma in realtà era un cordone di elastico alto un dito e mezzo a cui si cucivano a mano quattro bretelle con i ganci a cui si abbottonavano le calze. Bisognava stare attentissime: se la bretellina a cui era abbottonata la calza era troppo corta il rischio era che, camminando, scendesse pure il reggicalze.

Ovviamente le prime volte mi è successo.  Un imbarazzo terrificante: ad ogni passo scendeva, il maledetto, arrivava prima ai fianchi, allora tu rallentavi fino a fare passetti tanto piccoli da sembrare una geisha, poi all’inguine e lì sudavi freddo. La fortuna ha voluto che una volta fossi sotto casa e l’altra nei pressi di casa di un’amica, scongiurando così il pericolo di mostrare l’attrezzatura in pubblico.

Ma al contrario, se la bretellina era troppo lunga, le calze si arrotolavano inesorabilmente alla caviglia.

E tu, che eri uscita di casa con un vestitino niente male, ti demoralizzavi subito sentendo che le maledette calze si erano appisolate sul piede.

Un traffico, ve lo dico io. Era difficilissimo apparire attraenti (e non dico sexy) con tutta quella serie di equilibri da mantenere. Invidiavi tua madre che in anni e anni di frequentazione di reggicalze aveva raggiunto una posizione stabile.

E poi parliamo delle calze. Più erano sottili, più eran belle, ma si smagliavano anche solo se sospiravi. Se eri così fortunato da bloccare la smagliatura sul nascere, con ogni cautela le toglievi e le rammendavi. Con la mia abilità manuale non era uno scherzo rammendare: venivan fuori dei bubboni che, infilati poi nelle scarpe, ti facevano nascere le vesciche.

Care ragazze, non era per niente facile ai tempi esser donne!

 

Poi un genio ha inventato i collant. E un altro genio ha inventato la microfibra. Ora vorresti che i collant in microfibra si  rompessero qualche volta, perché non ne puoi più. Ne compri un paio e ti dura settant’anni.

 

E siccome non sono mai contenta, ora spesso preferisco i calzettoni di lana, sotto i pantaloni. Dopo tutte le lotte fatte per le calze “fini”. Ma sarò strana!

 

Ogni tanto mi chiedo che cosa inventeranno quando mia nipote Isabel  (cinque mesi) sarà grande. Un fatto è sicuro: voglio proprio raccontargliela, questa cosa delle calze. Voglio vedere che faccia farà. Io dico che non mi crederà nemmeno se giuro che è vero.

Hits: 187 2 Commenti Continua a leggere
1 voti

Ma cosa pensa di me?

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 21 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

L’altro giorno pensavo: è un po’ che non penso cosa pensa mio nipote di me.

Concedetemi il gioco di parole, ma la questione è seria. Io ci tengo tantissimo al suo parere, e allora ho fatto alcune considerazioni.

Praticamente non c’è nipote sulla faccia della terra che non ami i nonni. Incondizionatamente, ed è questo il bello!

Innanzi tutto il nipote è l’unica persona al mondo che non guarda con il sopracciglio alzato i tuoi rotolini di ciccia. Andrebbe adorato solo per questo.

In stretto ordine successivo al nipote non frega assolutamente nulla se non sei truccata e se hai i capelli lavati in casa. E questo,  aggiunto al primo motivo, pone il nipote in cima alla classifica dei santi da venerare.

Non ha pregiudizi, quindi giudica quel che vede e che sente ed è onesto: i piccoli non sono capaci di fingere. 

Ma c’è  il rovescio della medaglia, ed è lì che il nipote diventa nostro fan sfegatato.

Se è vero che giudica quel che vede e sente, io sto parecchio attenta: niente espressioni colorite in sua presenza (il massimo delle imprecazioni è “mannaggetta”) ma soprattutto   mi sono imposta di non dire mai bugie: semmai adatto la realtà alla sua comprensione, ma niente bugie. I piccoli hanno una memoria ferrea: dopo giorni e giorni vengono fuori belli belli a dirti “Ma mi avevi detto…”

L’onestà invece va ricambiata a tutto tondo: ho promesso una cosa e devo mantenerla. Quindi sto attentissima a non fare promesse che non posso mantenere. Credo di essermi accaparrata la sua fiducia, così. Non mette mai in dubbio quel che dico.

 

Ora, tornando alla domanda iniziale, ho aggiunto nelle mie considerazioni un paio di cosette che mio nipote dice sempre.

“Nonna Anna è la mia preferita!” l’ha detto tante volte. Ma non sarà perché gli allungo sottobanco una… ahem… caramellina? (piiiiccola, giuro!).

“Nonna, giochi con me?” e quando mai rispondo no? Quasi mi diverto più di lui!

“Nonna, se vengo a casa tua mi fai i pop corn?” ovviamente lo spettacolo è farli, mica mangiarli. E a me  meraviglia ancora oggi vedere il mais scoppiettare! E non vi dico le risate che si fa lui, mentre io sobbalzo ad ogni scoppiettìo.

Credo di aver reso l’idea: difficilmente dico di no, alle sue richieste, ma non penso sia per questo che mi approva. Quel che non sa è che ci guadagno io:  mi guarda sempre negli occhi quando mi parla e mi ascolta. Cielo, solo a dirlo mi sto sciogliendo…

Hits: 137 0 Commenti Continua a leggere
1 voti

Nonne ye-ye e nonni rock

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 18 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

 

 

Io non so se con quel che ho scritto mi conoscete abbastanza. O se vi siete fatti un’idea precisa di come sono. Forse è arrivato il momento di presentarmi un po’, prima che possiate pensare che sono una nonna perfetta.

Cominciamo col dire – spassionatamente – che per l’età che ho (che non saprete MAI) me la cavicchio. Oddio, potrei smaltire dieci chili e cavarmela meglio, lo so. Potrei imparare a truccarmi e ci guadagnerei dieci anni. Potrei anche fare ginnastica ed essere una nonna ye-ye, tutta muscoli e tutine aderenti da palestra. Potrei, appunto. Ma anche no, come è in effetti.

Non ho nemmeno un buon carattere: l’età ha mitigato, ma ci sarebbe molto da lavorare, per uno psicologo pieno di buona volontà.  E non ho nemmeno l’abilità manuale che tutte le nonne di questa terra si ritrovano da nonne.

Quando devo accendere un nuovo elettrodomestico, schiaccio tutti i bottoni, a caso. Prima o poi schiaccio quello giusto, è questione di calcolo delle probabilità.

Certo, siamo nonni MODERNI, noi. Ma ve li ricordate i nonni di una volta? Dai cinquanta ai settantacinque anni sembravano decrepiti. Noi azzardiamo il completino alla moda nei limiti della nostra taglia (e a volte “sforando” pure) e i nonni di oggi mostrano la “tartaruga” addominale di un trentenne. Li guardo mentre rischiano l’infarto correndo nella brughiera ricoperta di galaverna, impavidi in calzoncini corti. E io, al calduccio nella mia auto sospiro e non li invidio per niente, ecco. Evviva questi nonni rock. Detto senza entusiasmo però.

Ma proseguiamo. Non so lavorare a maglia, tanto per dire: ovvio, i punti base quelli sì. Ma – ve lo ricordate? – le nonne di una volta facevano dei capolavori! Io mi sono cimentata in un paio di gilet per Leonardo, mio nipote. Ne è uscito fuori un capo unico, nel suo genere.  Innanzi tutto dove aumentavo o diminuivo i punti  comparivano buchi giganteschi. Mistero. E poi si disfavano le cuciture ogni volta che mia figlia tentava di far indossare questo benedetto gilet. Io ricucivo diligentemente: le prime volte ho perfino azzardato delle scuse plausibili  tipo “eh, la lana non è più quella di una volta” oppure “eppure mi pareva che fosse fissato bene!”. Ma non ha retto molto: alla terza ricucita mi sono arresa all’evidenza.

 

E’ andata un po’ meglio con l’uncinetto: stavolta niente buchi, ma ho proprio bisogno di un corso intensivo di confezione.

 

La cucina. Ho dei piatti base che mi riescono perfettamente, se non ho mio marito tra i piedi che da dietro le spalle commenta “Mhmmm… ci metterei un altro po’ di olio” “Certo, se ci metti un etto di parmigiano  viene buono anche a me” “Ahhh, ci metti mezzo spicchio d’aglio? (son trentasei anni che ce lo metto) ecco perché non mi piace tanto”, peccato che te ne sbafi due piatti, caro mio!

In ogni caso, mio nipote Leonardo adora la mia pasta e ceci, dove l’aglio ha un ruolo da protagonista. Ed è pure uno dei piatti preferiti di suo nonno. Che finge di non sapere dell’aglio.

 

Al contrario delle nonne di un tempo, DETESTO appassionatamente fare le pulizie. Devo e lo faccio (a malincuore) ma mi pare una perdita di tempo salire sull’armadio doppia stagione per spolverare, a voi no? Tanto la polvere fa quel che vuole:   passi lo straccio, nemmeno lo riponi, ti giri e la polvere è lì che ti spernacchia di nuovo.

 

Che altro? Ah, sì. Sono distratta e disordinata, da sempre. Nel mio disordine trovo quasi tutto, sempre. Certo, col passare degli anni non sempre ricordo dove ho messo le cose. Ed è il trionfo di mio marito, che attacca una tiritera infinita su “dove hai la testa”. Lui è pignolo all’inverosimile, se non si è capito.

 

Ecco, ho trovato: noi nonne potremmo essere più giovani se non avessimo un marito brontolone che  ci fa invecchiare ad ogni sbuffo di disapprovazione. Ma alla fine ci sopportiamo discretamente.

 

 

Ultima cosa: adoro fare la nonna. Ma questo si era capito, vero?

Hits: 132 0 Commenti Continua a leggere
2 voti

Lo stupore

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 18 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

A volte, io, proprio io, sono senza parole.

 

E l’unica persona che riesce a togliermi le parole di bocca è mio nipote Leonardo. E ve lo giuro sul mio onore di nonna che quel che dico è la pura verità!

 

Tre anni vissuti intelligentemente, potrei dire. Cresciuto come un piccolo adulto, rispettato come un piccolo adulto, E’ un piccolo adulto. La sua grande passione sono gli animali. Ha iniziato ben prima dell’anno d’età, con i libri (che ora possiede a decine). Riconosceva l’animale e ne rifaceva il verso. Fin qui tutto normale. Crescendo ne ha imparato il nome e quando gli si chiedeva dov’è l’orso, senza esitazione lo indicava. Normale anche questo, direi.  Ma man mano ampliava le sue conoscenze: pesci, rettili, insetti. A un anno e mezzo riconosceva la “mattide eligiosa” (mantide religiosa) e il “bue mufchiato” (bue muschiato)) tanto da stupire un nostro amico che indicandogli un grosso pesce sul consunto libretto di animali e dicendogli “Vedi? Una balena!” si è sentito replicare “nooo, quello è un capodoio”. Credo riconosca al volo due-trecento (o forse di più chi lo sa) animali diversi.

Quasi subito mi ha preso come sua allieva: io non riconosco un ghepardo da un leopardo, una lontra da un castoro: lui sì e me lo spiega con pazienza. Niente di scientifico ovviamente ma “vedi nonna? Questo c’ha la coda più lunga” oppure “nonnaaaaaa…. Ma questo c’ha le corna non vedi?” e via dicendo. Piccole osservazioni che fanno la differenza. E io imparo. Gli piace un sacco farmi da insegnante e stupirmi!

Come tutti i piccoli è un attento osservatore e un altrettanto attento ascoltatore. Qualche mese fa ho avuto la congiuntivite e l’ottico mi ha consigliato di star lontano dai bambini per una settimana. Mia figlia l’ha detto a Leonardo e una settimana dopo l’ho rivisto. Lui, che non ama le smancerie, mi è corso incontro con le braccine tese e appena ha ricevuto la sua dose di baci mi ha chiesto “Sei guarita all’occhietto nonna?”. Nessuno gliene aveva più parlato, ma lui lo ricordava bene. Sono rimasta senza parole.

Così come qualche giorno fa: “Leo, nonna va a casa, perché ha tanto mal di schiena” gli ho detto. E lui mi ha salutato tranquillamente. Ma ieri, al ritorno dall’asilo, dal portone mi ha gridato “Non hai più mal di schiena nonna?”. 
Certo, se ho mal di schiena non posso giocare con lui, ma non credo sia questo che lo preoccupa.

 

Oggi però è riuscito a sorpassare se stesso: eravamo in camera sua a giocare, come al solito, con gli animaletti. Io “gestivo” due dinosauri e lui una giraffa, mentre la scatola dei giochi era diventata la dimora della giraffa. Questa la scena “Oh, buongiorno signora giraffa, possiamo vedere la sua casa?” e lui “Sì venite, venite” “Oh, che bella casaaa” dico io. Lui abbandona la giraffa e va a prendere un leone, lo credo distratto dal gioco. Allora per attirare la sua attenzione torno verso la “casa” della giraffa e inizio un colloquio tra i due dinosauri “Uh, ma sai marito mio che la signora giraffa ha proprio una bella casa? Quando torna le diamo un soldino e la comperiamo noi”. Lui si volta, afferra la giraffa e d’un fiato”Eh no! Non puoi venire a casa mia come ospite, poi darmi un soldino e la casa è tua! IL MONDO NON FUNSIONA MICA COSI’!”

Sono rimasta interdetta. Questo è solo un esempio, l’ultimo, ma mi lascia spesso senza parole con i suoi discorsi, il diavoletto. Mi chiedo se anche voi avete un figlio o un nipote così: sono sicura che ogni piccolo riesce a stupirci.

 

Hits: 115 0 Commenti Continua a leggere
1 voti

Cogli la prima... pera

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 17 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

Di mia nipote Isabel parlo davvero poco, lo so. Cinque mesi compiuti proprio ieri, un bel caratterino, una curiosità innata, due dentini appena nati e tanti sorrisi.

Parlo poco di lei perché spesso è lei che parla a me, quasi sullo stile di “Senti chi parla”. Qualche tempo fa,  per esempio lei – fino a poco tempo fa esclusivamente lattante – si è imbattuta nella prima merenda non lattea: pera grattugiata. Ora, immaginate per un momento l’impatto: abituata al seno e al biberon, morbidi e tiepidi, improvvisamente una “cosa” fredda, per di più in un contenitore.

Ieri ci ho provato io con la pera, in momentanea assenza della mamma. Dovevate vederla: ha aperto la bocca (l’appetito non le manca) ha assaggiato e immediatamente sputato, guardandomi. Le ho letto negli occhi il disappunto, aveva perfino un sopracciglino aggrottato. La domanda era chiarissima: “Ma perché ti sei ripresa il cucchiaino? Era un vuoto a rendere?”. Sì, piccina, non c’è modo di spiegarti a parole che quello è il contenitore.  Rigirava la pera in bocca e mi guardava “Ma devo mandarla giù?” pareva dire, agitando gambine e braccina. Riproviamo: altra piccola cucchiaiata, e stavolta le ho lasciato il tempo di succhiare il contenuto. Lei ha “aspirato” un po’ poi ha morso il cucchiaino “E’ miooo” son sicura volesse dire. Le ho parlato con calma, anche se sembra inutile: in realtà è così che i piccoli imparano a capire e a parlare, no?

Dopo un po’ pareva aver capito il meccanismo. Succhia e mordi e ingoia, succhia e mordi e ingoia, ci siamo. Eh… quasi!

 

Ero ottimista, le avevo fatto perfino l’occhiolino per approvare. Lei si è emozionata, e per ricambiare, con la bocca piena mi ha fatto una pernacchia e poi un sorriso soddisfatto.

“Così nonna? Sono brava?” Bravissima, amore della nonna! Dobbiamo solo cambiarci tutte e due, levare dai capelli e dagli occhiali della nonna un pochino di pera ma ci siamo, ci siamo!

 

Ha fatto un bel ruttino,  ma non aveva l’aria soddisfatta. Allora le ho preparato la solita razione di latte. Quando l’ha visto si è scatenata, agitandosi e dimenandosi. Il tempo di prenderla in braccio e aveva già la bocca aperta. Mentre succhiava avida il latte mi ha sbirciato: “Che goduria, nonna!”. Poi ha sospirato (giuro!) e chiudendo gli occhietti estasiata pareva voler dire “Certo che la vita è dura”.  E non sai quanto, piccolo amore!

Hits: 202 0 Commenti Continua a leggere
2 voti

La magìa del Natale

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 10 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

Che magìa il Natale! Gli alberi addobbati, il presepe, le luci, la festa, i regali…

Certo, un filino faticoso. Oserei dire… pesantino, ecco! Ma se proprio mi torturate vi dirò: UNO STRESS pazzesco.

Magari non per tutti è stato così, ma vi racconto quello della mia famiglia che ancora arranca nel tentativo di smaltire i postumi. Prima però devo fare una premessa.

Confesso che non mi ero accorta di aver dato alla luce un mostro del fai-da-te e della manualità, ai tempi, e confesso pure che non ha preso da me. Fatto sta che mia figlia con i lavori manuali se la cava alla grande. E’ poco meno che un imbianchino professionista, un idraulico, un meccanico e quant’altro vi viene in mente. Sa pure montare attrezzi con istruzioni in altre lingue, quando io non saprei raccapezzarmi nemmeno se avessi frequentato un corso per storditi.

Alla luce di tutto ciò è ovviamente VIETATO acquistare un calendario dell’Avvento. Ovviamente lo si fa in casa, in fondo bastano del pannolenci, una macchina per cucire, una pazienza che non ho e tante piccole sorprese. Fantasia, fantasia, santo cielo!

Stesso discorso per il regalo alle maestre dell’asilo: macché comprarlo! E siccome ha due bambini e un sacco di tempo libero… “faccio io delle collane carine”, ha detto. Si è armata di bottoni particolari, lana, piume, pendaglini e voilà, alle due di notte le collane (davvero graziose) erano pronte!  Inspiegabilmente il mattino dopo aveva sonno. Ma son scelte.

Dico questo perché a volte mi disarma quando dice “che problema c’è?”. A me, che sono apprensiva, che mi preparo agli eventi con un secolo di anticipo e che mi piace pianificare.

Ma andiamo avanti.

Accenno al pranzo di Natale,  previsto a casa sua, ma vengo stroncata sul nascere “Siamo in dodici, ah, io non ho mica tanto tempo: antipasti, lasagne, un arrosto (bleah) e via andare”. Seeee… come se non la conoscessi. Ma c’è sempre il fattore sorpresa.

 

Tanto per cominciare mio nipote Leonardo ci ha pensato su per bene, ha valutato i pro e i contro e ha deciso che prendersi la varicella una settimana prima del 25 dicembre era cosa buona e giusta. Ed è scattato il censimento su chi aveva avuto la varicella e chi no. Non hanno superato l’esame il nonno materno (marito della sottoscritta), la nonna paterna e l’ultima arrivata, sorellina del protagonista, Isabel che a 4 mesi vanta una cartella clinica immacolata.

 

E tu, che avevi progettato di fare gli ultimi regali proprio in quella settimana, sei dirottato di rigore a dare manforte alla mamma dei due piccoli. I regali? Ehhhhhhhh… prima le urgenze, no?

 

Quindi la mia pianificazione va a farsi benedire e mi rendo disponibile per intrattenere il piccolo varicelloso mentre lei tiene lontana la piccina e fa tutto il resto.

 

Scusate se mi dilungo, ma accidenti quanto mi sono divertita! Ogni mattina arrivavo a casa di mia figlia con un animaletto di gomma che raccontavo di aver trovato dietro la porta. Gli occhioni spalancati di Leonardo, la sua bocca aperta nell’ascoltare il racconto sono stati uno spettacolo! E quanto ci abbiamo giocato! Faticoso, eh. Anche perché negli “intervalli” andavo a disinfettarmi le mani e correvo dalla piccina, per spupazzarla un pochino.

Mentre lui, il malatino,  faceva il riposino pomeridiano, mia figlia, con dei blitz che nemmeno Superman, andava al supermercato oppure al centro commerciale o dove l’urgenza richiedeva.

Tre giorni prima del 25 dicembre posso finalmente cedere il testimone al padre del piccolo che è a casa in ferie e quindi pensare anch’io alle ultime cose.

Cos’è rimasto in sospeso? Ah, certo, il pranzo di Natale. Telefonata della figlia: avrebbe pensato – lei – a qualche piccola modifica nel menù. E mi sciorina un elenco con diciassette antipasti, un primo con ravioli fatti in casa etc etc. Tento di dissuaderla obiettando che per parte degli antipasti è prevista la preparazione nella mattinata di Natale e che francamente lo sconsiglio: meglio ricette che si possono preparare prima. Mugugna che le “uccido l’entusiasmo” ma poi addiviene a miti consigli e si adatta al compromesso: dodici antipasti, si impunta sui ravioli fatti a mano (che farà tra mezzanotte e le due del mattino) e incarica la nonna materna di pensare al secondo.

Io invece mi stanco solo a sentirla.

Prendo nota di quel che mi spetta fare (poche cose, lo confesso) ma mi illudo: la tradizione vuole che tutti i Natali mio marito imponga due piatti tipici pugliesi, che dovremo comunque preparare: una focaccia tipica con cipolla fresca, acciughe e noci e le “cartellate”. Mezza giornata di lavoro cada piatto (abbiamo pure i fans della focaccia, quindi ne abbiamo preparate 3).

Corro a compare gli ultimi regali, poi al supermercato, e mi metto all’opera. Squilla il telefono “Mamma, ma la vigilia venite qui a cena, vero?”. Io non lo dico nemmeno più.. ma chi te lo fa fare bimba mia?  Son scelte. E per noi il Natale è sacro, alla faccia della fatica.

 

Che bello, però, la sera della Vigilia, mettere il pane e il latte sul davanzale, per Gesù Bambino. Che bello vedere il piccolo  impazzire in mezzo ai giochi, sentirlo cantare la canzoncina di Natale imparata all’asilo, con i suoi ponfi della varicella oramai non più infettiva. Come dice uno slogan “tutto questo non ha prezzo”. Davvero.

 

Eh sì, è proprio bello il Natale!

 

 

PS – Ora,  non pensate che mia figlia sia un mostro: pure lei ha i suoi difetti, solo che ha anche un sacco di qualità che mi stupiscono, ecco.

E vi proibisco di pensare che  io mi son sciallata: forse non traspare la MIA, di fatica. Ma ve la dico ora, tutta in una volta. Anzi, me lo dico da sola: SCIALLAAAA!

Hits: 161 2 Commenti Continua a leggere
1 voti

Nonno, che passione...

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 09 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

I nonni? Non sono tutti uguali: c’è la nonna (con la a) e il nonno (con la o). Ed è lì la differenza, in quella vocale. Sono un altro mondo. Almeno, per quel che mi riguarda.

 

Il nonno dei miei nipoti, che è casualmente anche mio marito, non poteva fare eccezione. Lui appartiene a quella generazione di padri che vedevano crescere i figli come fosse opera dello Spirito Santo. Cambio pannolini? Ma.-ma.-ma…. Su, dai, è piena di CACCA! Ti pare che posso farlo io? Pappa? Si limitava a scuotere la testa e a dire “mangia, su…”, per tacere delle minacce tipo “se non mangi viene l’uomo nero o l’uomo cattivo”. Febbre alta? Sopracciglio corrucciato e “io andrei al pronto soccorso” che ti aiutava tantissimo ad andare in panico.

I padri fra loro si conoscevano ben poco: le riunioni scolastiche erano piene di mamme che scappavano dall’ufficio e arrivavano trafelate superando ogni record di slalom nel traffico e parcheggiando a ottocento metri dalla scuola. Papà? Beh, lui lavora… LUI.

Mica che questi padri non amassero i figli, figurarsi. E’ che crescerli e viverli era compito della mamma. O al massimo della nonna.

 

Non dico che i tempi son (per fortuna) cambiati: sarei scontata. Ma devo dire che riesco ancora a stupirmi di come il papà dei miei nipoti sia abile nel cambiare pannolini, gestire due bimbi piccoli senza perdere la pazienza e andare nel panico, e sia assolutamente intercambiabile con la madre.

 

Ma, per tornare ai nonni, l’orgoglio e l’istinto di protezione di un nonno supera di gran lunga quello paterno! Il nipote ideale di mio marito è quello che non “osa” correre troppo forte perché potrebbe anche cadere e…. scandalo, scandalo, farsi male a un ginocchio. E’ quello che se c’è un gradino vorrebbe che il nipote treenne lo aspettasse per farsi aiutare a “scalarlo”. Il nipote ideale è quello che se deve fare una corsetta o un salto mette nastro isolante sugli spigoli, sta lontano da eventuali muri (si batte la testa, santo cielo!), insomma, rinuncia a saltare, che è meglio!

 

Ma la sana follia raggiunge il culmine se uno dei nipoti non sta bene. Tu, nonna casalinga, sei appena tornata dalla casa dove il piccolo accusa un po’ di mal di testa. è un po’ mogio e insolitamente tranquillo. Non posi nemmeno la borsa e le chiavi della macchina che ti senti dire “Telefona!”. Al che ti volti, lo guardi e stai per dire “Ma sto tor…”. “TELEFONA! Che magari sta peggio!”. Sì, confesso che è ottimista in questi casi. Ma nel fondo del tuo cuore di nonna esce l’assurda vocina “E se sta davvero peggio?” Allora sospiri, chiami, e tua figlia giustamente ti dice “Ma se sei appena andata via! Certo che sei di un apprensivo… E’ solo un po’ stanco, te l’ho detto”.

Tiri un sospiro di sollievo e due improperi  in cuor tuo indirizzate all’uomo che hai sposato e pensi di essertela cavata. Sei stanca, c’è la cena da preparare, pensi di lavarti le mani e iniziare ma lui ti segue in bagno e inizia “Perché è piccolo… Non si spiega ancora bene (errore madornale: mio nipote si spiega benissimo) e poi due settimane fa è caduto, ti ricordi? Ha battuto la testa! Magari al pronto soccorso han sottovalutato quella botta e adesso saltano fuori le conseguenze!”. Tu   sei già apprensiva di tuo e cerchi disperatamente di essere razionale dicendoti che è stato portato al pronto soccorso per pura precauzione, e che i genitori son stati rassicurati.

Lui, il nonno agitoso, vorrebbe che tu chiamassi di nuovo, ricordando alla madre l’episodio, in modo che “si ricordi di quella caduta e sia consapevole, che non si sa mai!”. Ma ti rifiuti: ti rifiuti di agitare i genitori e di chiamare di nuovo. Solo che,  per  punizione,   te lo sorbisci per tutta la sera come sottofondo alla cena e al dopocena. All’alba del mattino dopo la telefonata è d’obbligo, come pure il sospiro di sollievo nel sentire che il piccolo ha dormito 12 ore e che ora è più vivace che mai.

 

Ma questo nonno, ex padre “crescere i figli è opera dello Spirito Santo”, si interessa anche  ai problemi intestinali della nipotina di tre mesi. Chiede al telefono – ovviamente tramite me – se “ha fatto la cacca” e se “era molle o un po’ duretta”. Un esperto in feci neonatali, insomma.  

 

Io di pazienza ne ho sempre avuta molto poca, lo confesso. Un po’ mi è venuta con l’età, e ne sono enormemente orgogliosa.

 

Ma potete darmi torto se a volte mi scappa per colpa del nonno?

Hits: 182 4 Commenti Continua a leggere
2 voti

Imparare un mestiere: la nonna

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 08 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

Salvo rarissime eccezioni, una nonna non capisce niente e non sa fare niente. Almeno, questo è quello che ho provato sulla mia pellaccia.

Quando è nato il mio primo nipote ero leggermente spiazzata. Passeggino e primo cambio a parte, ho dovuto imparare da capo tutto. Ma questo mi pare normale, no? Passati tanti anni, mica ci si ricorda tutto. Ma di essere un’ebete non me n’ero accorta!

Premetto che non ho un buon carattere: sono permalosa e scatto per niente… Cioè, no, ERO permalosa e SCATTAVO per niente. Cambia tutto quando si diventa nonne, care mie. Per amore di quel mucchietto di tenerezza che è tuo nipote, sopporteresti anche il supplizio di San Sebastiano.

 

Lui era lì, che ti guardava con quegli occhioni che fanno sciogliere anche Barbablù e la sua mamma dietro “Ti sei lavata le mani?” Certo che NO, non so niente di igiene, io! “No, non tenerlo così,  ma così!” ma te l’ha detto lui che preferisce quella posizione?  O ancora “I bambini devono dormire a pancia in su”. Nonne presenti, ma ve lo ricordate il pediatra dei vostri figli che imponeva ai piccini di dormire di fianco per evitare ostruzioni alle vie respiratorie dati da eventuali rigurgiti? Certo, molte cose sono cambiate in tanti anni, ma a dispetto dei pediatri di oggi, anche a mio nipote piaceva dormire di fianco!

 

La mia permalosità si è fatta piccina piccina, ho ingoiato comandi e rimbrotti e mi sono adattata alle esigenze materne. Perché, care nonne, le mamme sono loro, noi possiamo solo tacere e adattarci. Credetemi, per i nipotini questo e altro!

 

Nonna Anna

 

PS – Per amor di giustizia vi comunico che portando la mia seconda nipotina dall’osteopata, questi ha detto a mia figlia “Mettila ogni tanto a dormire su un fianco”. Evviva, visto che non sono proprio ebete?

Hits: 127 0 Commenti Continua a leggere
1 voti

Nonne in progress

Blog Inserito da wondernonna
wondernonna
wondernonna has not set their biography yet
L'utente non online
on 08 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

Cielo, com’è difficile fare la nonna. Non ci avrei mai creduto ma… Quando è nato il mio primo nipote è stato il PANICO. Mia figlia mi ha messo in braccio Leonardo, 72 ore di vita e mi fa “Cambialo!”. Eccerto, erano passati solo TRENT’ANNI dall’ultimo cambio di pannolini. Una bazzecola! Ma l’orrore è giunto al momento del passeggino. “Guarda: si apre in un niente. Schiaccia qui, premi là ed è fatta!”. Come no? Almeno ripeti! Ma non si può far la figura di non aver afferrato il concetto. Così, la prima volta che ho portato mio nipote al parco, volevo piangere. QUALCUNO MI SPIEGHI COME SI APRE QUESTO AFFARE CHE NON MI RICORDO! Mica è come i passeggini della mia epoca! Per fortuna venne in soccorso una vicina (una nonna, grazie al cielo) che si era già districata da quest’ambasse.

Care figlie, abbiate pietà e se è vero che noi cerchiamo di essere “avanti” voi, per piacere, cercate di essere comprensive: a volte un pochetto (ma solo un pochetto!) noi nonne ci scontriamo con il progresso. Anche se alla fine vinciamo noi, tiè.

Hits: 107 0 Commenti Continua a leggere
1 voti

Siamo su Facebook