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Una nonna fortissima

I blog di Che Forte!

Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.

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Inutile, stupida violenza

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on 13 Mag
in Il blog di nonna Annamaria

Non mi è mai successo di scrivere due post in un giorno, qui. Ma quel che è accaduto merita di essere raccontato. E’ un po’ la storia di quel che siamo diventati tutti ultimamente: inutilmente, stupidamente, irrazionalmente violenti.

 

Mia figlia stamattina va al supermercato presto. La piccola dorme, l’altro gioca con il papà, lei alle nove è a far la spesa.

Carica l’auto e torna verso casa. Alla solita rotonda gira a sinistra, imbocca il vialetto che porta al Comune, si ferma perché un’auto deve entrare in un box, e poi riparte. A che velocità poteva andare? Ben poco: subito dopo ci sono (nel giro di cento metri) due bumper con le strisce pedonali. E infatti rallenta immediatamente, vedendo tre persone che sembrano voler attraversare la strada. Ma tutti e tre si fermano, come se avessero cambiato idea. Quindi mia figlia posa di nuovo il piede sull’acceleratore ma non fa in tempo a fare un metro: il più giovane dei tre, probabilmente il figlio – intorno ai venticinque anni - ci ripensa e attraversa. Nessun problema, vista la non-velocità dell’auto di mia figlia, che si ferma prontamente.

Il resoconto l’ho avuto al telefono, ma la conosco bene, e soprattutto conosco bene quel tratto di strada che faccio tutte le mattine. Nemmeno volendo si può andare a più di 20 all’ora: la strada è stretta e a doppio senso, due bumper nel giro di cento metri, un parchetto da un lato. Insomma, si va pianissimo anche se non si vuole. Quindi fin qui so che non può aver detto nulla che non corrisponda al vero.

Ma torniamo sul luogo dell’accaduto. Mia figlia in auto, ferma, aspetta che il ragazzo attraversi. Quel che non si aspetta è che la madre di questo ragazzo cominci ad inveire e a brandire l’ombrello come un’arma. Urla, la donna, improperi violenti nemmeno si fosse attentato alla vita del figlio. Mia figlia protesta che si è fermata, che non è successo niente, che all’inizio aveva pensato che non volessero attraversare.

Inutile, i tre  non sentono ragioni. I due uomini cominciano a picchiare sull’auto con i pugni, urlano insulti irripetibili, cercano di staccare lo specchietto laterale, la donna con l’ombrello si avvicina ancora di più e vede i due seggiolini per bambini sul sedile posteriore “E hai pure dei figli, brutta ….”, urla ormai fuori controllo. Mia figlia continua a dire “non è successo niente, signora,  mi sono fermata ben lontana da suo figlio”. E a quel punto, pur spaventatissima, tenta perfino di scendere dell’auto per cercare di far ragionare i tre. Ma un colpo alla portiera dell’auto la fa risalire dolorante, di corsa. Ora davvero ha paura, cerca con lo sguardo aiuto, ma le poche persone che passeggiano a quell’ora sono distanti.  I vigili pattugliano sempre le strade, ma in quel momento non c’è in giro nessuno.

Ma è quel che dice la donna, improvvisamente, scossa dall’ira, che stravolge del tutto mia figlia “TI AUGURO CHE I TUOI FIGLI MUOIANO SCHIACCIATI IN UN INCIDENTE”, urla. Non una volta, più volte. E questo mentre figlio e marito tempestano ancora di pugni l’auto.

Più della violenza perpetrata dai due uomini, sono queste parole a sconvolgere mia figlia. Sento ancora la sua voce rotta mentre mi racconta quel che è accaduto. Io non ho parole per commentare.

Anzi no, le ho.

Signora con il caschetto rosso e l’ombrello verde che abita a Segrate o che comunque passeggiava lì verso le 10 di stamattina, con marito e figlio “buona festa della mamma anche a lei”.  Sono sicura che suo figlio ha visto la parte migliore della mamma.

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L'erburìn!

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on 08 Mag
in Il blog di nonna Annamaria

Nel mio archivio dei ricordi, la storia dei dialetti è la parte più comica.

 

Trapiantati a Milano dal profondo Veneto, i miei genitori – l’ho già detto – non si sono mai perfettamente integrati, anche se – a differenza dei meridionali – nella corte di casa nostra erano comunque stati accettati. Questo una volta che sono riusciti a capirsi.

Nelle case di ringhiera, la vita si svolgeva praticamente in comune. E i “prestiti” (mai restituiti) erano un modo come un altro per attaccare bottone. Zucchero, caffè, uova… se mancava qualcosa c’erano i vicini, sempre disponibili.

La signora Pierina era una deliziosa vecchietta alta non più di un metro e trenta, agile e svelta, che abitava due porte più in là della nostra. Era nata a Milano da genitori milanesissimi e sapeva parlare solo il dialetto milanese, quello originale. Zoppicava leggermente, ma questo non le impediva di procedere spedita lungo il ballatoio, aveva un leggero difetto di vista, per cui un occhio era sempre leggermente chiuso e aveva il vizio di tenere la lingua a penzoloni. Ma era sveglia e attiva come un grillo ed era   simpatica, anche se faceva parte del clan delle zabette (per chi non è milanese, pettegole).

Dopo qualche giorno di brevi saluti, una mattina la signora Pierina suona alla nostra porta. Mia mamma apre e si ritrova davanti questo bel tipo che chiede “La gavaria minga un po’ d’erburìn per piesee?” (Non avrebbe un po’ di prezzemolo per favore?). Se avesse parlato egiziano mia madre si sarebbe sorpresa di meno. Ovviamente rispose in veneto “No go mia capìo!” (Non ho capito).  Attimo di panico. Le due donne si guardano e cercano un territorio linguistico comune e non demordono.

“Erburìn!” tuona la signora Pierina, che scambia per sordità l’ignoranza del dialetto milanese di mia madre, la quale ovviamente risponde ridendo “No so mia sorda!” (Non sono mica sorda!). Intanto arriva la regina delle zabette, che abitava proprio di fianco a noi, la signora Maria. Milanese non purissima, si credeva interprete nata e intervenne  nella discussione. “L’erborino signora Laura, l’erborino” italianeggiando il dialetto, con ovvissimi e scarsissimi risultati. Ma fa anche dietrofront, torna in casa ed esce con il sospirato prezzemolo. E così mia madre capì cos’era il famigerato “erburìn”.

Negli anni Sessanta il fenomeno immigrazione era palese. Casa nostra, nel senso di palazzo, pian piano  si era trasformata da corte milanese a paese multi dialettale.

Sull’episodio del prezzemolo la signora Pierina e mia mamma ci risero poi su. Ma lo stesso impegno per capirsi non era applicato a tutti. Quando parlavano i meridionali venivano sempre, inesorabilmente liquidati con un “Se capiss una gott” (non si capisce niente).

Mia mamma cercava di andare d’accordo con tutti, cercava anche di parlare con tutti, ma lo sforzo di esprimersi in italiano era terribile. Esattamente come la signora Maria traduceva alla lettera il veneto, a favore sia delle pettegole milanesi come delle “straniere”. Quindi parole come “piègora” (pecora) “insiminìa” (stupida) erano tranquillamente inserite in un contesto di italiano. Ne venivano fuori delle chicche irripetibili, che mandavano in confusione la povera mamma, che un po’ si vergognava e liquidava il tutto con un bel “Ben ben, se i voe capirme i me capisse” (Beh, se mi voglio capire mi capiscono).

Ma non è durata molto, la cosa. Pian piano ha imparato a parlare un discreto italiano (ogni tanto uno “scivolone” c’era, ma poca roba) in pubblico. E ha tranquillamente continuato a parlare dialetto con noi, in casa.

Lo sforzo di capire e farsi capire era notevolissimo, in ogni caso. E la coabitazione forzava i tempi: un modo, semplicissimo, di imparare una lingua – ma anche uno stile di vita – diversi.

 

 

 

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Quattro chiacchiere, anzi otto

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on 18 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

Son sempre stata una chiacchierona, solo con l’età mi sono un po’ calmata. Mi è sempre piaciuto raccontare storie, inventare, commentare quel che vedevo. Lo facevo con mia figlia quand’era piccola e con suo figlio Leonardo, che portavo a spasso nel passeggino. Credo che qualcuno mi prendesse per una svitata. Avevo il cucciolo di pochi mesi piazzato nella carrozzina e gli raccontavo quel che stavamo facendo, dove saremmo andati, gli indicavo i fiori e gli alberi. Ho appena letto “Parla tanto a tuo figlio, diventerà più intelligente!” nella nostra rubrica  SOS psicologia, e mi sono perfettamente ritrovata in quel che dice  Francesca Daidone Costantino.

Non sapevo che parlare ai bambini piccolissimi li rendesse più intelligenti. Semplicemente ho sempre seguito l’istinto. Se gli parlo, pian piano imparerà ad associare parola-oggetto, mi son detta. Infatti, sia mia figlia che Leonardo hanno imparato presto a parlare, e con proprietà di linguaggio. Parlare con i piccini viene d’istinto, almeno a me. Sei a tu per tu con quel fagottino che sa solo sorridere e tu gli rispondi con le parole. E parlando parlando vien naturale riferirgli quel che si fa: “ora cambiamo il pannolino”, “adesso è l’ora della pappa”. E poi per farli addormentare, non si cantano le canzoncine?

E’ ovvio e scontato che non ci aspettiamo che capiscano, ma è così che si impara a parlare. Ora che io e Isabel saremo sole solette tutto il giorno, continuerò a farmi quattro, anzi otto chiacchiere con lei, che ha oramai otto mesi.

E’ una bimba sveglia e curiosa, ma per ora non sillaba nemmeno, si limita a gracchiare (sì, sì, gracchia con voce di gola!) i suoi “aaghhhhhh”, ma sono sicura che manca poco ai primi balbettii.

 

Per ora Isabel dà segno di capire, comunque. Batte le manine a richiesta (non sempre), gattona velocissima a prendere la palla se la si invita a farlo, se si dice “dov’è il pesce?” guarda verso l’acquario. E, quando le cambio il pannolino e le intimo di non avvitarsi come un serpente lei si ferma, mi guarda, sorride (è semplicemente stupenda quando sorride!) e… mi spernacchia comodamente. Lo fa sempre, non è un caso. Spero ardentemente che questa non sia la sua risposta ufficiale alle mie richieste, e spero anche che sia solo un temporaneo momento d’espressione, in attesa delle parole. Spero. O che sia la prima contestazione?

 

 

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Mamma torna al lavoro

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on 14 Apr
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Ci sono tante storie simili, io racconto quella che so. Ma potrebbe essere di una qualsiasi lettrice.

Da lunedì  Isabel starà con me, Leonardo va alla scuola materna e la mamma torna al lavoro.

Non ci sono buone premesse per il rientro. Non si perdona un secondo figlio, se sei una mamma che lavora.

Mia figlia è responsabile di settore di una grossa azienda. Ha lavorato sodo per arrivare fin lì. Ha sacrificato anche la vita privata a volte, prima di diventare mamma. Il lavoro è sempre stato importante per lei, ci si è appassionata, è stata intelligente nelle scelte e ha portato un piccolo valore aggiunto all’azienda, come tutti i lavoratori seri e onesti. Viaggiava spesso, per lavoro. Magari alzandosi alle cinque per poter andare a Palermo e tornare in giornata, facendo risparmiare all’azienda costi aggiuntivi come albergo e pasti.

Questo per chiarire che non ha “tirato a campà”, come si dice. E non ha fatto nemmeno il calcolo “Mi sacrifico ora, che quando poi avrò figli posso tirare i remi in barca”, perché di figli non se ne parlava. E devo dire che l’azienda le ha dato una buona opportunità, pur con l’aggravante di essere una delle poche donne  in un mondo maschile.

Ma non le hanno perdonato i figli. Quando ha annunciato di aspettare Leonardo, l’aria intorno a lei si è raggelata. Ma hanno ingoiato il rospo, l’hanno lusingata e lei è tornata al lavoro subito dopo lo svezzamento. Non era più l’atmosfera di prima, ma ci si è adattata e ha ricominciato da capo. Leonardo è stato affidato a me, da quel punto di vista era tranquilla. Certo, le mancava il suo cucciolo, ma all’inizio faceva l’orario ridotto e il distacco era meno pesante. Poi, con la ripresa del tempo pieno è stato difficile, perché era complicato rispettare gli orari d’ufficio e  contemporaneamente fare la mamma.

E’ la storia di tutte le mamme lavoratrici, quello di mia figlia è solo uno dei tanti casi. Lavorare è una necessità, oltre che essere una delle strade per la realizzazione personale. E se hai un figlio è più difficile, questa realizzazione. Ma se ti viene in mente di averne un altro, di figlio, allora sei proprio tonta. Non contare sulla comprensione di nessuno, non chiedere il part time, non pensare di poter usufruire di permessi se uno dei tuoi piccoli non sta bene. Questa è la realtà, a volte camuffata da sorrisini e cenni di assenso. Se poi la tua posizione prevede anche un minimo di responsabilità, allora, al colloquio per il rientro dalla maternità ti senti dire “Ora bisogna decidere se stare dalla parte dell’azienda o dei  ci a doppia zeta o propri”. Il che taglia la testa al toro.

Certo, è una scelta. Puoi decidere di parlare chiaro e chiedere di cambiare mansione, sperando in un part time almeno fin quando i cuccioli son piccoli, poi si vedrà. Il rischio è che il tuo cambio di mansione non sia temporaneo, ma definitivo. Oppure puoi decidere di vedere i tuoi figli dalle otto di sera, magari, o di non vederli per un giorno o due, per esigenze di lavoro. E perderti parte della loro crescita.

Ci sono passata anch’io, ovviamente. Non avevo posti di responsabilità ma sono stata una mamma lavoratrice che ha affidato alla nonna la sua piccola, con una stretta al cuore. E mi sono persa tante cose di lei, troppe. Parlo per me, ovviamente: non ne valeva la pena. Ma ognuno è libero di scegliere quel che preferisce o quel che deve.

Ci sono mamme che stringono i denti, che ingoiano un sottile mobbing perché non hanno scelta. Di questi tempi non ci si può permettere di cambiare lavoro, di lavorare part time solo per un periodo. Tanti giovani sono senza lavoro, c’è subito chi – se rinunci – è pronto a prendere il tuo posto.

Ora, voglio chiarire che per onestà mi metto anche dalla parte dell’azienda: una donna in maternità rimane a casa in media un anno. E l’azienda deve pur tirare avanti in quest’anno, quindi deve fare sostituzioni.

Però i figli non sono solo della mamma, sono di entrambi i genitori. E sono il nostro futuro, non si può prescindere da loro. Lavoriamo per il futuro, no?  Aggiungo che anche i direttori aziendali, i proprietari, gli uomini in generale sono anche papà, dovrebbero capire.

Quindi, non sto a dire che la maternità andrebbe equamente divisa tra i genitori, sto dicendo che – per il bene della società – ci vorrebbe maggiore comprensione e flessibilità.

Alla fine, una mamma che torna in azienda (perché non ha scelta) scontenta, in un ambiente ostico non è certo la lavoratrice ideale, no? 

I figli li fanno le donne, non è giusto che debbano essere penalizzate.

 

 

 

 

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Pronto, chi parla?

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on 10 Apr
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Che comodità il cellulare. Possiamo chiamare ad ogni ora del giorno, e pure della notte. Possiamo rompere le scatole alla nonna che è in chiesa, all’amica che è in riunione, al papà che è al volante. Sempre!

E sapere dove sono i nostri figli, in ogni momento, chiamando magari ogni oretta. “Mhmm… hai detto che vai da Giovanni,   sono passati venti minuti e non sei ancora arrivato? Ti chiamo tra dieci minuti allora”.

E pure i bambini, da quando hanno l’uso della ragione, telefonano “Mamma? Quanto fa sedici per dieci fratto otto?” e la mamma, che è in riunione col capo bisbiglia “Non ora tesoro, non posso” ma il bambino insiste “Allora ti chiamo tra cinque minuti”. E non sgarra.

Non conosco nessuno (eccetto mio padre novantadueenne) che non abbia un cellulare. In realtà ci ha reso la vita più semplice, è vero. Ma anche più complicata, non trovate?

Da un lato non abbiamo più privacy, chiunque ci chiama in qualunque momento (“Ti disturbo?” è la frase più usata, ma noi diciamo “no, figurati” anche quando siamo sotto la doccia). Dall’altra siamo più tranquilli, possiamo verificare per esempio se un ritardo è dovuto al traffico o a qualche altro imprevisto.

Io stessa credo non saprei come cavarmela senza cellulare. E’ il filo diretto con i nostri cari e anche con chi caro non ci è, ma che dobbiamo sentire per forza.

L’altro giorno mia figlia ha avvicinato il ricevitore a mia nipote Isabel, che ha oramai otto mesi, e le ha detto “Senti? C’è la nonna!”. La piccola ha girato la testa di scatto guardando verso la porta, ovviamente. Che ne sa, lei, del telefono? E quando ha sentito la mia voce che la chiamava, di nuovo si è sporta verso la porta.

Il che mi ha riportato a Leonardo piccolissimo che, quando sentiva una voce al telefono guardava il ricevitore e poi la mamma, come a dire “Ma dov’è?”.

La scorsa settimana, sempre Leonardo, mi spiegava al telefono che è caduto e si è fatto male “qui”. “Vedi nonna? Mi sono fatto male proprio qui”, con il cellulare appoggiato alla gambina, come se io potessi vedere.

Certo, è una gran comodità il cellulare, inutile negarlo. Vedo mamme al volante (compresa mia figlia) che parlano al telefono, tengono a bada i figli starnazzanti sul sedile posteriore (“Sì, Leonardo, ora metto la musica”, “Isabel non piangere, ora andiamo a casa a fare la merenda”),  e guidano. Certo, ci sono donne al volante che se squilla il telefono inchiodano in mezzo alla strada e non sanno coordinare due cose. Ma è la stragrande maggioranza degli uomini che se è al cellulare diventa inabile alla guida. Non è colpa loro, è che – e dico sul serio – noi donne sappiamo fare 3 cose insieme, e bene. Non c’è mica da vantarsi, siamo cretine noi che riusciamo a farlo, a costo di stressarci.

Nelle scorse settimane, mi pare, leggevo su Internet che le donne incinte che usano il cellulare possono causare danni cerebrali al feto. Magari è un’esagerazione. Di certo è un invito a usare meno questo mezzo. In fondo, quante telefonate inutili facciamo, tutti?

Ma vi ricordate la vita senza cellulare? C’era solo il telefono di casa o  tutt’al più le cabine telefoniche. Ora a casa chiamano solo le compagnie telefoniche per proporti un nuovo contratto o qualche mobilificio che declama sconti, per il resto c’è il cellulare.

Stamattina ho accompagnato Leonardo a fare una passeggiata e abbiamo visto una delle oramai rare cabine telefoniche, ovviamente senza nemmeno più il telefono. Leonardo subito ci è entrato e mi ha chiesto “Nonna, cos’è?”. Ho cercato di spiegargli che una volta i telefoni erano molto più grandi e attaccati a un muro o, appunto, in cabina. Ma mi ha guardato stupito e mi ha chiesto “Ma grandi quanto?” e io a gesti ho mimato la misura. “Ma non ci stava in borsa?” ha replicato guardando la mia, che è piuttosto grande. Ma è difficile da capire che non è solo una questione di misura: lui è nato nell’epoca dei cellulari.

 

 

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L'abito di Pasqua

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on 06 Apr
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A Pasqua una cosa era certa: avrei avuto un vestito nuovo. E non ero affatto contenta.

 

Parlo di quando ero bambina, ovviamente. La Pasqua, volere o volare, segnava il cambio di stagione. Non era solo un’abitudine nostra, ricordo. Bisognava per forza mettere il soprabito (anche con un tempo da lupi) o il tailleur (in realtà   un completo gonna più giacca, ma era fichissimo chiamarlo tailleur).

Se penso alla Pasqua mi viene in mente il freddo. Ora, almeno qui a Milano, capita meno spesso, ma mi ricordo di giornate pasquali con vento e pioggia, un binomio che detestavo anche perché il vento mi spettinava e la pioggia  completava il tutto e rendeva i miei capelli un orrore. Comunque avevo un vestito nuovo, ecco. Era pure una necessità, perché quello dell’anno prima col cavolo che mi andava. Mia mamma era straordinariamente abile nel convincere mio padre che quello “scampolo” che sarebbe diventato un vestito per me,  era un avanzo dell’abito della signora Carla (o Iside, o altre signore che si facevano confezionare abiti da mia mamma) e che la signora Carla non lo aveva voluto non sapendo che farsene. Mio papà, che aveva una vera e propria fobìa per il superfluo, brontolava di continuo per le spese eccessive (mi vien da ridere, quando mai si facevano spese superflue?). Spese eccessive erano per esempio abiti nuovi. A Pasqua però era meno intransigente: si sapeva che quel giorno bisognava avere il vestito nuovo per andare a Messa, quindi brontolava un filo di meno, ma con l’occhio sempre vigile. Io crescevo in lungo e in largo, c’era poco da fare. Se non mi volevano mandare in giro nuda, bisognava confezionarmi abiti nuovi.

Mia mamma comprava il fatidico “scampolo” di stoffa al mercato, qualche volta talmente a misura che per farci stare gonna e giacchetta bisognava fare tagli strategici. La gonna non ci veniva, a pieghe, quindi la si faceva svasata. La lunghezza non era sufficiente? Si faceva una fascia di 10 centimetri in vita, che non era il massimo dell’eleganza, ma tanto la giacca poi copriva. Certo, esistevano i negozi con capi confezionati, ma assolutamente non era in discussione farci acquisti: troppo, troppo cari. E poi avevamo una sarta in casa! E così, io che ero bambina ma già con un certo gusto per la moda, non avevo assolutamente mai l’abito che avrei voluto. E ci piangevo pure, di nascosto. Detestavo con tutto il mio cuore il giorno di Pasqua, con calzine bianche corte e abito nuovo senza stile. Aggiungiamoci che non era il modello che mamma riusciva a cavarne a non piacermi, ma gli “aggiustamenti”. Maniche a tre quarti strette perché non si poteva fare altrimenti. Colletto alla coreana perché a scialle (che mi sarebbe stato meglio) non ci veniva.

Quello che ho detestato di più in assoluto è stato un completo rosa antico: maniche a tre quarti, strette, collo alla coreana, un inspiegabile (per gli altri) taglio in vita, gonna a pieghe larghe con fascia in vita. Sembravo un sommergibile.

Peggio era con i vestiti estivi comunque, lì sì che venivano fuori cose orribili. Nascevano spessissimo da avanzi di stoffa quindi ne uscivano modelli bislacchi. Purtroppo il problema ero io: fossi stata magra, qualsiasi cosa sarebbe andata bene. Invece la sfiga era che magra non son mai stata. E quindi la maggior parte degli abiti mi faceva sembrare anche più cicciotta di quel che ero.

Il secondo problema era che mia madre, figlia di sarti piuttosto raffinati (lavoravano anche per La Rinascente, pur abitando in provincia di Venezia) non aveva ereditato la passione per il cucito. Aveva imparato dai genitori, e per arrotondare lo stipendio di papà faceva la sarta in casa, non sapendo fare altro. Ma la passione non c’era. E se c’è un mestiere che abbisogna di  passione è la sarta: basta una pences nel punto sbagliato, un taglio fatto in fretta, una stoffa non adatta a quel modello ed è il disastro. Niente passione, lo capivo dai suoi sbuffi, dalle sacramentate fra i denti e tremavo: anche l’umore incideva sul modello che aveva tra le mani. Quanti pianti, quanta vergogna ad andare in giro! Ma per fortuna gli anni passano.

Tornando a Pasqua, grazie al cielo l’usanza di esternare il cambio stagionale proprio in quel giorno non c’è più. E per fortuna, aggiungo, ci sono negozi e grandi magazzini. Almeno puoi provare un abito e, se ti sta male, sceglierne un altro. Sembra una stupidaggine, ora tutti comprano abiti confezionati. Ma provate a immedesimarvi in quel che avete letto e rifletteteci: siamo o non siamo fortunati, oggi?

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Somiglia a mamma o a papà?

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on 05 Apr
in Il blog di Michele Monina

La faccenda delle somiglianze meriterebbe molto più spazio delle poche righe che ho a disposizione oggi. E ne ho poche perché, somiglianze o non somiglianze, oggi dovrò andare io a prendere i due “grandicelli” a scuola, quindi non posso stare davanti al computer quanto vorrei. Ma la faccenda delle somiglianze meriterebbe davvero un approfondimento serio. Non c'è persona sulla faccia della terra che, vedendo un bambino, non si senta in diritto o forse addirittura in dovere di dire a chi somiglia. E non c'è soprattutto nonno o nonna, a volte anche zio o zia, che non si senta di garantire, giurando sulla testa dei propri figli, che tuo figlio o tua figlia è uguale, ma proprio uguale uguale, sputato, a te o tua moglie da piccoli, a seconda che si tratti di un tuo parente o di un parente di tua moglie. C'è chi addirittura esibisce vecchie foto ingiallite, tue o di tua moglie, pensando di avere in mano chissà che prova. Fortunatamente, però, quando eravamo piccoli noi, io e mia moglie, di foto se ne facevano davvero pochine, e di prove se ne possono esibire al massimo un paio. Del resto, questo è un fatto, i nostri piccoli assomigliano sempre a tutti e due, anche contro ogni evidenza. Il massimo, però, è quando uno dei suddetti parenti, si lancia in disamine sulle somiglianze caratteriali. Anche in ospedale, intendo, quando il piccolo o la piccola (nel mio recente caso entrambi, come ben sapete), hanno poche ore di vita e più che un piantarello non hanno ancora avuto modo di emettere. Io, in questi casi, assumo posizione a uovo, mi metto sotto il tavolo e aspetto che il pericolo passi, tanto i miei quattro figli sono praticamente mie fotocopie...

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L'educatrice

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on 03 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

Diciamocela tutta: i nostri figli e i nostri nipoti sono creature meravigliose con qualche piccolo difetto, assolutamente trascurabile. La frase preferita di tutti coloro che hanno bimbi vivaci è “So’ bambini! Che vuoi farci…”.Il fatto è che contiamo sulla comprensione di chi ci sta intorno. E qualche volta non siamo del tutto onesti nei nostri giudizi.

Però voglio raccontarvi un episodio successo tanto tempo fa. Non l’ho mai dimenticato e la rabbia è la stessa di allora. Per intenderci è l’occasione in cui una mamma si trasforma in una tigre. E io ero una tigre rabbiosa.

Mia figlia era sicuramente una bambina vivace, lo ammetto. Non stava ferma un attimo, rispondeva per le rime, chiedeva spiegazioni, era curiosissima, dormiva pure poco ed era superattiva. Quando ha iniziato la scuola elementare sapeva già leggere e scrivere. Aveva imparato a suon di domande, non l’abbiamo mai forzata. Fatto sta che sapeva già leggere e scrivere.

La sua maestra  era una signora all’ultimo ciclo, poi sarebbe andata in pensione. Una donna deliziosa, che ho sempre apprezzato per la sua intelligenza e per il suo metodo di insegnamento. Io avevo appena ricominciato a lavorare, dopo una pausa di tre anni, quindi avevo iscritto mia figlia al doposcuola (il tempo pieno è nato un paio d’anni dopo).

La maestra del pomeriggio non mi era simpatica. Un episodio soprattutto mi aveva scosso: un bambino si era arrampicato su una sedia e stava pericolosamente appollaiato alla finestra. Se n’è accorta una bidella che è entrata in classe e ha lanciato l’allarme. La maestra stava leggendo il giornale. Era la tipica insegnante che avrebbe voluto, nel doposcuola, bambini immobili ai loro banchi, cosa che non era ovviamente possibile. Non aveva una classe particolarmente vivace, solo una classe normale. Ma, nella normalità, la vivacità di mia figlia e di pochi altri, le sarà parsa eccessiva. Fatto sta che un giorno vado a prendere la bambina e questa “educatrice” mi apostrofa, davanti a mamme e bambini (compresa mia figlia) “Signora, sua figlia non è mica normale, la porti al C.I.M. (Centro Igiene Mentale) e di corsa”. Rimango allibita, umiliata, con mia figlia di sei anni che mi tira la giacca e chiede “Cos’è il Cim?”. Gli altri genitori, che conosco, fanno capannello intorno a me: conoscono la bambina, spesso ospite a casa loro per giocare con i loro figli, e chiaramente sanno che non è pazza. Pietrificata, non le rispondo ma vado dal preside e chiedo di essere ricevuta immediatamente. Lascio mia figlia in custodia ai genitori di una compagna.

Vi lascio immaginare l’incontro con il preside che dopo l’esposizione dei fatti abbassa la testa e mi dice “La prego di soprassedere, signora. Abbiamo avuto così tante lamentele su quell’insegnante che ne abbiamo chiesto il trasferimento al Provveditorato”. Esco e trovo tutti i genitori dei compagni di mia figlia ad aspettarmi, per sapere. Scopro che la nostra “educatrice” aveva strattonato un bambino perché non stava fermo, facendolo cadere (raccontato dal protagonista). E che una bambina si era fatta pipì addosso perché le era stato proibito di andare al bagno.

Fu trasferita la settimana successiva, sostituita da una insegnante giovane e gentile. Ma la tigre era ancora latente. Un paio di giorni dopo vado a prendere mia figlia, affronto il mostro e davanti ai soliti genitori ruggisco (piano) “Vuole gentilmente spiegare a mia figlia cos’è il C.I.M.?”. Non ho mai tolto gli occhi dai suoi, mentre parlavo. E’ stata questa la mia vendetta, averla affrontata davanti a tutti. Il mostro abbassa la testa, il viso in fiamme e replica “Niente”. “Eh no, cara signora – replico – una spiegazione è necessaria”. Non volevo umiliarla (come aveva fatto lei) davanti a tutti, bambini compresi. Ma ero intenzionata ad avere una risposta. “Il CIM è… è… un parco giochi!” balbetta e scappa via.

Al che mia figlia mi guarda e dice “E perché te la sei presa tanto, mamma? Voleva mandarmi solo al parco!”. La verità l’ha saputa anni dopo.

Eravamo ancora in un’epoca in cui denunciare un insegnante non si usava. Ma io spero ardentemente che quella “signora” abbia cambiato mestiere.

 

 

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Un cuore grande

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on 30 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

Leonardo ha un modo particolare di dire che vuole bene a qualcuno. Un giorno gli ho chiesto quanto vuole bene alla nonna. Ha allargato le braccine, in punta di piedi per far apparire ancora più grande questo bene e ha detto “Così!”. Ricambiato e anche di più, ovviamente: non c’erano dubbi. Ma ha molto pudore dei suoi sentimenti.  Due giorni fa, senza che nessuno glielo chiedesse mi ha detto “Nonna, lo sai che ti voglio tanto bene?”. Ed è strano, per lui. Quando combina qualche marachella si lascia andare di più: chiede un “abbraccione” e lo adoro quando fa così. E’ tenero da morire.

Ma ora ha una sorellina, Isabel, di cui non si mostra geloso. O meglio, apparentemente non sembra geloso. Ma i segnali ci sono, eccome.

Non si stupisce quando vede la sorellina accudita  da uno dei genitori, ma se contemporaneamente l’altro     prende in braccio lui, corre, eccome. La cena è il momento cruciale. Mangia poco, forse anche per via della varicella fatta a Natale, ma se lo si imbocca mangia di più. Insomma, è tornato piccolo anche lui, ed è giusto. Dividere l’affetto con una “estranea”, piccola per di più, è dura. Bisogna dire che vuole un gran bene alla sua sorellina: la cerca se non la vede, la abbraccia teneramente e la bacia.

Ho notato che se mi chiama per giocare e io rispondo che devo fare qualcosa con la sorellina (cambiarla, darle la pappa) lo chiede ancora, ma poi non lo chiede più.  Così come quando si fa un complimento a Isabel: lui abbassa la testina sul petto e aspetta, in silenzio. Ovviamente si corre da lui, io per prima, perché è come se aspettasse il suo turno per i complimenti, che nessuno gli nega, per carità. Ma non mi piace che si rassegni, non mi piace che pensi che preferisco la sorellina a lui. O che, peggio, la sua mamma e il suo papà vogliono più bene a Isabel.

Allora vorrei raccontargli una storiella. Non di punto in bianco, non posso metterlo in allarme: i bambini non sono mica stupidi. Troverò l’occasione giusta. Magari proprio uno di quei momenti in cui “è rassegnato”.

“Tesoro, tu lo sai che il cuore è così pieno di spazio che non riesci mai a riempirlo?” so già che dirà “come?” e allora gli dirò “Tu vuoi bene alla mamma? E al papà?” sono sicura che mi dirà di sì “E alla nonna Anna e al nonno Vito?” e anche lì annuirà “E alla nonna Rosa e al nonno Renato? E a Isabel?”. Probabilmente comincerà a capire e dirà ancora di sì “E poi, alla tua fidanzata Chiara? E ai tuoi amici?”. Mi guarderà, già lo so, per capire dove voglio andare a parare.

 “Amore della nonna, vedi che c’è posto per tutti? Eppure, pensa un po’… fino a poco tempo fa Isabel non c’era, Chiara l’hai conosciuta all’asilo quest’anno. E ora vuoi bene a tutti e due, no? Questo sai cosa vuol dire? Che c’è posto per tanto, tanto bene. E se domani dovesse nascere un altro fratellino, o se conoscessi un nuovo amico,  ci sarà posto anche per loro  nel tuo cuoricino”.

Probabilmente si stancherà di sentire queste cose, cercherà di distrarsi, come è normale. Ma troverò il modo di farmi ascoltare ancora per qualche istante “E tu pensi che nel  il cuore di mamma, di papà, dei nonni, non ci sia posto per tutti? Tu sei nato prima di Isabel, e mamma e papà volevano bene solo a te. Ora la famiglia è più grande, ma mamma e papà ti vogliono ancora più bene, sei sempre il loro bambino, tesoro, e lo sarai per sempre”.

Spero di smorzare un po’ quei piccoli sintomi di gelosia, perché sono sicura che lo mettono a disagio, anche se non lo dice.

E a tre anni è difficile riuscire a capire che il cuore è grande.

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Gossip!

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on 24 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

 

Quand’ero bambina, se dicevi la parola gossip nel mio ambiente tutti dicevano “Eh???” perché nessuno sapeva cosa significasse. Allora ti correggevi in “pettegolezzi”, ma tutti filavano via veloci, borbottando “Io mi faccio i fatti miei”. Parole sante.I pettegolezzi erano il pane quotidiano, nella mia famiglia. E che pettegolezzi succulenti! Almeno, per noi bambini degli anni Cinquanta. Ora non scandalizzerebbero manco il Papa.

La famiglia di mia mamma era a dir poco gigantesca. I miei nonni materni ebbero undici figli ( i paterni reggevano il confronto con sette), il che era la normalità o quasi, per i tempi. Mia madre, nata con una gemella (morta poi piccolissima), era penultima. Il che voleva dire che tra mia mamma e la prima delle sue sorelle c’erano più di vent’anni di differenza. Mia nonna diventò nonna e successivamente ancora mamma, per dire. Aggiungiamoci che io ero l’unica figlia unica della famiglia. Tutte le sorelle e i fratelli di mia madre partivano da un minimo di tre figli, per arrivare comodamente alla dozzina.Vista la differenza d’età io avevo cugine dell’età di mia madre che ovviamente chiamavo zie, e giocavo con le loro figlie che erano mie coetanee.
Ce l’ho fatta a confondervi le idee? Sì, direi di sì.

Tutto questo per dire che eravamo davvero in tantissimi. C’erano riunioni di famiglia in cui un minimo di cinquanta adulti  mangiava e beveva per ore chiuso in uno di quei saloni enormi delle case di campagna, e noi bambini in cucina da soli (mai meno di una quindicina). “Di là” dai grandi si sentivano risate per le barzellette proibite a noi ragazzini, “di qua” in cucina il caos dei piccoli.Ma ogni tanto i grandi smettevano di ridere e chiacchieravano. In realtà si riunivano proprio per chiacchierare. O meglio, per aggiornarsi sui pettegolezzi, ovviamente scandalosissimi per l’epoca, quindi vietati a più non posso ai bambini (e si era bambini praticamente fino alla maggiore età). Ed era lì che noi ragazzine pre-adolescenti o adolescenti cacciavamo via i piccolini e origliavamo alla grande. Ognuno di noi aveva ricevuto  un’educazione rigida. Lo scandalo era sempre in agguato quindi bisognava rigare drittissimi. Ovviamente, visto che tutto destava scandalo, noi dell’ultima generazione immaginavamo che nella nostra famiglia non ci fosse nulla di men che immacolato. Ma origlia oggi, origlia domani le storie venivan fuori, perché c’era sempre, tra gli adulti, chi non era aggiornato sull’ultimo pettegolezzo “Come, no te ‘o sé miga? La fiola de Toni  la aspeta ‘ncora. E no se sa chi sia el pare” (traduzione: “Come non lo sai? La figlia di Toni è di nuovo incinta e non si sa chi sia il padre”). Era un vero peccato che, ascoltando dietro la porta, ci perdessimo le espressioni dei presenti. Sono sicura che ingrassavano più per i succulenti pettegolezzi che per il cibo. Comunque,  il succo era che il cugino Toni aveva una figlia poco seria. Uhhhhh… che scandalo! Io, le mie cugine (in realtà bis-cugine) Lina, Chiara e Mariagrazia ci scandalizzavamo davvero. Ma come, in una famiglia “santa” come la nostra c’erano poco di buono? C’erano figli illegittimi? C’erano matrimoni riparatori? I matrimoni riparatori erano lo scandalo che più scandalo non si può. Noi cugine sapevamo che era meglio la morte piuttosto che un matrimonio riparatore. Tanto per dirne una, mio padre non parlò più con sua sorella per trent’anni. Motivo? Si era sposata incinta. Eppure, come in tutte le famiglie avevamo proprio di tutto (eravamo in tanti, il campionario per forza di cose era variegato). Tra le centinaia di persone che componevano la “famiglia” c’erano ovviamente stati matrimoni riparatori, c’era un caso di pazzia, c’erano perfino bambini la cui paternità era sospetta e figli illegittimi. Insomma, era una famiglia normale dove, com’è normale, si sbaglia. Mi domando a volte come sono riuscita a sopravvivere nel tortuoso circuito della vita senza destare scandalo nella famiglia. E come ho poi fatto a dis-scandalizzarmi per queste cose. Se c’è una persona al mondo fautrice del “Vivi e lascia vivere” sono proprio io.

Ho capito con gli anni che c’era un motivo ben preciso se i miei genitori non mi facevano mai un complimento. Vuoi mai che se dico brava, questa si lascia andare, si dà delle arie e magari poi mi combina qualcosa?  Quindi se mi limito a rimproverarla quando sbaglia, non sarà mai sicura di non dare scandalo. Eh, lo so, meccanismo contorto, ma era così. Quasi sicuramente la parola scandalo era usata unicamente per rendere difficile la vita a noi ragazzini. Loro, i grandi, sapevano benissimo che certe cose succedono, tanto che nessuno di loro ne era esente. E il bello è che pure questa era educazione. Confesso che sono ancora oggi perplessa.

 

 

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Il duplex

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on 13 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

 

A volte mi tornano alla mente episodi della mia infanzia che vorrei raccontare a Isabel e Leonardo, quando saranno più grandi.   Sono vicende abbastanza incredibili per i nostri tempi, a volte divertenti. Come il telefono.

 

Allora, tanto per cominciare i miei genitori venivano dalla provincia veneta. Trapiantati a Milano agli inizi degli anni Cinquanta,  han continuato a parlare il dialetto veneto, come se a Milano fossero provvisori. Non si sono mai integrati veramente. Era come se in Lombardia fossero in “prestito”.
Tant’è che se è vero che siamo stati l’ultima famiglia del condominio ad avere il televisore, siamo stati i primi ad avere il telefono. Mio padre sentenziò “Par ‘e disgrassie” (per le disgrazie). Come a dire che il telefono a quello serviva. A tenere un filo diretto tra noi e la provincia veneta e i parenti a cui erano legatissimi. Dall’altra parte, i parenti chiamavano quasi tutti da un posto pubblico, anche loro non avevano il telefono (abitavano in paesini microscopici). In ogni caso si chiamava SOLO per estrema necessità e si doveva essere telegrafici, perché le chiamate costavano.

 

Come dicevo, il telefono non ce l’aveva nessuno nel condominio (due scale di 3 e 5 piani rigorosamente senza ascensore). Ed era un duplex., vale a dire che per risparmiare avevi una  linea in comune con un altro utente. Se chiamavano loro, noi non potevamo telefonare e viceversa. Il duplex era perfidissimo, era sempre occupato se per caso ti serviva.

 

Ma non è finita qui. Il nostro numero ce l’aveva mezzo condominio, per cui, la sera verso le otto (per essere sicuri di trovare qualcuno) squillava il nostro telefono, i miei si allarmavano pensando alla disgrazia incombente ma in realtà era il centralino della Stipel (la Telecom di oggi, che funzionava per le interurbane tramite centralino e con prenotazione) che avvisava che c’era una chiamata per la signora Pierina, per esempio. Mia mamma, se la signora Pierina che cercavano era una vicina di casa, mandava me a chiamare. E io, volente o nolente, correvo come un fulmine (eh, le interurbane mettevano il sale sulla coda!).

Ma se la signora Pierina, metti caso abitasse nella scala di fronte, mia madre non aveva remore. Urlava sul ballatoio “Signora Pierinaaaaaaaaa” finché questa non usciva e allora la mamma gridava “Telefono. INTERURBANA” a significare la gravità della cosa. Era una corsa frenetica. La signora Pierina si scapicollava giù per le scale e poi arrancava su fino al terzo piano da noi per poi urlare “Prontooo??” e scoprire che era il cugino del fratello della madre che voleva sapere come stava.

 

Naturalmente mio padre non ci pensava nemmeno ad uscire di casa durante la telefonata. Del resto, non era mica una cabina telefonica casa nostra. Così la signora Pierina (o chi per lei) riteneva doveroso spiegarci che il cugino aveva telefonato perché una compaesana aveva saputo da una sorella che stava a Milano che la signora Pierina non stava bene.

 

Io ero bambina e mi seccava parecchio questa faccenda della staffetta (gratuita, per di più) tra telefono e vicini di casa, ma non potevo che star zitta e  correre.

 

Dicevo che le interurbane bisognava prenotarle tramite centralino. Nelle rare volte in cui mio padre o mia madre prenotavano una telefonava, il mondo si fermava. “Prontodicaaaa” blaterava la centralinista seccata  che ti prenotava la chiamata. E poi si aspettava. A volte intere ore. E non si poteva fare niente. “Spegni quella radio, che se chiamano non si sente il telefono!”. Difficile non sentirlo, in due stanze di venti metri quadri l’una. Ma era così. “Posso andare fuori a giocare?” chiedevo allora “Sì, ma non fate rumore che se arriva l’interurbana poi non si sente niente”. In effetti a volte la qualità della linea era pessima. Ma a volte la centralinista si dimenticava della chiamata, quindi un paio d’ore dopo bisognava riprovare. Timidamente, quasi chiedendo scusa “Non c’è linea signora, sto riprovando” si giustificava la centralinista con voce rigorosamente nasale (tutte avevano la voce così). In realtà dopo il sollecito la chiamata arrivava nel giro di dieci minuti al massimo.

Apriti cielo se per caso, nell’attesa, sollevavi la cornetta e scoprivi che il tuo duplex era al telefono! “Proprio adesso! Non ha un altro orario per telefonare?” brontolava mia mamma. E se per caso la chiamata del povero duplex durava più di dieci minuti il nervosismo si poteva toccare con mano, anzi, tagliare con il coltello.

 

Ma la cosa più divertente è che c’era una famiglia siciliana il cui capofamiglia, alle otto di sera del sabato suonava il campanello di casa nostra e entrava dicendo “Aspetto una interurbana da casa. Dice che chiama per le otto”. E sta va lì, mentre noi cenavamo, ad aspettare. A volte pure un’ora.

Allora non era come oggi: la confidenza era una cosa rara. Quindi eravamo impacciati noi e impacciato l’altro, ma non aveva scelta.

Dopo la sospirata telefonata, in dialetto siciliano ci ragguagliava “Tutto a posto, stanno tutti bene”.

 

Così, senza volerlo, noi avevamo il polso della salute e anche di altre faccende private di tutto il condominio. Mia mamma per un paio d’anni è stata orgogliosissima di sapere i fatti degli altri. Poi, pian piano, altri condomini hanno messo il telefono, PER FORTUNA.

 

A volte ci penso, a questa cosa. E allora prendo il mio cellulare e gli sussurro “Bello, sei!”. Farà sorridere, ma io e lui sappiamo cosa c’è dietro.

 

 

 

 

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Attenti al lupo

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on 10 Mar
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Nelle scorse settimane ho letto nel nostro forum una mamma che chiedeva consiglio su come spiegare alla sua piccola che cos’è la pedofilia. E’ un argomento che scotta, questo. Più di tanto a un bambino non si può spiegare e anche se è parte di un discorso più generale della fiducia, l’argomento   pedofilia è il più preoccupante

 

Ma come facciamo a difendere i nostri piccoli?

Partendo dai casi più gravi, ci sono maestre che maltrattano i loro scolari, ci sono i maniaci. Ci sono perfino famiglie che maltrattano i loro piccoli. Ed è la cosa più spaventosa, questa.

 

Ecco, questa cosa dei maniaci è davvero un’angoscia per me. Istituirei il carcere a vita per i pedofili, senza esitazione. Un bimbo è portato a fidarsi di chi ha di fronte, soprattutto se è adulto e ancora di più se è una persona che conosce. Tradire la sua fiducia è aberrante.


Quindi torniamo al punto di partenza: come spieghiamo ai bambini che se qualcosa non va possono parlarne sempre con mamma e papà?

 

Certo, ci sono segnali ben chiari, di disagio: se non vuole andare all’asilo, se va a scuola molto malvolentieri, le mamme giustamente raddrizzano le antenne. Solo che non si può chiedere al piccolo “Ma la tua maestra ti picchia?”, oppure “Non parlare con chi non conosci perché può essere un maniaco”. Il piccolo chiederebbe spiegazioni, e vagli a dire cos’è un maniaco!  Non arriveremmo comunque  a niente. I maniaci peraltro non son mica stupidi, anzi, sono abilissimi nell’inganno. Ma soprattutto non è mai così semplice accorgersi che qualcosa non va. La confidenza aiuta, il parlarne prendendo l’argomento da “lontano” anche. Con estrema sensibilità, sempre. Anche qui, la fiducia nei genitori deve avere il sopravvento.

 

E’ un argomento così delicato, siamo così sfiduciati anche noi adulti e io  una soluzione non ce l’ho. Prenderei il Nobel se ce l’avessi.

 

Eppure la fiducia è così importante nella vita. Imparare a scegliere gli amici, a fidarsi di loro. Non si può “farne senza”, come si dice.

 

Forse ci vuole un lavoro delicatissimo, di cesello. L’attenzione costante, prima di tutto, sempre: al parco, a scuola, nelle palestre. Ovunque ci siano estranei. E insegnare pian piano, man mano che si presentano le occasioni. Aiutare i bambini ad analizzare ogni cosa, a capire se i rapporti, gli incontri, le realtà oggettive che vede sono davvero come si presentano. Probabilmente non basta nemmeno questo, ma abbiamo un’altra soluzione?

 

Quest’autunno al parco dove va anche mio nipote, una mamma si è accorta che c’era un tipo che fotografava i bambini sull’altalena, una bimba in particolare. Funziona così, tra le amiche di mia figlia: si ritrovano al parco, molte hanno due bimbi, quindi fanno a turno a sorvegliare i loro figli e quelli delle amiche. Bene, questa donna non ha avuto timori. Ha chiamato l’amica,  mamma della bimba,  e insieme sono andate a chiedere al tipo losco il perché delle foto, parlando chiaramente anche di privacy. Ma non era certo questo il punto. Il ragazzo ha farfugliato qualcosa e si è allontanato su un motorino. Le due mamme hanno preso nota della targa e sono andate dai carabinieri, giustamente.

 

Certo è solo una segnalazione, ma ora magari lo tengono d’occhio. Una goccia nel mare, ovviamente.

 

E ai bambini è stato spiegato che se un estraneo fa loro delle foto, è meglio avvisare la mamma. E di correre dalla mamma anche se una persona che non conoscono parla con loro o vuole regalare dolci. Senza spaventarli, chiaramente. Ma l’occasione per metterli in guardia era giusta.

 

Non basta, lo so bene.  Purtroppo non basta. Possiamo solo tenere gli occhi aperti, e cercare di aprirli ai nostri figli. Il difficile è insegnargli anche ad avere fiducia nel prossimo, perché è giusto pure questo.

 

Continuo a pensare che la fiducia sia alla base dei rapporti umani. E che senza un minimo di fiducia non si va da nessuna parte. Bisogna essere ottimisti.

 

 

Mamme, papà, coraggio. E’ un lavoro difficilissimo, ma sono sicura che ognuno di voi troverà il modo giusto.

 

 

 

 

Ps – Ora mi chiedo perché ho scritto questa cosa: non offro soluzioni, e a volte mi lascio prendere la mano, scusatemi. Forse volevo solo dire che  pure noi nonni ci siamo passati ... 

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Discriminazioni

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on 07 Mar
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Nella casa dove abitavo da bambina abitava anche un maschietto  di qualche anno più piccolo di me, Emilio. Stava ore e ore a giocare da solo. Se si avvicinava agli altri bambini subito c’erano urla e schiamazzi, tutta la gente usciva dalle case e affacciata alla ringhiera assisteva agli interminabili litigi la cui causa era sempre lui, il bambino con cui nessuno voleva giocare.

 

Non era più vivace degli altri, non disturbava più degli altri, era semplicemente meridionale e nessuno lo voleva.

 

Emilio a me faceva pena. E mi stava simpatico, perché per indole non amo le ingiustizie. Io abitavo di fronte e lo guardavo stare per ore con le gambe penzoloni, attaccato con le mani alla ringhiera. Lo curava una zia anziana perché la mamma lavorava in fabbrica. E a quei tempi ben poche donne lavoravano fuori casa.

 

Il fatto che fosse meridionale pesava eccome sulla faccenda. E anche il fatto che la mamma lavorasse. Era un po’… sconveniente, diciamo. Almeno, questo era quanto leggevo nelle chiacchiere di cortile delle donne. Un paio di battute del tipo “Ma stesse a casa a guardare il figlio, piuttosto…” mi erano bastate per farmi un’idea precisa.

 

Lo dico perché al piano di sopra abitava una famiglia toscana. Papà camionista, mamma domestica a ore e figlio. Ma nessuno discriminava Renzo, il figlio. E nessuno diceva le stesse cose della sua mamma.

 

I “terroni”, come li chiamavano nel mio condominio abitato soprattutto da milanesi, erano diversi. Come diversi? Ah… beh, intanto  si dice che coltivano i pomodori nella vasca da bagno. Peccato che in quelle case di ringhiera non ci fossero bagni (solo servizi in comune) quindi neanche a parlarne di vasche. E poi puzzano. E qui mi veniva da ridere, ma da ridere davvero.

 

Uno dei passatempi preferiti delle pettegole del palazzo era guardare COSA e QUANTO  bucato stendessero i coinquilini. Anche mia mamma non faceva eccezione. “Ahhhhh… quelle lenzuola lì non sono mica sue, quella lava per qualcun altro!” naturalmente c’entrava solo parzialmente col fatto che consumasse acqua che tutti pagavamo. Oppure “Come fa a dormire in un letto con le lenzuola verdi?” Già, allora erano una rarità, si usavano solo lenzuola bianche. Ma non posso non ricordare i commenti sulla biancheria intima. “Quelle mutande lì sono nuove! Ma quante ne ha? L’altro giorno ce n’erano stese almeno dieci paia!”. Una dichiarazione dei redditi fatta sulla biancheria intima.

 

Ma in tutto questo avevano da dire soprattutto sulla mamma di Emilio, che dopo una giornata in fabbrica veniva a casa e lavava a mano (lavatrici al tempo, niente) la biancheria. “Ma lava anche oggi? Ha steso ieri!”. Insomma, non andava mai bene niente. Dimenticavo: uno degli insulti che gridavano dietro al povero Emilio era “Vunciùn!” (sporcaccione, nel senso di uno che si lava poco). Mettetevi d’accordo. O la mamma lava per hobby, o non può essere sporco, il povero Emilio.

 

Eppure non sono cresciuta razzista. Tanto che ho sposato un bravo ragazzo pugliese, in un periodo nel quale non si affittavano case ai terroni (con tanto di cartello).

 

Per la cronaca, Emilio si è diplomato brillantemente, era un bravissimo ragazzo ed ha un ottimo posto di lavoro. Ma purtroppo le befane che gli rendevano la vita difficile son morte prima di saperlo.

 

Oggi vedo mio nipote Leonardo che gioca con tutti i compagni, di ogni colore e lingua. Anzi, uno dei suoi migliori amici all’inizio dell’anno di scuola materna non parlava nemmeno una parola di italiano. Ma si capivano benissimo.

 

Erano buffissimi. Leonardo avvicinava Gabriel e chiedeva “Posso PENDELE questo gioco?”. Gabriel ovviamente non capiva e diceva “Uh?” ma mio nipote lo prendeva come un sì e si allontanava soddisfatto. Qualche scaramuccia è nata quando Gabriel ha cominciato a capire e a rispondere “No”. Ma niente di irrimediabile.

 

Sono bastati sei mesi ed ora la mamma di Gabriel confessa che spesso il piccolo usa parole italiane di cui nemmeno lei conosce il significato.

 

 

I bambini senza preconcetti sono meravigliosi. Sarebbero belli pure gli adulti.

 

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Confidati con me

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on 04 Mar
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A volte mi chiedo cosa sia l’educazione. E che tipo di educazione ho avuto io e di conseguenza ho dato a mia figlia.

 

Senza dubbio io sono stata educata severamente. Molto severamente. Confesso che avevo una fifa blu dei miei, di quello che pensavano. Non avevo voce in capitolo in casa. Mica si poteva rispondere a un padre o a una madre! Se i tuoi ti facevano un rimbrotto te lo tenevi e zitta e mosca. Quando mio padre si pronunciava (era l’ultimo appello) erano sicuramente guai in vista. Mia mamma era leggermente più malleabile, come ci si aspetta da una madre. Ma mica poi tanto. E la punizione era una cosa super-certa. Migliaia di cose fatte bene erano cancellate da UN errore.

 

Non ho mai sentito i miei dire “brava”. La loro opinione era che  per tirar su bene i figli non bisogna far loro complimenti. Niente di più sbagliato, secondo me. La bilancia pendeva sempre e solo dalla parte del “male”.

 

Non so esattamente da cosa nascesse questo timore nei riguardi dei miei, non l’ho mai capito. Sì, mi son presa qualche bello scapaccione, ma non avevo certo paura delle botte, non eravamo a questi livelli. Urla? Sì, mio papà alzava la voce, ma la alzava pure mia mamma e i risultati non erano gli stessi.

 

Sapevo (da quando ho memoria) cos’era giusto e cos’era sbagliato, cosa chiedere e cosa no, d’istinto, come tutti i miei coetanei a quei tempi. A me bastavano due sopracciglia corrugate e già avevo i sudori freddi.

 

Quindi cercavo di rigare dritto. Avevo sì timore dei miei, ma anche rispetto. Ubbidivo (abbastanza), avevo rispetto anche per i miei insegnanti e per gli adulti in genere. Oddio, credevo a quel che dicevano, il loro parere era quasi “legge”.

Era educazione? Educazione basata sulla paura? Non so rispondere.

 

So di sicuro che di contro non avevo confidenza con i miei genitori. Se avevo un dubbio o un problema, me lo tenevo per me. E di questo ne ho sempre sofferto.

 

Ci sono problemi, che da bambini e ancor più da adolescenti, non si possono risolvere da soli.

Per esempio sono stata molestata da un maniaco esibizionista: ero in prima media e lui si appostava vicino alla scuola. Eppure me ne son guardata bene dal dirlo a chiunque, perché di certi argomenti non si parlava. Mai, in ogni caso, di sesso. Ero IO che mi vergognavo, non pensavo che la colpa fosse sua.

Quando ho scoperto come nascevano i bambini (avevo circa 12-13 anni) non ho osato dirlo a mia mamma. Avevo una confidente (mezza confidente, a dire la verità): era una signora anziana che avrebbe potuto essere mia nonna. Era gentile e affettuosa con me. Ci ho mandato lei, a dirglielo. Anche qui, mi vergognavo di questa scoperta. Nemmeno che la colpa di come nascevano i bambini fosse mia.

 

La confidenza l’ho cercata, con mia mamma. Per esempio, ricordo di averci pensato su per giorni e giorni e poi, teen ager, ho trovato il coraggio di dire “Mamma, ti devo dire una cosa” lei non ha alzato gli occhi dal suo lavoro di cucito e mi ha detto “Dimmi”. Non era incoraggiante, ma ho proseguito “Mi piace l’Ennio” (trattavasi di un ragazzo sedicenne che abitava di fronte a me e con cui nemmeno ci si salutava). La sua risposta fu, burbera “Non hai altro a cui pensare?” e la parola sottintesa successiva era “Vergognati”. Sono arrossita fino al mignolo del piede, praticamente ero viola. Mai più detto niente, da allora. Si usava così, credo. Immagino che più o meno le mamme fossero uguali alla mia: non si incoraggiano le cottarelle innocue. Chissà che cosa può succedere e che cosa può dire “la gente”.

Mamma mia, quanto ho odiato “la gente”. Era sempre in ballo, ‘sta gente. Ogni volta che ne combinavo una, ogni volta che sbagliavo eccola lì, la gente. “Ma ci pensi o no alla gente? Cosa dirà?”. Amo questi tempi, in cui ci si fa un baffo di quel che dice la gente. A me ha condizionato la vita.  Non ci crederete, ma quando ero bambina e ragazza, tutti avevano timore dell’opinione altrui. Una roba brutta, davvero.

In realtà non è che non combinavi nulla per paura della gente. Lo facevi di nascosto, semplicemente.

A me non importava un fico secco di quel che dicevano gli altri. Mi importava però molto dei miei, quindi tornavamo al punto di partenza, perché loro tenevano conto, eccome, della gente.

 

Ho sofferto molto di questa mancanza di confidenza. E per il famoso motto che era diventato mio (“Mio figlio lo tirerò su diversamente”) ho cercato di essere sicuramente molto mamma, ma anche un po’ amica di mia figlia.  Spero di esserci riuscita, bisognerebbe chiederlo a lei.

 

Quel che so è che se c’era un problema, lei sapeva che poteva parlarmene. E anche se dice che sono stata severa, ha rivisto molte cose, ora che è mamma.

Anche mio nipote Leonardo ha una mamma che  è prima di tutto mamma. Ma sa che qualsiasi cosa, perfino la più terribile delle marachelle, può raccontarla senza timori. Sa che ci sarà una punizione, ma sa anche che c’è il perdono.

 

Ecco, forse è questa la cosa che a me è mancata: la certezza del perdono.

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Maschi e femmine

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on 01 Mar
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Quest’anno a Carnevale Leonardo ha scelto di vestirsi da dinosauro. In effetti, io e sua madre ci avevamo scommesso e abbiamo vinto. 

All’asilo han chiesto un costume fatto in casa, per cui la mamma, con la solita fantasia, si è inventata un costume fai-da-te che è davvero riuscito bene. E lui era contento, anche perché tutti gli han detto che era proprio bello. Contento fino a quando non ha visto Chiara, vestita da principessa.

 

E’ tornato a casa e ha raccontato la sua giornata all’asilo. Così abbiamo scoperto qualcosa…

 

“Mamma, quando torna CANNEVALE voglio vestirmi da PINCIPESSA!” ha detto, sicurissimo di sé. Io e la mamma ci siam guardate, ridendo sotto i baffi. “Amore, veramente sono le femmine che si vestono da principesse!” ha detto la mamma. “Io voglio vestirmi da PINCIPESSA!” ha insistito lui, pestando un piedino. “Ma le principesse hanno la gonna” ribatte mia figlia “Allora voglio la gonna” ha deciso lui. Poi gli abbiam detto che esistono anche i principi (maschi) e allora ha optato per il compromesso.

 

Il prossimo anno cambierà sicuramente idea. Anzi, due giorni dopo parlava già di Spiderman.

 

Al di là del fatto di volere essere uguale alla “fidanzatina” dell’asilo, a tre anni non ci si fanno problemi di sesso. L’anno scorso ha giocato per ore con pentoline e piattini. Ci serviva dei succulenti pasti a base di sabbia e di foglie e si divertiva un mondo. Sono giochi da femmina? Ma chi l’ha detto? Mi fanno morir dal ridere quei papà che, preoccupati inutilmente della futura sessualità dei loro piccoli, vietano di giocare a certi giochi perché “da femmina”.

 

Preoccupati per cosa, poi? Un foruncoletto treenne può scegliere o no, con cosa giocare? O vogliamo farci i fatti suoi già ora?

 

Certo, ammetto che il vestito da carnevale da principessa era un filino esagerato per un maschietto.

 

In fondo è vero che per istinto le bambine preferiscono giochi tranquilli, rispetto ai maschi. O meglio, si scatenano in modo diverso. Al parco corrono quanto i maschietti, ma litigano pure loro: e piuttosto di usare i pugni si graffiano e si tirano i capelli, ma sempre lotta è.

 

Diventano vanitose prima dei loro coetanei, forse. Ma se fate un complimento a un maschietto per il suo abbigliamento, gongola pure lui, che credete?

 

 

Insomma, noi donne abbiamo voluto con tutte le nostre forze la parità. Abbiamo urlato (soprattutto le donne della mia generazione) che siamo UGUALI agli uomini. Pilotiamo gli elicotteri e andiamo sulla luna, giusto? Ma parliamo anche degli uomini: alla fine ha fatto comodo pure a loro la rivoluzione. Conosco maschietti che san lavorare ai ferri meglio di me (ci vuol poco, lo so!) o che ricamano perché “li rilassa”.

 

Ma se parità vuoi dire “uguale”,  allora dobbiamo far scegliere ai bambini con cosa preferiscono giocare, a mio parere, senza preconcetti.

 

 

PS. – A me piacevano un sacco i trenini. Morire se me ne hanno mai regalato uno!

 

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Istinto materno

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on 28 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

La piccola è uscita dall’ospedale, per fortuna. Ha una cura da fare, ma sta riprendendosi e, soprattutto, è a casa.

 

Il ricovero di Isabel mi ha fatto tornare alla mente che razza di mamma apprensiva sono stata.

 

Quando nasce tuo figlio, nasce anche l’istinto materno. Tu e solo tu mamma sei responsabile di quel piccolo essere che hai dato alla luce. Tu e solo tu lo capisci: sai d’istinto quando ha fame, quando ha sonno o quando non sta bene.

 

Ma proprio questa enorme responsabilità a volte ti destabilizza. Io ricordo benissimo che andavo in panico quando mia figlia aveva la febbre. Il famoso tocco di labbra sulla fronte e sapevo che la temperatura non era normale. Vedo mia figlia oggi: qualche linea di febbre dei suoi bambini non la spaventa. Aspetta, prima di chiamare il pediatra, giustamente direi.

 

Io invece farei un monumento al pediatra di mia figlia. Mai visto un medico così paziente, così scrupoloso, così attento a spiegare bene l’evolversi della malattia. Un uomo davvero straordinario, la cui sala d’attesa era sempre pienissima, ma che spesso veniva anche a casa per una visita a domicilio, se era il caso. Non aveva mai fretta, trovava sempre il tempo di parlare e di rassicurare.

 

Ora le visite a domicilio non si usano più. Chiami il pediatra e spieghi che tuo figlio ha la temperatura a quaranta e lui ti dice “Me lo porti in studio”. Ma come me lo porti, ma sei sicuro? Ha quaranta di febbre, porca miseria. Ah, niente da fare, non lo commuovi. Devi andare tu, non c’è verso. E se ti capita di avere un bimbo malato il sabato o la domenica, puoi solo sperare che non sia niente di grave, perché la guardia medica (almeno, nella nostra zona) è ben peggio. A mia figlia è capitato di portare uno dei piccoli,  di domenica, alla guardia medica e mi ha raccontato che l’hanno trattata malissimo, che non hanno nemmeno capito che era una malattia infettiva e che la persona di turno è stato a dir poco maleducata. Santo cielo, è il tuo mestiere, sei di turno. Ti pagano perfino per star lì, e sei scocciato se ti capita di dover visitare un piccolo paziente? Grazie eh, signore della guardia medica, siamo assolutamente rincuorati dalla sua presenza. Ma vai a raccogliere rane in un pagliaio, per favore!

 

Queste cose mi mandano su tutte le furie, giuro.

 

In ogni caso io ero impanicata e quindi il mio istinto materno mi diceva che era meglio chiamare il pediatra. L’ottimo dottor F. (che ha incontrato mia figlia al mercato e l’ha riconosciuta, nonostante siano passati trent’anni!) credo si sia costruito una villa al mare, con le parcelle. Ma non perché fosse caro, era la frequenza con cui lo chiamavo o   andavo nel suo studio. Però mi fidavo solo di lui tanto da averci portato mia figlia perfino  da adolescente. Aveva un problema, ed erano anni che ovviamente non andavamo più dal pediatra. Eppure, visto che non se ne usciva, l’ho portata da lui e abbiamo risolto.

 

Il rapporto con chi cura i nostri bambini è, in ogni caso, importante. Bisogna fidarsi di lui pienamente. E se sbaglia – perché la medicina non è una scienza infallibile – la cosa importante è che lo riconosca e trovi un rimedio, no?

 

Quando ero piccola io si andava tutti dal medico di famiglia. Il nostro era un omone burbero che urlava sempre. Detto così sembra il mostro di cui avere paura.

 

Invece era solo il suo modo di fare. Se avevi una sciocchezza, ti spingeva fuori e borbottava, in milanese “Fila, fila! Gu minga temp de perd, mi!” (non ho mica tempo da perdere, io). Ma se riteneva seri i sintomi, aggrottava la fronte e proclamava “Adess ti te ve’ a fa’ i esam, e de cursa!” (Adesso tu vai a fare gli esami, e di corsa.). Era un buon medico, davvero. Si prendeva le sue responsabilità, nelle diagnosi, valutava, soppesava, calcolava: non ti mandava immediatamente a fare gli esami o da uno specialista, come si usa fare oggi.

 

Certo, in ogni professione c’è chi fa il suo mestiere scrupolosamente, e chi no. Ma fare il medico dovrebbe anche essere una missione. Bisogna esserci portati.

Se non hai voglia, non ti obbliga nessuno a prendere questa strada. Fai il pasticcere, che è meglio, a mio parere. Oppure prenditi cura della terra, che è un mestiere ben nobile.

 

Con questo non voglio dire che i medici di una volta erano bravi e quelli di oggi no. Tutt’altro. Ci sono medici appena laureati che sono scrupolosi, pazienti e competenti. E’ solo questione di vocazione. Bisogna averla.

 

In ogni caso, quel che conta con i bambini è davvero l’istinto materno. Come la mamma non c’è proprio nessuno.

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Quel lettino vuoto

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on 24 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

E’ successo così all’improvviso, un susseguirsi di avvenimenti che non ti lasciano il tempo di riflettere. E la mia piccola Isabel, che non stava bene da qualche giorno è stata ricoverata all’ospedale.

 

L’ospedale è un luogo in cui nessuno di noi vorrebbe mai andare, figurarsi se è una creatura di sei mesi il degente. Lo so, a volte è la soluzione migliore, ma è pur sempre un trauma.

 

La trafila è stata lunga, come sempre accade quando si entra in un pronto soccorso. Per fortuna, abitando a Milano, abbiamo, nella nostra zona un buon ospedale per i piccoli, il Macedonio Melloni.

 

Ho assistito alla tortura degli esami del sangue attraverso il racconto di mia figlia: purtroppo non è facile fare un prelievo a una bimba così piccina, quindi c’è stato più di un tentativo, e ora le braccine, entrambe, hanno più di un buco. Ma c’è di peggio, in questi casi: l’angoscia di non sapere che cos’ha, l’attesa di un responso.

 

Ed è in questi casi che ringrazio Dio. Per nostra fortuna qualcuno ha inventato l’antibiotico, per fortuna ci sono persone preparate che sanno cosa fare. Cento anni fa per una banale infezione si moriva.

 

E allora grazie alla pediatra, che magari usa toni e modi un po’ bruschi, a volte. Ma sa il suo mestiere e non prescrive a caso un antibiotico per la febbre, ma ragionevolmente, escludendo patologie ricorrenti, chiede esami di laboratorio. Grazie anche agli infermieri e ai medici, pazienti e sorridenti, perché sanno che un sorriso aiuta il piccolo a non avere timori.

 

Isabel ha una banale infezione alle vie urinarie, per fortuna. Dico banale perché quando sei immerso nella realtà  di un ospedale pediatrico, ci sono altre e più brutte storie della tua. E anche qui ringrazi Dio.

Intanto, in ospedale, la piccolina conquista tutti con i suoi splendidi sorrisi. Sorride sempre, a tutti. E' irresistibile, quel fagottino sgambettante.

Noi nonni siamo rimasti a casa con Leonardo, che era a casa dall’asilo per il carnevale. Gli era stato spiegato che Isabel non stava bene e doveva fare gli esami del sangue. Così si aspettava un’assenza di poche ore e il ritorno di mamma e della piccola.

 

Ma poi gli abbiamo spiegato, con dolcezza e con le parole giuste, che la sua sorellina l’avrebbero curata meglio in ospedale, e che o mamma o papà dovevano rimanere con lei. Ha fatto cenno di sì, chissà quanto ha capito. Ma ogni tanto, a casa, diceva “Ora mi nascondo così faccio uno SCHERSO alla mamma”. Poi è arrivata la mamma, nel pomeriggio, ed è stata festa. Una visita veloce, per radunare il bagaglio per il ricovero. E per spiegare ancora una volta che mamma tornava domani e che sarebbe arrivato papà, la sera.

 

Con il piccolo noi nonni ci siamo mostrati sereni e sorridenti, abbiamo giocato a nascondino, siamo andati al parco e ha pure mangiato il gelato.

 

Siamo tornati a casa che era quasi buio, ad aspettare il suo papà. Ed ad ogni rumore che sentiva, Leo interrompeva il gioco per chiamare “Papa? Io ho sentito un rumore, è papà?”. Con noi sta bene, è sereno, ma… papà è casa, è famiglia. E quello noi nonni non possiamo darlo, è il nostro limite.

 

Poi finalmente è arrivato e anche lì è stata gioia. Gli ha mostrato l’animaletto nuovo che gli avevamo portato, ha raccontato tutte le novità, era felice. Non ha chiesto della mamma, forse davvero ha capito, chi lo sa.

 

Ci vuole così poco a turbare un equilibrio precario. Non ci si rende conto, a volte, di quanto importante sia la salute, soprattutto dei più piccoli. E impariamo ad avere più pazienza, quando sono capricciosi, quando fanno disperare.

 

Ma, lo ripeto, siamo fortunati. Ci sono gli esami, le cure, e l’ospedale. E Isabel ha solo un’infezione, curabile.

 

Siamo adulti, sappiamo ragionare, siamo rincuorati dalla diagnosi. Passerà, certo, ma che angoscia entrare nella stanza e guardare quel lettino vuoto…

 

Torna presto a casa, piccola mia.

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San Valentino... dei piccoli

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on 14 Feb
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L’amore non ha davvero età… Nel senso che comincia quando meno te lo aspetti.

 

E’ lì, questo “amore”, magari non sai nemmeno che c’è, soprattutto se hai tre anni. Insomma, per farla breve, mio nipote Leonardo ha due fidanzate. Sì sì, due, di cui una “preferita”.

 

E’ stato durante una telefonata tra mamme che mia figlia ha scoperto che quel rubacuori prematuro bacia una certa Chiara, all’asilo. La mamma della bimba ha infatti riferito che il nostro eroe bacia “sulla bocca” sua figlia. Cominciamo prestino. E poi mia figlia un filo gelosa lo è. Quel trabiccolo d’un bimbo meraviglioso è suo e solo suo, dice.

 

E’ stato per caso che è venuto fuori il discorso con noi nonni. Stavamo giocando, raccontava la sua giornata alla scuola materna e si parlava di amici. Mentre fa un elenco (breve) dei suoi amici (ha più amici animali che umani devo dire), salta fuori “E poi la Chiara, che è la più bella di tutti!” dice convinto.

“E’ la tua fidanzata?” chiediamo con nonchalance. “Sì” risponde serio “Ma è anche mia amica!”. Cucciolo, hai trovato il compromesso ideale: amore e amicizia!

 

Ieri è andato a una festa di compleanno tra compagni d’asilo. Entra, si guarda intorno, torna dalla mamma e dice con gli occhi a forma di stellina “Mammaaaaa… c’è anche la Chiaraaa!” e felice come una pasqua la prende per mano “Vedi mamma? Do’ la manina alla Chiara”. Bellissimi, sorridenti, teneri da morire, sembravano quasi innamorati.


Bisogna dire che lei ricambia adeguatamente. Il mattino lo aspetta sulla porta della sua classe. Quando lo vede, con tono da consumata civetta, cinguetta “Leooooo… ciaoooooo”. Già ha imparato l’arte della seduzione. Lui non si fa pipì addosso per la commozione perché è “GANDE”, come dice lui, ma si scioglie tutto.

 

Eh… l’amore. Mi torna alla mente un episodio di quando mia figlia aveva la stessa età.

 

Non ricordo come scoprì che di lì a poco si sarebbe festeggiato San Valentino. Ricordo benissimo che faceva milioni di domande sempre e ovunque, quindi probabilmente aveva scoperto questa ricorrenza. Mi chiese “Che festa è San Valentino?” “La festa degli innamorati, di chi si vuol bene, tesoro” fu l’ovvia risposta. “Io voglio tanto bene a Gianluca” ribatté guardandomi, sicura di sé.

 

Tre anni, primo anno di asilo, e primo amore. L’oggetto del desiderio, Gianluca, era effettivamente un gran bel bambino. Biondo, frangione sugli occhi, tranquillo, giocava spesso solo. L’avevo notato perché a differenza degli altri piccoli sembrava che degnasse la scuola materna della sua presenza. Insomma, un bimbetto aristocratico con un po’ di puzza sotto il naso. Quando ho individuato la madre ho capito perché: sembrava la principessa sul pisello. Nessuna confidenza con le altre mamme, sempre inappuntabile, così come il figlio: all’asilo veniva sempre vestito da piccolo principe.

 

Ma all’amore non si comanda e mia figlia aveva scelto proprio lui. Il giorno prima di San Valentino, uscendo dall’asilo mi guarda preoccupata “Domani devo portare un regalo a Gianluca, mamma!”. Era quasi in angoscia. In anni e anni di San Valentino non l’ho mai più vista così preoccupata per il regalo della ricorrenza.

 

“Certo, tesoro, ora andiamo a casa e ne scegliamo uno” lei mi guarda corrucciata e mi fa “Ma non si compra?”. Eh no, piccola mia, non cominci a tre anni a ingrossare il business di San Valentino! “Tu vuoi fargli un regalo speciale, vero?” lei annuisce convintissima “I regali più speciali sono quelli che vengono dal cuore, tesoro. Se scegli tra i tuoi giochi qualcosa, quello sarà davvero un regalo molto, molto speciale!”.

La ricerca del regalo speciale durò un’infinità. Scartò  bambole (“E’ un maschio, mamma, non gli piacciono mica” fu l’arguta argomentazione)  figurine, pentoline, e quant’altro di femminile era in suo possesso. Poi trovò la cosa giusta “Un giornalino, mamma! Dici che gli piacerà?” e mi guarda speranzosa “Certo! E’ proprio il regalo giusto!” rispondo. Facciamo il pacchetto (il fiocco è di rigore!) e aspettiamo l’indomani.

 

Faticò ad addormentarsi, quella sera. Più del solito intendo: era davvero preoccupata. L’ultima frase prima di dormire fu l’ennesimo “Ma gli piacerà, mamma?”.

 

Il giorno dopo arriviamo all’asilo e Gianluca è già lì, molto probabilmente ignaro di che razza di giorno importante fosse per la sua compagna di classe.

 

Mia figlia si allontana da me titubante e io rimango sulla porta a guardarla. Stringe tra le mani il giornalino scelto con tanto amore. Si avvicina al biondino, allunga la mano e dice, con una dolcezza infinita “Un regalino per te!”.

 

Se è vero che già da piccoli gli uomini a volte sono insensibili, quella è stata l’occasione giusta per dimostrarlo. Lui prende il pacchetto confezionato con tanto amore, straccia la carta, guarda il contenuto e sentenzia “Questo ce l’ho già”, con lancio trasversale verso la parete dell’aula e la mia bimba che lo guarda a bocca aperta.

 

In un attimo tutti i sogni di mia figlia si sono infranti, tanta è stata la delusione. Lui non ha detto grazie, non l’ha degnata di uno sguardo e ha ripreso a fare quel che faceva prima di quella fastidiosa interruzione.

 

Lei non era un tipetto facile già da allora. Piuttosto di piangere come mi aspettavo, raccatta il giornalino e viene a portarmelo “Che cattivo mamma! Non se lo merita mica sai?”. Nella sua saggezza di bimba di tre anni non la sfiorò nemmeno l’idea che non gli fosse piaciuto il regalo. Era LUI che era stato insensibile (= cattivo).

 

Per qualche anno le bastò l’esperienza: non fece altri regali per San Valentino. E non parlò di fidanzati o di preferenze.

 

Poi ovviamente è cresciuta e la tiritera è ricominciata. Ma questa è un’altra storia.

 

 

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Quattro generazioni

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on 07 Feb
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Ripensavo poco fa alla mia infanzia e ai privilegi che noi tutte persone che hanno superato i cinquanta, abbiamo oggi, in confronto a ciò che avevamo. E a cosa hanno i ragazzini e gli adulti di oggi.

Io sono nata negli anni 50, in una famiglia modesta dove lavorava solo papà che faceva il muratore. Ricordo gli inverni in cui era in cassa integrazione, perché faceva troppo freddo per lavorare fuori. Partecipavo, come tutti i bambini di allora, anche alle questioni finanziarie della famiglia. Niente lavoro, niente soldi, non c’era bisogno che me lo spiegassero. Mi sembravano normali tante cose: non avere tutto quello che chiedevo  (a volte sapevo che era inutile chiedere) aiutare in casa, andare alla “Standa” a piedi con la mia amica, a circa tre chilometri da casa. Avere i vestiti e le scarpe“della festa”, che rigorosamente si mettevano solo la domenica. E gli odiati calzettoni, che mostravano le ginocchia viola dal freddo (non si usavano ancora i pantaloni). A partire dai 7-8 anni dovevo smettere di giocare perché mamma, che faceva la sarta in casa, mi faceva tagliare le verdure per il minestrone o mi diceva passo passo cosa fare per preparare il sugo per la pasta. E’ così che ho imparato a cucinare. E mi sembrava normale aiutare, anche se sbuffavo, ovviamente.

Avevo un mezzo desiderio: avere il bagno in casa e non nel ballatoio. Dico mezzo perché se l’avessi avuto in casa non avrei potuto andare a fumare di nascosto in quello fuori. Il televisore l’abbiamo comprato con  il mio primo stipendio perché, diceva mio padre “si compra solo quando si hanno i soldi”, niente rate.

Quando mi sono sposata ho fatto il primo bagno in una vasca. Avevamo un appartamentino piccolo in affitto e nostra figlia dormiva in camera con noi.

Anni dopo ci siamo potuti permettere una casa nostra, dove mia figlia aveva una cameretta tutta sua. E mi sembrava di avere fatto una conquista.

Quando mia figlia ha avuto il primogenito aveva già una  piccolissima cameretta  per lui, ma quando si è accorta di essere di nuovo incinta ha cercato una casa più grande.

Quarant’anni fa lavorare bisognava e il lavoro c’era. Ma era dura: pochi diritti, si ingoiava tanto, gli stipendi erano miseri, ma anche le pretese erano poche. Un televisore, la lavatrice. Nel condominio dove abitavo da piccola siamo stati gli ultimi ad avere entrambe le cose.

L’altro giorno mio padre (92 anni suonati) mi raccontava che lui per andare a scuola doveva farsi cinque chilometri a piedi, con qualsiasi tempo. Succedesse ora la notizia sarebbe su tutti i Tg, sono sicura. Dormiva in uno stanzone che d'inverno era freddo (c'era la stufa in cucina, mica i caloriferi) insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle. I dolci – mi diceva – si mangiavano solo a Natale. Beh, devo dire che quando ero piccola amavo il Natale proprio perché era una delle rare occasioni in cui c’erano i dolci. Mia figlia, pur avendo a disposizione quel che voleva, non è mai stata golosa di dolci. E nemmeno mio nipote, devo dire, fatta eccezione per le caramelle.

 

Direte che i tempi sono cambiati. Ah, lo so. Ma siamo cambiati soprattutto noi. Non ci viene nemmeno in mente di portare i bambini a scuola a piedi, ma lottiamo come delle furie per iscrivere in palestra gli stessi ragazzini per “fargli fare un po’ di moto”. I nostri figli (e nipoti) si annoiano: manco per sbaglio ci viene in mente di farci aiutare nelle piccole faccende di casa. Eppure imparerebbero ad essere indipendenti, ci darebbero una mano e a loro non   dispiacerebbe affatto, vi assicuro. Provateci: fatevi aiutare a stendere il bucato, a preparare la tavola, a spolverare, a cucinare. Si divertiranno come matti e anche se le prime volte dovrete avere pazienza, in seguito  diventerà perfino un momento tutto vostro, perché aiutare la mamma fa sentire importanti.

L’entusiasmo per le cose nuove i bimbi ce l’hanno ancora, per fortuna.

E quindi, direte voi? Ah, ve lo spiego. Io ho ancora lo stupore, le nuove generazioni sono tutte sbuffi e noia. Mi diverte giocare (ho giocato poco nella mia vita), mi stupiscono i regali, sono golosa purtroppo, mi spiace buttare via i soldi (ne ho sempre avuti pochissimi) e mi entusiasmo per un abito nuovo magari comprato al mercato. E non capisco chi spende 500 euro per una borsa pur prendendo 1000 euro di stipendio (magari da precario), per poi lamentarsi che “non ce la si fa”, ma soprattutto perché “ce l’hanno tutti” ed è di moda.  Pane e cipolle ma l’ultimo modello di IPhone è la regola, non l’eccezione. Come ho detto tante volte, son scelte. Ognuno è libero di spendere come gli pare. Sapete quello che mi allibisce?  Che il tutto avviene  senza entusiasmi, senza urletti di gioia.

Chissà se borsa carissima e IPhone rendono felici, poi. E in quanto tempo vengono a noia, alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, dimenticando di godersi il presente.

 

Sarà che sto invecchiando, ma vorrei che i miei nipoti avessero entusiasmo e stupore,   sempre, anche e soprattutto per le piccole cose. Glielo auguro di cuore.

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Abbasso la pappa!

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on 30 Gen
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Con il primogenito il problema non c’è stato. Lo svezzamento di Leonardo è avvenuto gradualmente e tranquillamente.   Ma non tutti i piccini sono uguali.

La mia seconda nipotina, Isabel,  è sempre stata una mangiona. Alla vista del biberon pieno di latte roteava gli occhi in segno di beatitudine e apriva la bocca. Dai 3 mesi lo riconosceva, il biberon. E dai quattro pure la bottiglietta da cui si versava il latte. Era comica, perché nonostante la fame, se vedeva l’adulto di turno armeggiare con il biberon e la bottiglietta mugugnava i suoi “Mhmmmmm” ma aspettava giusto il tempo del riscaldamento.

 

Dei primi approcci con il cucchiaino e la frutta ho già parlato. Il cucchiaino, strano aggeggio prendi-e-dai sembrava oramai qualcosa di accettato dalla piccola. Pareva quasi fatta: lo svezzamento aveva buone possibilità di essere un passaggio tranquillo. Ma non avevamo fatto i conti con la pappa VERA.

 

Ora ha sei mesi e - a detta della pediatra – o si colma la fame con litri di latte, oppure si passa alla pappa. Latte sì, magari con un biscottino, ma c’è l’universo pappa che attende.

 

Ad essere sinceri la prima pappa fa schifo. Crema di riso in brodo vegetale, rigorosamente senza sale e senza condimenti. Vi sfido a mangiarla, ma si comincia così.

 

Mia figlia la propone alla piccola qualche giorno fa, dopo averla sistemata sul seggiolone che lei odia cordialmente.. La piccola apre la bocca, probabilmente associando il cucchiaio alla frutta, ma si ritrova un intruglio sconosciuto. S’è seccata tantissimo: ha fatto una faccia la cui espressione più gentile era “Che cavolo è questa roba, mamma?”e l’ha ributtata fuori immediatamente. La mamma insiste, è giusto. Alla seconda cucchiaiata parte lo spruzzo rapido. “Se ancora non l’hai capito, questa roba te la mangi tu. E passami pure il latte, grazie”. Beh, è il primo giorno. Ancora qualche tentativo poi si passa al biberon di latte perché gli strilli di protesta si sentivano dalla strada. Scatta la solita beatitudine, Isabel fa la faccina soddisfatta. Isabel uno, mamma zero. Ma i piccolissimi sono furbi come gatti. Se capiscono che al loro rifiuto della pappa scatta il bibe, sei fritta.

D’altra parte – anche leggendo quanto scrivono altre mamme disperate – non ci sono segreti per lo svezzamento.

Il secondo giorno si possono prendere per la fame, i piccoli. Si arriva all’ora della pappa anticipati da quattro/cinque ore di digiuno e si hanno buone possibilità che il piccino preso dai morsi della fame, ceda. Forse.

Si ricomincia la manfrina: cucchiaino con la pappa, restituito al mittente  - ovviamente pienissimo -con orrore. E via al concerto di strepiti. Si molla?

Ma nemmeno per idea, ripeto, i piccoli son furbissimi: infatti Isabel aspettava il biberon di latte. Allora la mamma travasa la pappa nel biberon e gliela propone. Furbissima.

Attenzione attenzione, la mamma tenta il recupero. Isabel uno, mamma…

Macché… non c’è stato verso. Sentito che non è latte, tragedia, perché non la freghi: nella gara “chi è più furbo” tenta il raddoppio la piccola. Insistendo parecchio, il risultato è tre cucchiaini scarsi, per metà spalmati sul bavaglino e striscioni con scritto “Ho fame!!” inascoltati. Urla da tenore, una piva lunga un chilometro. Per punizione non vi faccio neanche un sorriso, ecco.

Isabel due, mamma zero tondo.

Mia figlia mi chiama abbacchiata, suggerisco di darle anche da bere ma assaggia appena l’acqua. Non gliene può importare di meno. Nuovo tentativo con la pappa, ma successo quasi impercettibile: un altro paio di cucchiaini che tappezzano il seggiolone, la faccina contrita e il maglione della mamma.

Oramai è ufficiale: di pappa non se ne parla.

Il latte?  L’ha avuto sì, ma un’ora dopo. Ora in cui ha strillato per la fame ma non ha ceduto di un millimetro.  

 

La faccenda tende ad ingrossarsi, come diceva qualcuno. Urge uscire dal tunnel per salvaguardare la pace in famiglia. Si dimenticano tutte le marachelle di Leonardo e si sospira “Ah…! Lui sì che era bravo!”. Ma anche se fosse, difficile ricattare Isabel con questo argomento.

Basta, bisogna far qualcosa!

Consulto con la pediatra e decisione in comune con la mamma: si rimanda di una settimana lo

svezzamento, magari non è pronta. E poi bisogna far ripigliare i genitori dallo stress.

Una settimana di tregua armata, poi si ricomincerà.

E che Dio ce la mandi buona,  con buona pace dei vicini che – sono sicura – han preso nota che l’ora dello svezzamento non è delle più facili.

 

Mamme, papà, nonne e chi altro in ascolto,  avete suggerimenti? Oramai aspettiamo con orrore che passi questa settimana e che torni l’ora della pappa!

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