Ho pubblicato quaranta libri. Settimana prossima esce il quarantunesimo. Tanti. Forse anche troppi. Ma non ho mai scritto un libro per bambini. I miei figli, di cui per altro parlo spesso nei miei libri, mi chiedono spesso perché non abbia mai scritto un libro per loro. Per loro adesso, intendono, perché non sanno, e non possono sapere, che i miei libri sono tutti scritti per loro. Nel senso che sono il mio lavoro, e quindi servono a farci vivere, oggi, e nel senso che sono lì, nel mio archivio, da leggere quando saranno grandi. Ma un libro per bambini non l'ho mai scritto, in effetti. E non l'ho mai scritto perché, nonostante io scriva circondato da bambini, i miei, in casa, non credo di essere in grado di farlo. So come parlare con loro, ci mancherebbe altro. So, molto più di mia moglie, per dire, i nomi dei personaggi dei cartoon o dei telefilm che guardano. Conosco nomi e caratteristiche, in alcuni casi so anche le trame, ma so anche per questo, o forse proprio per questo, che non saprei mai scrivere qualcosa per loro. Sono troppo vecchio, credo. O più presumibilmente troppo strutturato. Mi manca la capacità di cogliere certi passaggi semplici, naturali. Ripenso ai tanti episodi visti con Lucia, ancora piccolina, dei Teletubbies, e mi rendo conto di come, per avere un'idea così, ci voglia tanta tanta esperienza. Anche genio, ci mancherebbe. Esperienza e genio che non ho. Posso raccontare la vita di una rockstar, un personaggio la cui vita è conosciuta da tutti i fan e renderla originale anche agli occhi di quegli stessi fan, è il mio lavoro, ma non saprei far muovere quattro pupazzi di pelouche lì, nello schermo o sulla pagina, a non far nulla per mezzora, se non abbracciarsi e cercare tante coccole. Non saprei raccontare di come Pimpa passi le giornate vivendo avventure ai miei occhi di adulto piuttosto banali. Ma so che è quello che i bambini cercano. Per questo, fortunatamente, ci sono autori molto più bravi di me, capaci di farlo. Sono quelli che i miei figli leggono. Tante coccole a tutti.
Sei forte papà!
Una nonna fortissima
I blog di Che Forte!
Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.
Diciamocela tutta: i nostri figli e i nostri nipoti sono creature meravigliose con qualche piccolo difetto, assolutamente trascurabile. La frase preferita di tutti coloro che hanno bimbi vivaci è “So’ bambini! Che vuoi farci…”.Il fatto è che contiamo sulla comprensione di chi ci sta intorno. E qualche volta non siamo del tutto onesti nei nostri giudizi.
Però voglio raccontarvi un episodio successo tanto tempo fa. Non l’ho mai dimenticato e la rabbia è la stessa di allora. Per intenderci è l’occasione in cui una mamma si trasforma in una tigre. E io ero una tigre rabbiosa.
Mia figlia era sicuramente una bambina vivace, lo ammetto. Non stava ferma un attimo, rispondeva per le rime, chiedeva spiegazioni, era curiosissima, dormiva pure poco ed era superattiva. Quando ha iniziato la scuola elementare sapeva già leggere e scrivere. Aveva imparato a suon di domande, non l’abbiamo mai forzata. Fatto sta che sapeva già leggere e scrivere.
La sua maestra era una signora all’ultimo ciclo, poi sarebbe andata in pensione. Una donna deliziosa, che ho sempre apprezzato per la sua intelligenza e per il suo metodo di insegnamento. Io avevo appena ricominciato a lavorare, dopo una pausa di tre anni, quindi avevo iscritto mia figlia al doposcuola (il tempo pieno è nato un paio d’anni dopo).
La maestra del pomeriggio non mi era simpatica. Un episodio soprattutto mi aveva scosso: un bambino si era arrampicato su una sedia e stava pericolosamente appollaiato alla finestra. Se n’è accorta una bidella che è entrata in classe e ha lanciato l’allarme. La maestra stava leggendo il giornale. Era la tipica insegnante che avrebbe voluto, nel doposcuola, bambini immobili ai loro banchi, cosa che non era ovviamente possibile. Non aveva una classe particolarmente vivace, solo una classe normale. Ma, nella normalità, la vivacità di mia figlia e di pochi altri, le sarà parsa eccessiva. Fatto sta che un giorno vado a prendere la bambina e questa “educatrice” mi apostrofa, davanti a mamme e bambini (compresa mia figlia) “Signora, sua figlia non è mica normale, la porti al C.I.M. (Centro Igiene Mentale) e di corsa”. Rimango allibita, umiliata, con mia figlia di sei anni che mi tira la giacca e chiede “Cos’è il Cim?”. Gli altri genitori, che conosco, fanno capannello intorno a me: conoscono la bambina, spesso ospite a casa loro per giocare con i loro figli, e chiaramente sanno che non è pazza. Pietrificata, non le rispondo ma vado dal preside e chiedo di essere ricevuta immediatamente. Lascio mia figlia in custodia ai genitori di una compagna.
Vi lascio immaginare l’incontro con il preside che dopo l’esposizione dei fatti abbassa la testa e mi dice “La prego di soprassedere, signora. Abbiamo avuto così tante lamentele su quell’insegnante che ne abbiamo chiesto il trasferimento al Provveditorato”. Esco e trovo tutti i genitori dei compagni di mia figlia ad aspettarmi, per sapere. Scopro che la nostra “educatrice” aveva strattonato un bambino perché non stava fermo, facendolo cadere (raccontato dal protagonista). E che una bambina si era fatta pipì addosso perché le era stato proibito di andare al bagno.
Fu trasferita la settimana successiva, sostituita da una insegnante giovane e gentile. Ma la tigre era ancora latente. Un paio di giorni dopo vado a prendere mia figlia, affronto il mostro e davanti ai soliti genitori ruggisco (piano) “Vuole gentilmente spiegare a mia figlia cos’è il C.I.M.?”. Non ho mai tolto gli occhi dai suoi, mentre parlavo. E’ stata questa la mia vendetta, averla affrontata davanti a tutti. Il mostro abbassa la testa, il viso in fiamme e replica “Niente”. “Eh no, cara signora – replico – una spiegazione è necessaria”. Non volevo umiliarla (come aveva fatto lei) davanti a tutti, bambini compresi. Ma ero intenzionata ad avere una risposta. “Il CIM è… è… un parco giochi!” balbetta e scappa via.
Al che mia figlia mi guarda e dice “E perché te la sei presa tanto, mamma? Voleva mandarmi solo al parco!”. La verità l’ha saputa anni dopo.
Eravamo ancora in un’epoca in cui denunciare un insegnante non si usava. Ma io spero ardentemente che quella “signora” abbia cambiato mestiere.
A volte mi chiedo cosa sia l’educazione. E che tipo di educazione ho avuto io e di conseguenza ho dato a mia figlia.
Senza dubbio io sono stata educata severamente. Molto severamente. Confesso che avevo una fifa blu dei miei, di quello che pensavano. Non avevo voce in capitolo in casa. Mica si poteva rispondere a un padre o a una madre! Se i tuoi ti facevano un rimbrotto te lo tenevi e zitta e mosca. Quando mio padre si pronunciava (era l’ultimo appello) erano sicuramente guai in vista. Mia mamma era leggermente più malleabile, come ci si aspetta da una madre. Ma mica poi tanto. E la punizione era una cosa super-certa. Migliaia di cose fatte bene erano cancellate da UN errore.
Non ho mai sentito i miei dire “brava”. La loro opinione era che per tirar su bene i figli non bisogna far loro complimenti. Niente di più sbagliato, secondo me. La bilancia pendeva sempre e solo dalla parte del “male”.
Non so esattamente da cosa nascesse questo timore nei riguardi dei miei, non l’ho mai capito. Sì, mi son presa qualche bello scapaccione, ma non avevo certo paura delle botte, non eravamo a questi livelli. Urla? Sì, mio papà alzava la voce, ma la alzava pure mia mamma e i risultati non erano gli stessi.
Sapevo (da quando ho memoria) cos’era giusto e cos’era sbagliato, cosa chiedere e cosa no, d’istinto, come tutti i miei coetanei a quei tempi. A me bastavano due sopracciglia corrugate e già avevo i sudori freddi.
Quindi cercavo di rigare dritto. Avevo sì timore dei miei, ma anche rispetto. Ubbidivo (abbastanza), avevo rispetto anche per i miei insegnanti e per gli adulti in genere. Oddio, credevo a quel che dicevano, il loro parere era quasi “legge”.
Era educazione? Educazione basata sulla paura? Non so rispondere.
So di sicuro che di contro non avevo confidenza con i miei genitori. Se avevo un dubbio o un problema, me lo tenevo per me. E di questo ne ho sempre sofferto.
Ci sono problemi, che da bambini e ancor più da adolescenti, non si possono risolvere da soli.
Per esempio sono stata molestata da un maniaco esibizionista: ero in prima media e lui si appostava vicino alla scuola. Eppure me ne son guardata bene dal dirlo a chiunque, perché di certi argomenti non si parlava. Mai, in ogni caso, di sesso. Ero IO che mi vergognavo, non pensavo che la colpa fosse sua.
Quando ho scoperto come nascevano i bambini (avevo circa 12-13 anni) non ho osato dirlo a mia mamma. Avevo una confidente (mezza confidente, a dire la verità): era una signora anziana che avrebbe potuto essere mia nonna. Era gentile e affettuosa con me. Ci ho mandato lei, a dirglielo. Anche qui, mi vergognavo di questa scoperta. Nemmeno che la colpa di come nascevano i bambini fosse mia.
La confidenza l’ho cercata, con mia mamma. Per esempio, ricordo di averci pensato su per giorni e giorni e poi, teen ager, ho trovato il coraggio di dire “Mamma, ti devo dire una cosa” lei non ha alzato gli occhi dal suo lavoro di cucito e mi ha detto “Dimmi”. Non era incoraggiante, ma ho proseguito “Mi piace l’Ennio” (trattavasi di un ragazzo sedicenne che abitava di fronte a me e con cui nemmeno ci si salutava). La sua risposta fu, burbera “Non hai altro a cui pensare?” e la parola sottintesa successiva era “Vergognati”. Sono arrossita fino al mignolo del piede, praticamente ero viola. Mai più detto niente, da allora. Si usava così, credo. Immagino che più o meno le mamme fossero uguali alla mia: non si incoraggiano le cottarelle innocue. Chissà che cosa può succedere e che cosa può dire “la gente”.
Mamma mia, quanto ho odiato “la gente”. Era sempre in ballo, ‘sta gente. Ogni volta che ne combinavo una, ogni volta che sbagliavo eccola lì, la gente. “Ma ci pensi o no alla gente? Cosa dirà?”. Amo questi tempi, in cui ci si fa un baffo di quel che dice la gente. A me ha condizionato la vita. Non ci crederete, ma quando ero bambina e ragazza, tutti avevano timore dell’opinione altrui. Una roba brutta, davvero.
In realtà non è che non combinavi nulla per paura della gente. Lo facevi di nascosto, semplicemente.
A me non importava un fico secco di quel che dicevano gli altri. Mi importava però molto dei miei, quindi tornavamo al punto di partenza, perché loro tenevano conto, eccome, della gente.
Ho sofferto molto di questa mancanza di confidenza. E per il famoso motto che era diventato mio (“Mio figlio lo tirerò su diversamente”) ho cercato di essere sicuramente molto mamma, ma anche un po’ amica di mia figlia. Spero di esserci riuscita, bisognerebbe chiederlo a lei.
Quel che so è che se c’era un problema, lei sapeva che poteva parlarmene. E anche se dice che sono stata severa, ha rivisto molte cose, ora che è mamma.
Anche mio nipote Leonardo ha una mamma che è prima di tutto mamma. Ma sa che qualsiasi cosa, perfino la più terribile delle marachelle, può raccontarla senza timori. Sa che ci sarà una punizione, ma sa anche che c’è il perdono.
Ecco, forse è questa la cosa che a me è mancata: la certezza del perdono.
La piccola è uscita dall’ospedale, per fortuna. Ha una cura da fare, ma sta riprendendosi e, soprattutto, è a casa.
Il ricovero di Isabel mi ha fatto tornare alla mente che razza di mamma apprensiva sono stata.
Quando nasce tuo figlio, nasce anche l’istinto materno. Tu e solo tu mamma sei responsabile di quel piccolo essere che hai dato alla luce. Tu e solo tu lo capisci: sai d’istinto quando ha fame, quando ha sonno o quando non sta bene.
Ma proprio questa enorme responsabilità a volte ti destabilizza. Io ricordo benissimo che andavo in panico quando mia figlia aveva la febbre. Il famoso tocco di labbra sulla fronte e sapevo che la temperatura non era normale. Vedo mia figlia oggi: qualche linea di febbre dei suoi bambini non la spaventa. Aspetta, prima di chiamare il pediatra, giustamente direi.
Io invece farei un monumento al pediatra di mia figlia. Mai visto un medico così paziente, così scrupoloso, così attento a spiegare bene l’evolversi della malattia. Un uomo davvero straordinario, la cui sala d’attesa era sempre pienissima, ma che spesso veniva anche a casa per una visita a domicilio, se era il caso. Non aveva mai fretta, trovava sempre il tempo di parlare e di rassicurare.
Ora le visite a domicilio non si usano più. Chiami il pediatra e spieghi che tuo figlio ha la temperatura a quaranta e lui ti dice “Me lo porti in studio”. Ma come me lo porti, ma sei sicuro? Ha quaranta di febbre, porca miseria. Ah, niente da fare, non lo commuovi. Devi andare tu, non c’è verso. E se ti capita di avere un bimbo malato il sabato o la domenica, puoi solo sperare che non sia niente di grave, perché la guardia medica (almeno, nella nostra zona) è ben peggio. A mia figlia è capitato di portare uno dei piccoli, di domenica, alla guardia medica e mi ha raccontato che l’hanno trattata malissimo, che non hanno nemmeno capito che era una malattia infettiva e che la persona di turno è stato a dir poco maleducata. Santo cielo, è il tuo mestiere, sei di turno. Ti pagano perfino per star lì, e sei scocciato se ti capita di dover visitare un piccolo paziente? Grazie eh, signore della guardia medica, siamo assolutamente rincuorati dalla sua presenza. Ma vai a raccogliere rane in un pagliaio, per favore!
Queste cose mi mandano su tutte le furie, giuro.
In ogni caso io ero impanicata e quindi il mio istinto materno mi diceva che era meglio chiamare il pediatra. L’ottimo dottor F. (che ha incontrato mia figlia al mercato e l’ha riconosciuta, nonostante siano passati trent’anni!) credo si sia costruito una villa al mare, con le parcelle. Ma non perché fosse caro, era la frequenza con cui lo chiamavo o andavo nel suo studio. Però mi fidavo solo di lui tanto da averci portato mia figlia perfino da adolescente. Aveva un problema, ed erano anni che ovviamente non andavamo più dal pediatra. Eppure, visto che non se ne usciva, l’ho portata da lui e abbiamo risolto.
Il rapporto con chi cura i nostri bambini è, in ogni caso, importante. Bisogna fidarsi di lui pienamente. E se sbaglia – perché la medicina non è una scienza infallibile – la cosa importante è che lo riconosca e trovi un rimedio, no?
Quando ero piccola io si andava tutti dal medico di famiglia. Il nostro era un omone burbero che urlava sempre. Detto così sembra il mostro di cui avere paura.
Invece era solo il suo modo di fare. Se avevi una sciocchezza, ti spingeva fuori e borbottava, in milanese “Fila, fila! Gu minga temp de perd, mi!” (non ho mica tempo da perdere, io). Ma se riteneva seri i sintomi, aggrottava la fronte e proclamava “Adess ti te ve’ a fa’ i esam, e de cursa!” (Adesso tu vai a fare gli esami, e di corsa.). Era un buon medico, davvero. Si prendeva le sue responsabilità, nelle diagnosi, valutava, soppesava, calcolava: non ti mandava immediatamente a fare gli esami o da uno specialista, come si usa fare oggi.
Certo, in ogni professione c’è chi fa il suo mestiere scrupolosamente, e chi no. Ma fare il medico dovrebbe anche essere una missione. Bisogna esserci portati.
Se non hai voglia, non ti obbliga nessuno a prendere questa strada. Fai il pasticcere, che è meglio, a mio parere. Oppure prenditi cura della terra, che è un mestiere ben nobile.
Con questo non voglio dire che i medici di una volta erano bravi e quelli di oggi no. Tutt’altro. Ci sono medici appena laureati che sono scrupolosi, pazienti e competenti. E’ solo questione di vocazione. Bisogna averla.
In ogni caso, quel che conta con i bambini è davvero l’istinto materno. Come la mamma non c’è proprio nessuno.
I bambini di oggi sono sempre più svegli, non c’è niente da fare.
Io non ho grandissimi ricordi di quando ero piccola. Ma ho avuto una mamma che avrebbe desiderato altri figli e non ha potuto averne, così casa nostra era sempre piena di bambini dei vicini di casa: quello me lo ricordo bene. E con i piccoli, i grandi usavano un linguaggio preconfezionato fatto di “brum brum” al posto di acqua, “ciccia” al posto di carne e via dicendo. Così dicevano “brum brum” fino ai sei anni. Per non parlare dei vari “babau” per far paura ai bambini, o dell’ “uomo nero” o chissà che altro. E ci marciavano mica male, con le paure.
Io stessa ho un ricordo nitidissimo: avete presente le carte veline che ora sempre più raramente avvolgono le arance? Ecco, adesso contengono una piccola percentuale di plastica, ma una volta erano di pura carta.
Mia mamma l’arrotolava a forma di cono, spegneva le luci e poi dava fuoco alla velina. Agitando le mani la carta si alzava e volteggiava in aria fino a consumarsi e spegnersi, al canto di “Vola, vola vola”. Beh, non ho mai capito perché, ma questa cosa mi terrorizzava letteralmente. Eppure sono convinta che mia mamma non lo facesse per pura perfidia, semplicemente la divertiva vedermi impaurita (ma lei non sapeva quanto) da una cosa così sciocca. E io non riuscivo a farglielo capire, anche se strillavo come un’aquila. Era stupido, lo so, ma io non ero particolarmente sveglia, con molta probabilità.
Così, crescendo, come tutti i figli di questa terra ho pensato che NON avrei “tirato su” (come si diceva allora) un figlio come i bambini della mia generazione.
A mia figlia non ho mai detto “brum brum” ma acqua. Per i bambini una parola vale l’altra e allora perché non insegnargli ad esprimersi correttamente, pensavo?
Ho cercato di farle superare le paure, parlandole e affrontandole insieme a lei. Il buio? Ma non nasconde niente, vediamolo insieme, anzi, giochiamo anche noi alle ombre. E parlavo, parlavo, parlavo perché lei chiedeva, chiedeva, chiedeva… A volte ci ripenso e io e lei ci ridiamo su: ma quanto fiato ho consumato quando era piccola? Eppure, sono convinta che non sia stato fiato sprecato. Certo, ho fatto quel che ho potuto. Probabilmente avrei potuto fare di meglio, ma a quei tempi non c’era la comunicazione di oggi. Ci si confrontava con le amiche, si parlava con le maestre, ma solo se c’erano problemi. Niente di più.
Ma parlare lo consideravo importante. Non era importante che all’inizio lei non mi rispondesse o, probabilmente, non capisse ancora. Peraltro, ci sono bambini che parlano precocemente, altri no. Mio nipote ha imparato a parlare prestissimo.
Leonardo non aveva ancora due anni e andava a vendere cocco sulla spiaggia. Era buffissimo, giuro. Prendeva dei sassolini, li metteva nel secchiello e insieme alla mamma girava la spiaggia. “Coccobello!!!” strillava avvicinandosi agli ombrelloni. E se si accettava “l’acquisto” subito aggiungeva “Un EUO” perché sapeva benissimo che il venditore di cocco voleva una moneta.
Sua madre aveva quattro anni quando in tutte le classifiche del mondo primeggiava “On my own” cantata dalla piccola Nikka Costa accompagnata dal suo papà. Era una canzone che a me piaceva tantissimo e la cantavo sempre. Beh, lei, con i suoi 4 anni, non sapeva ovviamente una parola di inglese. Non azzeccava una parola giusta ma la cantava, eccome, a orecchio. Uno strafalcione via l’altro la sapeva tutta, nel suo inglese comico.
Il bimbo della mia amica Barbara, Alessandro (3 anni), parla, ma non agli estranei, con loro diventa timidissimo. Però si esprime così bene da essere riuscito a trasmettere alla mamma un disagio alla scuola materna. Barbara mi ha confessato che pareva di parlare con un piccolo adulto mentre ascoltava le ragioni del piccolo.
Giorgio, figlio di un’amica di mia figlia, ha quasi due anni e dice solo poche parole. In compenso è sveglissimo e furbissimo e si fa capire alla perfezione. Ha pure una manualità eccezionale: riesce a infilare i cubi a forma geometrica negli appositi buchi al primo tentativo e senza sbagliarne uno. Una cosa che, confesso, riesce difficile anche a me. Ma io sono rintronata e non faccio testo.
Questo per tornare all’inizio: i piccoli di oggi sono sempre più svegli, a mio parere. Forse hanno più stimoli, sono più seguiti, non so bene.
Ma soprattutto sono in grado di esprimersi, in modi diversi magari.
Sento mamme preoccupate perché il loro bambino non parla ancora. Santo cielo, ognuno ha i suoi tempi. Certo, se a sei anni lo iscrivete alla prima elementare e ancora non parla, è lecito preoccuparsi. Ma crescere non è una gara a chi arriva primo.
Lungi da me dal fare la psicologa, semmai potrei essere io ad averne bisogno di una.
Ma i bambini di oggi sono fortunati. Hanno genitori che si informano, si fanno domande, si consultano o consultano gli esperti. Hanno “Che forte!” perfino! Ma una volta? Certo, crescere siam cresciuti tutti.
Ora che ci penso… ma non è che sarei meno rimbambita se fossi cresciuta di questi tempi? E la risposta, questo è il bello, la so già.
Ripensavo poco fa alla mia infanzia e ai privilegi che noi tutte persone che hanno superato i cinquanta, abbiamo oggi, in confronto a ciò che avevamo. E a cosa hanno i ragazzini e gli adulti di oggi.
Io sono nata negli anni 50, in una famiglia modesta dove lavorava solo papà che faceva il muratore. Ricordo gli inverni in cui era in cassa integrazione, perché faceva troppo freddo per lavorare fuori. Partecipavo, come tutti i bambini di allora, anche alle questioni finanziarie della famiglia. Niente lavoro, niente soldi, non c’era bisogno che me lo spiegassero. Mi sembravano normali tante cose: non avere tutto quello che chiedevo (a volte sapevo che era inutile chiedere) aiutare in casa, andare alla “Standa” a piedi con la mia amica, a circa tre chilometri da casa. Avere i vestiti e le scarpe“della festa”, che rigorosamente si mettevano solo la domenica. E gli odiati calzettoni, che mostravano le ginocchia viola dal freddo (non si usavano ancora i pantaloni). A partire dai 7-8 anni dovevo smettere di giocare perché mamma, che faceva la sarta in casa, mi faceva tagliare le verdure per il minestrone o mi diceva passo passo cosa fare per preparare il sugo per la pasta. E’ così che ho imparato a cucinare. E mi sembrava normale aiutare, anche se sbuffavo, ovviamente.
Avevo un mezzo desiderio: avere il bagno in casa e non nel ballatoio. Dico mezzo perché se l’avessi avuto in casa non avrei potuto andare a fumare di nascosto in quello fuori. Il televisore l’abbiamo comprato con il mio primo stipendio perché, diceva mio padre “si compra solo quando si hanno i soldi”, niente rate.
Quando mi sono sposata ho fatto il primo bagno in una vasca. Avevamo un appartamentino piccolo in affitto e nostra figlia dormiva in camera con noi.
Anni dopo ci siamo potuti permettere una casa nostra, dove mia figlia aveva una cameretta tutta sua. E mi sembrava di avere fatto una conquista.
Quando mia figlia ha avuto il primogenito aveva già una piccolissima cameretta per lui, ma quando si è accorta di essere di nuovo incinta ha cercato una casa più grande.
Quarant’anni fa lavorare bisognava e il lavoro c’era. Ma era dura: pochi diritti, si ingoiava tanto, gli stipendi erano miseri, ma anche le pretese erano poche. Un televisore, la lavatrice. Nel condominio dove abitavo da piccola siamo stati gli ultimi ad avere entrambe le cose.
L’altro giorno mio padre (92 anni suonati) mi raccontava che lui per andare a scuola doveva farsi cinque chilometri a piedi, con qualsiasi tempo. Succedesse ora la notizia sarebbe su tutti i Tg, sono sicura. Dormiva in uno stanzone che d'inverno era freddo (c'era la stufa in cucina, mica i caloriferi) insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle. I dolci – mi diceva – si mangiavano solo a Natale. Beh, devo dire che quando ero piccola amavo il Natale proprio perché era una delle rare occasioni in cui c’erano i dolci. Mia figlia, pur avendo a disposizione quel che voleva, non è mai stata golosa di dolci. E nemmeno mio nipote, devo dire, fatta eccezione per le caramelle.
Direte che i tempi sono cambiati. Ah, lo so. Ma siamo cambiati soprattutto noi. Non ci viene nemmeno in mente di portare i bambini a scuola a piedi, ma lottiamo come delle furie per iscrivere in palestra gli stessi ragazzini per “fargli fare un po’ di moto”. I nostri figli (e nipoti) si annoiano: manco per sbaglio ci viene in mente di farci aiutare nelle piccole faccende di casa. Eppure imparerebbero ad essere indipendenti, ci darebbero una mano e a loro non dispiacerebbe affatto, vi assicuro. Provateci: fatevi aiutare a stendere il bucato, a preparare la tavola, a spolverare, a cucinare. Si divertiranno come matti e anche se le prime volte dovrete avere pazienza, in seguito diventerà perfino un momento tutto vostro, perché aiutare la mamma fa sentire importanti.
L’entusiasmo per le cose nuove i bimbi ce l’hanno ancora, per fortuna.
E quindi, direte voi? Ah, ve lo spiego. Io ho ancora lo stupore, le nuove generazioni sono tutte sbuffi e noia. Mi diverte giocare (ho giocato poco nella mia vita), mi stupiscono i regali, sono golosa purtroppo, mi spiace buttare via i soldi (ne ho sempre avuti pochissimi) e mi entusiasmo per un abito nuovo magari comprato al mercato. E non capisco chi spende 500 euro per una borsa pur prendendo 1000 euro di stipendio (magari da precario), per poi lamentarsi che “non ce la si fa”, ma soprattutto perché “ce l’hanno tutti” ed è di moda. Pane e cipolle ma l’ultimo modello di IPhone è la regola, non l’eccezione. Come ho detto tante volte, son scelte. Ognuno è libero di spendere come gli pare. Sapete quello che mi allibisce? Che il tutto avviene senza entusiasmi, senza urletti di gioia.
Chissà se borsa carissima e IPhone rendono felici, poi. E in quanto tempo vengono a noia, alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, dimenticando di godersi il presente.
Sarà che sto invecchiando, ma vorrei che i miei nipoti avessero entusiasmo e stupore, sempre, anche e soprattutto per le piccole cose. Glielo auguro di cuore.
Volere o volare siamo succubi della pubblicità. Ce la sorbiamo ad ogni ora del giorno (e della notte).
Son stufa, ecco. Mi sento ingannata perfino nella scelta dei programmi.
Non amo particolarmente la tv, seguo i Tg e ben poche altre cose. Forse seguirei di più qualche talk show di approfondimento, se non trasmettessero i più interessanti a tenebre inoltrate. Ma avete provato a guardarli il mattino o il pomeriggio? La fanno da padrone le conduttrici (quasi tutte infatti sono donne) che, totalmente ignare dell’importanza dell’argomento a) fanno domande sciocche e a volte perfino crudeli (“cos’ha provato quando ha saputo che suo figlio/a è morto?” e che vuoi che abbia provato, rincitrullita dei miei stivali?) b) tagliano corto le risposte degli ospiti magari per fare i loro, di commenti, totalmente inutili c) tolgono la parola per dare la pubblicità. O la fai prima, la domanda, o la fai dopo la stramaledetta pubblicità, no?
Già questo mi irrita, e siccome sono libera di scegliere (questa sarebbe la loro risposta) cambio canale (viva “La Signora in giallo” e i vecchissimi film degli anni cinquanta!) o spengo.
Ma noi adulti possiamo scegliere: i bambini sono avvinti dalla pubblicità. Mio nipote Leonardo ha già imparato a distinguere il film dalla pubblicità: e spesso vuole guardarla (essendo film in dvd, si tratta di trailer di altri film, di solito). Ma l’altro giorno è capitato che manovrando il telecomando (la mia maestrìa nel padroneggiarlo è nota) abbia visto la pubblicità di una marca di biscotti. “GuaDDa che bello nonna! Ci sono tutte le stelle! Domani me li compri, vero?”. E non ho capito bene se era attratto dai biscotti o se pensava che comprandoli avrebbe avuto le stelle che giravano per casa. Per fortuna, schiaccia qua, schiaccia là, è partita la cassetta e delle stelle si è dimenticato.
E stiamo parlando di biscotti, che, passi. Ma quando appaiono sfolgoranti e attraentissimi (nonché carissimi) giochi? Anche lì, passi. Se hai un figlio che vuole a tutti i costi un prodotto sinceramente al di là delle nostre possibilità, glielo si spiega. Eh, lo so, mica è facile. Ce l’ha l’amico, il compagno, il vicino. E’ lì che scatta il NOSTRO orgoglio. Ripeto il NOSTRO. Ma se ce l’ha il suo amichetto, perché noi non possiamo comprarglielo? A parte il fatto che magari l’amichetto è figlio dell’Aga Khan e noi anche no, è questione di educazione e di rispetto per il denaro. “Costa troppi soldini tesoro, mamma e papà fanno fatica a guadagnarli”. Ma soprattutto perché non è giusto, a mio parere! Chiede la luna e gliela diamo? Ma dai.
E, più importante, siamo sicuri che il messaggio che arriva non sia “Se ottengo quella cosa sarò felice (o bello, o invidiato) come quel bambino”?
Certo, ci sono anche i risvolti imprevisti, nel dire no. Quando mia figlia era piccola, intorno ai due anni, è cominciata la campagna “non si compra tutto quel che si vede”. Le era stato spiegato, appunto come detto sopra, che non si può avere tutto. E che i soldini bisogna andare a prenderli in banca e che la banca ne dava pochi. Da genitori tutt’altro che perfetti, sicuramente abbiamo sbagliato qualcosa. Nella sua mente di dueenne però qualcosa è scattato. Ricordo con ogni persona estranea alla famiglia che incontrava (vicini di casa, mamme incontrate al parco, adulti in genere) era inflessibile. Dopo i convenevoli faceva domande imbarazzantissime.
Per esempio un giorno, al parco. Una mamma le fa un complimento e le chiede come si chiama, lei sorride dice il suo nome e la SECONDA domanda che fa alla mamma è “Ma tu quanti soldini hai in banca?”. La signora è scoppiata a ridere ovviamente. Un sodo di cacio che fa una domanda tanto seria (ho dovuto spiegar alla mamma tutto il ragionamento) e che si aspetta una risposta. Dopo la risata, questa mamma si è affrettata a dire “Pochi, perché?” e lei imperterrita “Anche la mia mamma e il mio papà”. Nemmeno fosse stata figlia di un esattore delle imposte.
Ora mi viene da ridere, ma ai tempi è stato particolarmente imbarazzante, e più di una volta.
Ma il risultato l’abbiamo ottenuto. Non chiedeva spesso giochi o altro. Ma soprattutto, quando le si regalava un gioco nuovo, lo apprezzava tantissimo.
Ecco cosa mi ha insegnato la pubblicità. Dire di no qualche volta valorizza quel che poi arriva a sorpresa. Che ne pensate?
Con il primogenito il problema non c’è stato. Lo svezzamento di Leonardo è avvenuto gradualmente e tranquillamente. Ma non tutti i piccini sono uguali.
La mia seconda nipotina, Isabel, è sempre stata una mangiona. Alla vista del biberon pieno di latte roteava gli occhi in segno di beatitudine e apriva la bocca. Dai 3 mesi lo riconosceva, il biberon. E dai quattro pure la bottiglietta da cui si versava il latte. Era comica, perché nonostante la fame, se vedeva l’adulto di turno armeggiare con il biberon e la bottiglietta mugugnava i suoi “Mhmmmmm” ma aspettava giusto il tempo del riscaldamento.
Dei primi approcci con il cucchiaino e la frutta ho già parlato. Il cucchiaino, strano aggeggio prendi-e-dai sembrava oramai qualcosa di accettato dalla piccola. Pareva quasi fatta: lo svezzamento aveva buone possibilità di essere un passaggio tranquillo. Ma non avevamo fatto i conti con la pappa VERA.
Ora ha sei mesi e - a detta della pediatra – o si colma la fame con litri di latte, oppure si passa alla pappa. Latte sì, magari con un biscottino, ma c’è l’universo pappa che attende.
Ad essere sinceri la prima pappa fa schifo. Crema di riso in brodo vegetale, rigorosamente senza sale e senza condimenti. Vi sfido a mangiarla, ma si comincia così.
Mia figlia la propone alla piccola qualche giorno fa, dopo averla sistemata sul seggiolone che lei odia cordialmente.. La piccola apre la bocca, probabilmente associando il cucchiaio alla frutta, ma si ritrova un intruglio sconosciuto. S’è seccata tantissimo: ha fatto una faccia la cui espressione più gentile era “Che cavolo è questa roba, mamma?”e l’ha ributtata fuori immediatamente. La mamma insiste, è giusto. Alla seconda cucchiaiata parte lo spruzzo rapido. “Se ancora non l’hai capito, questa roba te la mangi tu. E passami pure il latte, grazie”. Beh, è il primo giorno. Ancora qualche tentativo poi si passa al biberon di latte perché gli strilli di protesta si sentivano dalla strada. Scatta la solita beatitudine, Isabel fa la faccina soddisfatta. Isabel uno, mamma zero. Ma i piccolissimi sono furbi come gatti. Se capiscono che al loro rifiuto della pappa scatta il bibe, sei fritta.
D’altra parte – anche leggendo quanto scrivono altre mamme disperate – non ci sono segreti per lo svezzamento.
Il secondo giorno si possono prendere per la fame, i piccoli. Si arriva all’ora della pappa anticipati da quattro/cinque ore di digiuno e si hanno buone possibilità che il piccino preso dai morsi della fame, ceda. Forse.
Si ricomincia la manfrina: cucchiaino con la pappa, restituito al mittente - ovviamente pienissimo -con orrore. E via al concerto di strepiti. Si molla?
Ma nemmeno per idea, ripeto, i piccoli son furbissimi: infatti Isabel aspettava il biberon di latte. Allora la mamma travasa la pappa nel biberon e gliela propone. Furbissima.
Attenzione attenzione, la mamma tenta il recupero. Isabel uno, mamma…
Macché… non c’è stato verso. Sentito che non è latte, tragedia, perché non la freghi: nella gara “chi è più furbo” tenta il raddoppio la piccola. Insistendo parecchio, il risultato è tre cucchiaini scarsi, per metà spalmati sul bavaglino e striscioni con scritto “Ho fame!!” inascoltati. Urla da tenore, una piva lunga un chilometro. Per punizione non vi faccio neanche un sorriso, ecco.
Isabel due, mamma zero tondo.
Mia figlia mi chiama abbacchiata, suggerisco di darle anche da bere ma assaggia appena l’acqua. Non gliene può importare di meno. Nuovo tentativo con la pappa, ma successo quasi impercettibile: un altro paio di cucchiaini che tappezzano il seggiolone, la faccina contrita e il maglione della mamma.
Oramai è ufficiale: di pappa non se ne parla.
Il latte? L’ha avuto sì, ma un’ora dopo. Ora in cui ha strillato per la fame ma non ha ceduto di un millimetro.
La faccenda tende ad ingrossarsi, come diceva qualcuno. Urge uscire dal tunnel per salvaguardare la pace in famiglia. Si dimenticano tutte le marachelle di Leonardo e si sospira “Ah…! Lui sì che era bravo!”. Ma anche se fosse, difficile ricattare Isabel con questo argomento.
Basta, bisogna far qualcosa!
Consulto con la pediatra e decisione in comune con la mamma: si rimanda di una settimana lo
svezzamento, magari non è pronta. E poi bisogna far ripigliare i genitori dallo stress.
Una settimana di tregua armata, poi si ricomincerà.
E che Dio ce la mandi buona, con buona pace dei vicini che – sono sicura – han preso nota che l’ora dello svezzamento non è delle più facili.
Mamme, papà, nonne e chi altro in ascolto, avete suggerimenti? Oramai aspettiamo con orrore che passi questa settimana e che torni l’ora della pappa!
Conoscete la serie di telefilm “I Robinson”? E’ degli anni Ottanta, ma in queste settimane è possibile rivederla su uno dei tanti canali gratuiti della televisione. A me serve come sonnifero.
In ogni caso trattasi della vita quotidiana di una famiglia newyorkese: padre (ginecologo), madre (avvocato) e 5 (dico cinque) figli, dai venti ai cinque anni. Quattro femmine e un maschio.
Io li adoro. L’ironia del capofamiglia mi fa morire, giuro. Ma mi fa ancor più morire (e stavolta d’invidia) mamma Claire. Ah, scende per colazione sorridendo, perfettamente truccata, con una splendida vestaglia blu cobalto allacciata con nonchalance alla vita con un fioccone molle ma perfetto che a me personalmente richiederebbe venti minuti di manodopera.
Sorride mostrando tutti gli 84 denti bianchi che abbagliano dal primo all’ultimo dei figli da servizio pubblicitario. Figli cialtroni quanto basta, ma senza mai uscire dalle righe. Niente occhi pieni di sonno, niente bizze per andare a scuola, solo qualche piccolissimo sbuffo mitigato dal sorriso perennemente rivolto alla dea-mamma. La quale mamma, se per puro caso trova motivo di disappunto, basta che corrughi UN sopracciglio e fa tremare la figliola Vanessa, dodicenne a volte insopportabile. Tanto scende il marito, già da ore di buonumore che la fa ridere, cosa che ovviamente riesce a far svanire ogni traccia di malumore.
Mi scervello e cerco di ricordare la MIA di famiglia, anni fa. Padre che correva fuori dopo un veloce caffè bofonchiando un “ciao” pieno di sonno. Figlia che dovevi urlare come Pavarotti solo per farla scendere dal letto e che oramai afona invitavi a muoversi perché in ritardo. Io che con braccio mi vestivo per andare al lavoro (confesso e giuro che un giorno per distrazione mi sono presentata in ufficio con uno stivale nero e uno marrone… sigh) e con l’altro bussavo alla porta dell’unico bagno dove stazionava la figlia da quindici minuti netti. La vestaglia di seta, dite? Intonsa nello scaffale alto dell’armadio, pronta per eventuali ricoveri ospedalieri, come mamma mi aveva insegnato!
Claire e Cliff trovano nel libro del figlio adolescente e un filino tonto Theo uno spinello? Ma suvvia, basta chiedere al birichino se tale porcheria sia sua, sentirsi dire no ed è tutto risolto! Invece no. Il figlio modello scopre che il bullo forzuto del quartiere ha infilato il corpo del reato nel suo libro, lo sfida praticamente a duello e al bullo – udite, udite – trema l’orlo dei boxer e abbassando le orecchie accetta di andare a casa Robinson per discolpare completamente Theo.
Io non so voi, ma a Milano i bulli del quartiere mica assomigliano a quelli di New York. A parte il fatto che il bullo nostrano avrebbe menato per bene l’eroico Theo, vi pare che avrebbe messo piede in famiglia per denunciarsi?
La piccola di famiglia, Rudy (cinque anni) sta buona buona per ore a sfogliare libri sul divano mentre il padre dorme, senza disturbare. Inutile dire che non combina mai guai, che risponde alle domande come un adulto trentacinquenne e che è simpatica da morire anche quando non vuole i cavolini di Bruxelles.
La signora Claire non ha una domestica, a volte cincischia in cucina con le sue unghie smaltate di fresco e ha una casa sempre perfettamente in ordine. Dimenticavo: cucina sempre il marito.
Ovviamente è diventata nonna, dopo 200 puntate. Una nonna da leccarsi i baffi, perfino più bella e splendente.
Ora, non pensate che mi piacciano i figli Robinson. No, no… vorrei taaanto essere perfetta la metà di Claire. Anzi, ora esco a comprare una vestaglia di seta blu cobalto. Da qualche parte bisogna pur cominciare!
Che magìa il Natale! Gli alberi addobbati, il presepe, le luci, la festa, i regali…
Certo, un filino faticoso. Oserei dire… pesantino, ecco! Ma se proprio mi torturate vi dirò: UNO STRESS pazzesco.
Magari non per tutti è stato così, ma vi racconto quello della mia famiglia che ancora arranca nel tentativo di smaltire i postumi. Prima però devo fare una premessa.
Confesso che non mi ero accorta di aver dato alla luce un mostro del fai-da-te e della manualità, ai tempi, e confesso pure che non ha preso da me. Fatto sta che mia figlia con i lavori manuali se la cava alla grande. E’ poco meno che un imbianchino professionista, un idraulico, un meccanico e quant’altro vi viene in mente. Sa pure montare attrezzi con istruzioni in altre lingue, quando io non saprei raccapezzarmi nemmeno se avessi frequentato un corso per storditi.
Alla luce di tutto ciò è ovviamente VIETATO acquistare un calendario dell’Avvento. Ovviamente lo si fa in casa, in fondo bastano del pannolenci, una macchina per cucire, una pazienza che non ho e tante piccole sorprese. Fantasia, fantasia, santo cielo!
Stesso discorso per il regalo alle maestre dell’asilo: macché comprarlo! E siccome ha due bambini e un sacco di tempo libero… “faccio io delle collane carine”, ha detto. Si è armata di bottoni particolari, lana, piume, pendaglini e voilà, alle due di notte le collane (davvero graziose) erano pronte! Inspiegabilmente il mattino dopo aveva sonno. Ma son scelte.
Dico questo perché a volte mi disarma quando dice “che problema c’è?”. A me, che sono apprensiva, che mi preparo agli eventi con un secolo di anticipo e che mi piace pianificare.
Ma andiamo avanti.
Accenno al pranzo di Natale, previsto a casa sua, ma vengo stroncata sul nascere “Siamo in dodici, ah, io non ho mica tanto tempo: antipasti, lasagne, un arrosto (bleah) e via andare”. Seeee… come se non la conoscessi. Ma c’è sempre il fattore sorpresa.
Tanto per cominciare mio nipote Leonardo ci ha pensato su per bene, ha valutato i pro e i contro e ha deciso che prendersi la varicella una settimana prima del 25 dicembre era cosa buona e giusta. Ed è scattato il censimento su chi aveva avuto la varicella e chi no. Non hanno superato l’esame il nonno materno (marito della sottoscritta), la nonna paterna e l’ultima arrivata, sorellina del protagonista, Isabel che a 4 mesi vanta una cartella clinica immacolata.
E tu, che avevi progettato di fare gli ultimi regali proprio in quella settimana, sei dirottato di rigore a dare manforte alla mamma dei due piccoli. I regali? Ehhhhhhhh… prima le urgenze, no?
Quindi la mia pianificazione va a farsi benedire e mi rendo disponibile per intrattenere il piccolo varicelloso mentre lei tiene lontana la piccina e fa tutto il resto.
Scusate se mi dilungo, ma accidenti quanto mi sono divertita! Ogni mattina arrivavo a casa di mia figlia con un animaletto di gomma che raccontavo di aver trovato dietro la porta. Gli occhioni spalancati di Leonardo, la sua bocca aperta nell’ascoltare il racconto sono stati uno spettacolo! E quanto ci abbiamo giocato! Faticoso, eh. Anche perché negli “intervalli” andavo a disinfettarmi le mani e correvo dalla piccina, per spupazzarla un pochino.
Mentre lui, il malatino, faceva il riposino pomeridiano, mia figlia, con dei blitz che nemmeno Superman, andava al supermercato oppure al centro commerciale o dove l’urgenza richiedeva.
Tre giorni prima del 25 dicembre posso finalmente cedere il testimone al padre del piccolo che è a casa in ferie e quindi pensare anch’io alle ultime cose.
Cos’è rimasto in sospeso? Ah, certo, il pranzo di Natale. Telefonata della figlia: avrebbe pensato – lei – a qualche piccola modifica nel menù. E mi sciorina un elenco con diciassette antipasti, un primo con ravioli fatti in casa etc etc. Tento di dissuaderla obiettando che per parte degli antipasti è prevista la preparazione nella mattinata di Natale e che francamente lo sconsiglio: meglio ricette che si possono preparare prima. Mugugna che le “uccido l’entusiasmo” ma poi addiviene a miti consigli e si adatta al compromesso: dodici antipasti, si impunta sui ravioli fatti a mano (che farà tra mezzanotte e le due del mattino) e incarica la nonna materna di pensare al secondo.
Io invece mi stanco solo a sentirla.
Prendo nota di quel che mi spetta fare (poche cose, lo confesso) ma mi illudo: la tradizione vuole che tutti i Natali mio marito imponga due piatti tipici pugliesi, che dovremo comunque preparare: una focaccia tipica con cipolla fresca, acciughe e noci e le “cartellate”. Mezza giornata di lavoro cada piatto (abbiamo pure i fans della focaccia, quindi ne abbiamo preparate 3).
Corro a compare gli ultimi regali, poi al supermercato, e mi metto all’opera. Squilla il telefono “Mamma, ma la vigilia venite qui a cena, vero?”. Io non lo dico nemmeno più.. ma chi te lo fa fare bimba mia? Son scelte. E per noi il Natale è sacro, alla faccia della fatica.
Che bello, però, la sera della Vigilia, mettere il pane e il latte sul davanzale, per Gesù Bambino. Che bello vedere il piccolo impazzire in mezzo ai giochi, sentirlo cantare la canzoncina di Natale imparata all’asilo, con i suoi ponfi della varicella oramai non più infettiva. Come dice uno slogan “tutto questo non ha prezzo”. Davvero.
Eh sì, è proprio bello il Natale!
PS – Ora, non pensate che mia figlia sia un mostro: pure lei ha i suoi difetti, solo che ha anche un sacco di qualità che mi stupiscono, ecco.
E vi proibisco di pensare che io mi son sciallata: forse non traspare la MIA, di fatica. Ma ve la dico ora, tutta in una volta. Anzi, me lo dico da sola: SCIALLAAAA!
I nonni? Non sono tutti uguali: c’è la nonna (con la a) e il nonno (con la o). Ed è lì la differenza, in quella vocale. Sono un altro mondo. Almeno, per quel che mi riguarda.
Il nonno dei miei nipoti, che è casualmente anche mio marito, non poteva fare eccezione. Lui appartiene a quella generazione di padri che vedevano crescere i figli come fosse opera dello Spirito Santo. Cambio pannolini? Ma.-ma.-ma…. Su, dai, è piena di CACCA! Ti pare che posso farlo io? Pappa? Si limitava a scuotere la testa e a dire “mangia, su…”, per tacere delle minacce tipo “se non mangi viene l’uomo nero o l’uomo cattivo”. Febbre alta? Sopracciglio corrucciato e “io andrei al pronto soccorso” che ti aiutava tantissimo ad andare in panico.
I padri fra loro si conoscevano ben poco: le riunioni scolastiche erano piene di mamme che scappavano dall’ufficio e arrivavano trafelate superando ogni record di slalom nel traffico e parcheggiando a ottocento metri dalla scuola. Papà? Beh, lui lavora… LUI.
Mica che questi padri non amassero i figli, figurarsi. E’ che crescerli e viverli era compito della mamma. O al massimo della nonna.
Non dico che i tempi son (per fortuna) cambiati: sarei scontata. Ma devo dire che riesco ancora a stupirmi di come il papà dei miei nipoti sia abile nel cambiare pannolini, gestire due bimbi piccoli senza perdere la pazienza e andare nel panico, e sia assolutamente intercambiabile con la madre.
Ma, per tornare ai nonni, l’orgoglio e l’istinto di protezione di un nonno supera di gran lunga quello paterno! Il nipote ideale di mio marito è quello che non “osa” correre troppo forte perché potrebbe anche cadere e…. scandalo, scandalo, farsi male a un ginocchio. E’ quello che se c’è un gradino vorrebbe che il nipote treenne lo aspettasse per farsi aiutare a “scalarlo”. Il nipote ideale è quello che se deve fare una corsetta o un salto mette nastro isolante sugli spigoli, sta lontano da eventuali muri (si batte la testa, santo cielo!), insomma, rinuncia a saltare, che è meglio!
Ma la sana follia raggiunge il culmine se uno dei nipoti non sta bene. Tu, nonna casalinga, sei appena tornata dalla casa dove il piccolo accusa un po’ di mal di testa. è un po’ mogio e insolitamente tranquillo. Non posi nemmeno la borsa e le chiavi della macchina che ti senti dire “Telefona!”. Al che ti volti, lo guardi e stai per dire “Ma sto tor…”. “TELEFONA! Che magari sta peggio!”. Sì, confesso che è ottimista in questi casi. Ma nel fondo del tuo cuore di nonna esce l’assurda vocina “E se sta davvero peggio?” Allora sospiri, chiami, e tua figlia giustamente ti dice “Ma se sei appena andata via! Certo che sei di un apprensivo… E’ solo un po’ stanco, te l’ho detto”.
Tiri un sospiro di sollievo e due improperi in cuor tuo indirizzate all’uomo che hai sposato e pensi di essertela cavata. Sei stanca, c’è la cena da preparare, pensi di lavarti le mani e iniziare ma lui ti segue in bagno e inizia “Perché è piccolo… Non si spiega ancora bene (errore madornale: mio nipote si spiega benissimo) e poi due settimane fa è caduto, ti ricordi? Ha battuto la testa! Magari al pronto soccorso han sottovalutato quella botta e adesso saltano fuori le conseguenze!”. Tu sei già apprensiva di tuo e cerchi disperatamente di essere razionale dicendoti che è stato portato al pronto soccorso per pura precauzione, e che i genitori son stati rassicurati.
Lui, il nonno agitoso, vorrebbe che tu chiamassi di nuovo, ricordando alla madre l’episodio, in modo che “si ricordi di quella caduta e sia consapevole, che non si sa mai!”. Ma ti rifiuti: ti rifiuti di agitare i genitori e di chiamare di nuovo. Solo che, per punizione, te lo sorbisci per tutta la sera come sottofondo alla cena e al dopocena. All’alba del mattino dopo la telefonata è d’obbligo, come pure il sospiro di sollievo nel sentire che il piccolo ha dormito 12 ore e che ora è più vivace che mai.
Ma questo nonno, ex padre “crescere i figli è opera dello Spirito Santo”, si interessa anche ai problemi intestinali della nipotina di tre mesi. Chiede al telefono – ovviamente tramite me – se “ha fatto la cacca” e se “era molle o un po’ duretta”. Un esperto in feci neonatali, insomma.
Io di pazienza ne ho sempre avuta molto poca, lo confesso. Un po’ mi è venuta con l’età, e ne sono enormemente orgogliosa.
Ma potete darmi torto se a volte mi scappa per colpa del nonno?

