bruco
 

Una nonna fortissima

I blog di Che Forte!

Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.

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Senza confronti

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on 21 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

Ci sono parole che mi colpiscono, frasi che magari altri non notano neppure ma che a me danno spunti di riflessione. Confronto è una di quelle parole.

Confrontarsi è alla base della nostra crescita, e mi pare una frase così ovvia che quasi quasi mi pento di averla scritta. Confrontare può essere giusto o sbagliato, e anche qui cado nell’ovvietà più becera. Ma non volevo parlarvi con frasi fatte, mi è solo sorto un dubbio a proposito dei paragoni. Io spesso vi racconto della mia infanzia, di come fossero diverse le cose (ovviamente) rispetto ad oggi. E non faccio confronti, mi diverto a rivelarvi cose dimenticate o, per i più giovani, sconosciute. Non è un confronto, ripeto. Vi parlo anche spesso di quando mia figlia era piccola, di come – anche qui – tante cose fossero diverse. Ci sono state situazioni che mi son sentita di raccontare perché si potesse farne tesoro. A volte paragono la mia esperienza (lontana) di mamma con quella di mia figlia, ma lo faccio senza giudizi, è solo un confronto. Senza confronto non c’è esperienza e non c’è modo di migliorare.

Leggo spessissimo il nostro Forum. E che cos’è il forum se non una ricerca di confronto? Nel confronto nasce magari lo spunto per risolvere un  piccolo problema. Una mamma che chiede “Chi di voi è stato nella stessa situazione?” è aperta al confronto. Arrivo a dire che senza confronto non ci sarebbe civiltà, in senso lato ovviamente.

Personalmente, mi confronto spesso con gli altri. E siccome sono un’insicura, perdo pure, ma questo è un altro discorso: non è certo un confronto sbagliato, nemmeno se perdo. Vedo ovunque persone migliori di me, in tutti i sensi (come credo capiti a tutti), e a volte mi serve da sprone per migliorare, a volte mi rendo conto (sic!) che sarebbe un’impresa impossibile, ma non è una sconfitta, è un punto di partenza.

Poi vi parlo dei miei nipoti, son giusto qui per raccontarvi le mie esperienze di nonna. Sono così diversi, anche prescindendo dal fatto che sono maschio e femmina, e li amo nello stesso identico modo. Ma vien naturale confrontarli. Leonardo a sei mesi non si divertiva con i giochini adatti alla sua età, Isabel sì. Leonardo balbettava già a otto mesi, Isabel spernacchia e si limita alle sillabe. Che male c’è a fare questi confronti? Perfino la loro madre mi invita ai paragoni “Ti ricordi Leo all’età di Isabel? Non andava a prendere la palla”. E quindi? E’ un bambino intelligente comunque.

Giudicare ed etichettare è, a mio modo di vedere, sbagliato. Stabilire, nel confronto, che un fratello sia migliore dell’altro è aberrante, questo sì, sempre.

Confronti negativi ce ne sono, certo. Ma può essere che alcuni nascano dall’invidia, non dal confronto stesso.

A me sembra che il confronto sull’esperienza sia sano. E che ne nasca a sua volta una nuova esperienza, utile per il futuro. Ed ecco perché quando leggo “confronti stupidi” mi fermo a pensare. Ma quando mai il confronto è stupido?

Ed ora sono qui, pronta a confrontarmi con chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui.

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Mamma torna al lavoro

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on 14 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

Ci sono tante storie simili, io racconto quella che so. Ma potrebbe essere di una qualsiasi lettrice.

Da lunedì  Isabel starà con me, Leonardo va alla scuola materna e la mamma torna al lavoro.

Non ci sono buone premesse per il rientro. Non si perdona un secondo figlio, se sei una mamma che lavora.

Mia figlia è responsabile di settore di una grossa azienda. Ha lavorato sodo per arrivare fin lì. Ha sacrificato anche la vita privata a volte, prima di diventare mamma. Il lavoro è sempre stato importante per lei, ci si è appassionata, è stata intelligente nelle scelte e ha portato un piccolo valore aggiunto all’azienda, come tutti i lavoratori seri e onesti. Viaggiava spesso, per lavoro. Magari alzandosi alle cinque per poter andare a Palermo e tornare in giornata, facendo risparmiare all’azienda costi aggiuntivi come albergo e pasti.

Questo per chiarire che non ha “tirato a campà”, come si dice. E non ha fatto nemmeno il calcolo “Mi sacrifico ora, che quando poi avrò figli posso tirare i remi in barca”, perché di figli non se ne parlava. E devo dire che l’azienda le ha dato una buona opportunità, pur con l’aggravante di essere una delle poche donne  in un mondo maschile.

Ma non le hanno perdonato i figli. Quando ha annunciato di aspettare Leonardo, l’aria intorno a lei si è raggelata. Ma hanno ingoiato il rospo, l’hanno lusingata e lei è tornata al lavoro subito dopo lo svezzamento. Non era più l’atmosfera di prima, ma ci si è adattata e ha ricominciato da capo. Leonardo è stato affidato a me, da quel punto di vista era tranquilla. Certo, le mancava il suo cucciolo, ma all’inizio faceva l’orario ridotto e il distacco era meno pesante. Poi, con la ripresa del tempo pieno è stato difficile, perché era complicato rispettare gli orari d’ufficio e  contemporaneamente fare la mamma.

E’ la storia di tutte le mamme lavoratrici, quello di mia figlia è solo uno dei tanti casi. Lavorare è una necessità, oltre che essere una delle strade per la realizzazione personale. E se hai un figlio è più difficile, questa realizzazione. Ma se ti viene in mente di averne un altro, di figlio, allora sei proprio tonta. Non contare sulla comprensione di nessuno, non chiedere il part time, non pensare di poter usufruire di permessi se uno dei tuoi piccoli non sta bene. Questa è la realtà, a volte camuffata da sorrisini e cenni di assenso. Se poi la tua posizione prevede anche un minimo di responsabilità, allora, al colloquio per il rientro dalla maternità ti senti dire “Ora bisogna decidere se stare dalla parte dell’azienda o dei  ci a doppia zeta o propri”. Il che taglia la testa al toro.

Certo, è una scelta. Puoi decidere di parlare chiaro e chiedere di cambiare mansione, sperando in un part time almeno fin quando i cuccioli son piccoli, poi si vedrà. Il rischio è che il tuo cambio di mansione non sia temporaneo, ma definitivo. Oppure puoi decidere di vedere i tuoi figli dalle otto di sera, magari, o di non vederli per un giorno o due, per esigenze di lavoro. E perderti parte della loro crescita.

Ci sono passata anch’io, ovviamente. Non avevo posti di responsabilità ma sono stata una mamma lavoratrice che ha affidato alla nonna la sua piccola, con una stretta al cuore. E mi sono persa tante cose di lei, troppe. Parlo per me, ovviamente: non ne valeva la pena. Ma ognuno è libero di scegliere quel che preferisce o quel che deve.

Ci sono mamme che stringono i denti, che ingoiano un sottile mobbing perché non hanno scelta. Di questi tempi non ci si può permettere di cambiare lavoro, di lavorare part time solo per un periodo. Tanti giovani sono senza lavoro, c’è subito chi – se rinunci – è pronto a prendere il tuo posto.

Ora, voglio chiarire che per onestà mi metto anche dalla parte dell’azienda: una donna in maternità rimane a casa in media un anno. E l’azienda deve pur tirare avanti in quest’anno, quindi deve fare sostituzioni.

Però i figli non sono solo della mamma, sono di entrambi i genitori. E sono il nostro futuro, non si può prescindere da loro. Lavoriamo per il futuro, no?  Aggiungo che anche i direttori aziendali, i proprietari, gli uomini in generale sono anche papà, dovrebbero capire.

Quindi, non sto a dire che la maternità andrebbe equamente divisa tra i genitori, sto dicendo che – per il bene della società – ci vorrebbe maggiore comprensione e flessibilità.

Alla fine, una mamma che torna in azienda (perché non ha scelta) scontenta, in un ambiente ostico non è certo la lavoratrice ideale, no? 

I figli li fanno le donne, non è giusto che debbano essere penalizzate.

 

 

 

 

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Un mio libro per bambini

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on 14 Apr
in Il blog di Michele Monina

Ho pubblicato quaranta libri. Settimana prossima esce il quarantunesimo. Tanti. Forse anche troppi. Ma non ho mai scritto un libro per bambini. I miei figli, di cui per altro parlo spesso nei miei libri, mi chiedono spesso perché non abbia mai scritto un libro per loro. Per loro adesso, intendono, perché non sanno, e non possono sapere, che i miei libri sono tutti scritti per loro. Nel senso che sono il mio lavoro, e quindi servono a farci vivere, oggi, e nel senso che sono lì, nel mio archivio, da leggere quando saranno grandi. Ma un libro per bambini non l'ho mai scritto, in effetti. E non l'ho mai scritto perché, nonostante io scriva circondato da bambini, i miei, in casa, non credo di essere in grado di farlo. So come parlare con loro, ci mancherebbe altro. So, molto più di mia moglie, per dire, i nomi dei personaggi dei cartoon o dei telefilm che guardano. Conosco nomi e caratteristiche, in alcuni casi so anche le trame, ma so anche per questo, o forse proprio per questo, che non saprei mai scrivere qualcosa per loro. Sono troppo vecchio, credo. O più presumibilmente troppo strutturato. Mi manca la capacità di cogliere certi passaggi semplici, naturali. Ripenso ai tanti episodi visti con Lucia, ancora piccolina, dei Teletubbies, e mi rendo conto di come, per avere un'idea così, ci voglia tanta tanta esperienza. Anche genio, ci mancherebbe. Esperienza e genio che non ho. Posso raccontare la vita di una rockstar, un personaggio la cui vita è conosciuta da tutti i fan e renderla originale anche agli occhi di quegli stessi fan, è il mio lavoro, ma non saprei far muovere quattro pupazzi di pelouche lì, nello schermo o sulla pagina, a non far nulla per mezzora, se non abbracciarsi e cercare tante coccole. Non saprei raccontare di come Pimpa passi le giornate vivendo avventure ai miei occhi di adulto piuttosto banali. Ma so che è quello che i bambini cercano. Per questo, fortunatamente, ci sono autori molto più bravi di me, capaci di farlo. Sono quelli che i miei figli leggono. Tante coccole a tutti.

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L'educatrice

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on 03 Apr
in Il blog di nonna Annamaria

Diciamocela tutta: i nostri figli e i nostri nipoti sono creature meravigliose con qualche piccolo difetto, assolutamente trascurabile. La frase preferita di tutti coloro che hanno bimbi vivaci è “So’ bambini! Che vuoi farci…”.Il fatto è che contiamo sulla comprensione di chi ci sta intorno. E qualche volta non siamo del tutto onesti nei nostri giudizi.

Però voglio raccontarvi un episodio successo tanto tempo fa. Non l’ho mai dimenticato e la rabbia è la stessa di allora. Per intenderci è l’occasione in cui una mamma si trasforma in una tigre. E io ero una tigre rabbiosa.

Mia figlia era sicuramente una bambina vivace, lo ammetto. Non stava ferma un attimo, rispondeva per le rime, chiedeva spiegazioni, era curiosissima, dormiva pure poco ed era superattiva. Quando ha iniziato la scuola elementare sapeva già leggere e scrivere. Aveva imparato a suon di domande, non l’abbiamo mai forzata. Fatto sta che sapeva già leggere e scrivere.

La sua maestra  era una signora all’ultimo ciclo, poi sarebbe andata in pensione. Una donna deliziosa, che ho sempre apprezzato per la sua intelligenza e per il suo metodo di insegnamento. Io avevo appena ricominciato a lavorare, dopo una pausa di tre anni, quindi avevo iscritto mia figlia al doposcuola (il tempo pieno è nato un paio d’anni dopo).

La maestra del pomeriggio non mi era simpatica. Un episodio soprattutto mi aveva scosso: un bambino si era arrampicato su una sedia e stava pericolosamente appollaiato alla finestra. Se n’è accorta una bidella che è entrata in classe e ha lanciato l’allarme. La maestra stava leggendo il giornale. Era la tipica insegnante che avrebbe voluto, nel doposcuola, bambini immobili ai loro banchi, cosa che non era ovviamente possibile. Non aveva una classe particolarmente vivace, solo una classe normale. Ma, nella normalità, la vivacità di mia figlia e di pochi altri, le sarà parsa eccessiva. Fatto sta che un giorno vado a prendere la bambina e questa “educatrice” mi apostrofa, davanti a mamme e bambini (compresa mia figlia) “Signora, sua figlia non è mica normale, la porti al C.I.M. (Centro Igiene Mentale) e di corsa”. Rimango allibita, umiliata, con mia figlia di sei anni che mi tira la giacca e chiede “Cos’è il Cim?”. Gli altri genitori, che conosco, fanno capannello intorno a me: conoscono la bambina, spesso ospite a casa loro per giocare con i loro figli, e chiaramente sanno che non è pazza. Pietrificata, non le rispondo ma vado dal preside e chiedo di essere ricevuta immediatamente. Lascio mia figlia in custodia ai genitori di una compagna.

Vi lascio immaginare l’incontro con il preside che dopo l’esposizione dei fatti abbassa la testa e mi dice “La prego di soprassedere, signora. Abbiamo avuto così tante lamentele su quell’insegnante che ne abbiamo chiesto il trasferimento al Provveditorato”. Esco e trovo tutti i genitori dei compagni di mia figlia ad aspettarmi, per sapere. Scopro che la nostra “educatrice” aveva strattonato un bambino perché non stava fermo, facendolo cadere (raccontato dal protagonista). E che una bambina si era fatta pipì addosso perché le era stato proibito di andare al bagno.

Fu trasferita la settimana successiva, sostituita da una insegnante giovane e gentile. Ma la tigre era ancora latente. Un paio di giorni dopo vado a prendere mia figlia, affronto il mostro e davanti ai soliti genitori ruggisco (piano) “Vuole gentilmente spiegare a mia figlia cos’è il C.I.M.?”. Non ho mai tolto gli occhi dai suoi, mentre parlavo. E’ stata questa la mia vendetta, averla affrontata davanti a tutti. Il mostro abbassa la testa, il viso in fiamme e replica “Niente”. “Eh no, cara signora – replico – una spiegazione è necessaria”. Non volevo umiliarla (come aveva fatto lei) davanti a tutti, bambini compresi. Ma ero intenzionata ad avere una risposta. “Il CIM è… è… un parco giochi!” balbetta e scappa via.

Al che mia figlia mi guarda e dice “E perché te la sei presa tanto, mamma? Voleva mandarmi solo al parco!”. La verità l’ha saputa anni dopo.

Eravamo ancora in un’epoca in cui denunciare un insegnante non si usava. Ma io spero ardentemente che quella “signora” abbia cambiato mestiere.

 

 

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Gossip!

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on 24 Mar
in Il blog di nonna Annamaria

 

Quand’ero bambina, se dicevi la parola gossip nel mio ambiente tutti dicevano “Eh???” perché nessuno sapeva cosa significasse. Allora ti correggevi in “pettegolezzi”, ma tutti filavano via veloci, borbottando “Io mi faccio i fatti miei”. Parole sante.I pettegolezzi erano il pane quotidiano, nella mia famiglia. E che pettegolezzi succulenti! Almeno, per noi bambini degli anni Cinquanta. Ora non scandalizzerebbero manco il Papa.

La famiglia di mia mamma era a dir poco gigantesca. I miei nonni materni ebbero undici figli ( i paterni reggevano il confronto con sette), il che era la normalità o quasi, per i tempi. Mia madre, nata con una gemella (morta poi piccolissima), era penultima. Il che voleva dire che tra mia mamma e la prima delle sue sorelle c’erano più di vent’anni di differenza. Mia nonna diventò nonna e successivamente ancora mamma, per dire. Aggiungiamoci che io ero l’unica figlia unica della famiglia. Tutte le sorelle e i fratelli di mia madre partivano da un minimo di tre figli, per arrivare comodamente alla dozzina.Vista la differenza d’età io avevo cugine dell’età di mia madre che ovviamente chiamavo zie, e giocavo con le loro figlie che erano mie coetanee.
Ce l’ho fatta a confondervi le idee? Sì, direi di sì.

Tutto questo per dire che eravamo davvero in tantissimi. C’erano riunioni di famiglia in cui un minimo di cinquanta adulti  mangiava e beveva per ore chiuso in uno di quei saloni enormi delle case di campagna, e noi bambini in cucina da soli (mai meno di una quindicina). “Di là” dai grandi si sentivano risate per le barzellette proibite a noi ragazzini, “di qua” in cucina il caos dei piccoli.Ma ogni tanto i grandi smettevano di ridere e chiacchieravano. In realtà si riunivano proprio per chiacchierare. O meglio, per aggiornarsi sui pettegolezzi, ovviamente scandalosissimi per l’epoca, quindi vietati a più non posso ai bambini (e si era bambini praticamente fino alla maggiore età). Ed era lì che noi ragazzine pre-adolescenti o adolescenti cacciavamo via i piccolini e origliavamo alla grande. Ognuno di noi aveva ricevuto  un’educazione rigida. Lo scandalo era sempre in agguato quindi bisognava rigare drittissimi. Ovviamente, visto che tutto destava scandalo, noi dell’ultima generazione immaginavamo che nella nostra famiglia non ci fosse nulla di men che immacolato. Ma origlia oggi, origlia domani le storie venivan fuori, perché c’era sempre, tra gli adulti, chi non era aggiornato sull’ultimo pettegolezzo “Come, no te ‘o sé miga? La fiola de Toni  la aspeta ‘ncora. E no se sa chi sia el pare” (traduzione: “Come non lo sai? La figlia di Toni è di nuovo incinta e non si sa chi sia il padre”). Era un vero peccato che, ascoltando dietro la porta, ci perdessimo le espressioni dei presenti. Sono sicura che ingrassavano più per i succulenti pettegolezzi che per il cibo. Comunque,  il succo era che il cugino Toni aveva una figlia poco seria. Uhhhhh… che scandalo! Io, le mie cugine (in realtà bis-cugine) Lina, Chiara e Mariagrazia ci scandalizzavamo davvero. Ma come, in una famiglia “santa” come la nostra c’erano poco di buono? C’erano figli illegittimi? C’erano matrimoni riparatori? I matrimoni riparatori erano lo scandalo che più scandalo non si può. Noi cugine sapevamo che era meglio la morte piuttosto che un matrimonio riparatore. Tanto per dirne una, mio padre non parlò più con sua sorella per trent’anni. Motivo? Si era sposata incinta. Eppure, come in tutte le famiglie avevamo proprio di tutto (eravamo in tanti, il campionario per forza di cose era variegato). Tra le centinaia di persone che componevano la “famiglia” c’erano ovviamente stati matrimoni riparatori, c’era un caso di pazzia, c’erano perfino bambini la cui paternità era sospetta e figli illegittimi. Insomma, era una famiglia normale dove, com’è normale, si sbaglia. Mi domando a volte come sono riuscita a sopravvivere nel tortuoso circuito della vita senza destare scandalo nella famiglia. E come ho poi fatto a dis-scandalizzarmi per queste cose. Se c’è una persona al mondo fautrice del “Vivi e lascia vivere” sono proprio io.

Ho capito con gli anni che c’era un motivo ben preciso se i miei genitori non mi facevano mai un complimento. Vuoi mai che se dico brava, questa si lascia andare, si dà delle arie e magari poi mi combina qualcosa?  Quindi se mi limito a rimproverarla quando sbaglia, non sarà mai sicura di non dare scandalo. Eh, lo so, meccanismo contorto, ma era così. Quasi sicuramente la parola scandalo era usata unicamente per rendere difficile la vita a noi ragazzini. Loro, i grandi, sapevano benissimo che certe cose succedono, tanto che nessuno di loro ne era esente. E il bello è che pure questa era educazione. Confesso che sono ancora oggi perplessa.

 

 

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Crescere, cresciamo tutti ma...

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on 17 Feb
in Il blog di nonna Annamaria

 

I bambini di oggi sono sempre più svegli, non c’è niente da fare.

 

Io non ho grandissimi ricordi di quando ero piccola. Ma ho avuto una mamma che avrebbe desiderato altri figli e non ha potuto averne, così casa nostra era sempre piena di bambini dei vicini di casa: quello me lo ricordo bene. E con i piccoli, i grandi usavano un linguaggio preconfezionato fatto di “brum brum” al posto di acqua, “ciccia” al posto di carne e via dicendo. Così dicevano “brum brum” fino ai sei anni. Per non parlare dei vari “babau” per far paura ai bambini, o dell’ “uomo nero” o chissà che altro. E ci marciavano mica male, con le paure.

Io stessa ho un ricordo nitidissimo: avete presente le carte veline che ora sempre più raramente avvolgono le arance? Ecco, adesso contengono una piccola percentuale di plastica, ma una volta erano di pura carta.

Mia mamma  l’arrotolava a forma di cono, spegneva le luci e poi dava fuoco alla velina. Agitando le mani la carta si alzava e volteggiava in aria fino a consumarsi e spegnersi, al canto di “Vola, vola vola”. Beh, non ho mai capito perché, ma questa cosa mi terrorizzava letteralmente. Eppure sono convinta che mia mamma non lo facesse per pura perfidia, semplicemente la divertiva vedermi impaurita (ma lei non sapeva quanto) da una cosa così sciocca. E io non riuscivo a farglielo capire, anche se strillavo come un’aquila. Era stupido, lo so, ma io non ero particolarmente sveglia, con molta probabilità.

 

Così, crescendo, come tutti i figli di questa terra ho pensato che NON avrei “tirato su” (come si diceva allora) un figlio come i bambini della mia generazione.

 

A  mia figlia non ho mai detto “brum brum” ma acqua. Per i bambini una parola vale l’altra e allora perché non insegnargli ad esprimersi correttamente, pensavo?

 

Ho cercato di farle superare le paure, parlandole e affrontandole insieme a lei. Il buio? Ma non nasconde niente, vediamolo insieme, anzi, giochiamo anche noi alle ombre. E parlavo, parlavo, parlavo perché lei chiedeva, chiedeva, chiedeva… A volte ci ripenso e io e lei ci ridiamo su: ma quanto fiato ho consumato quando era piccola? Eppure, sono convinta che non sia stato fiato sprecato. Certo, ho fatto quel che ho potuto. Probabilmente avrei potuto fare di meglio, ma a quei tempi non c’era la comunicazione di oggi. Ci si confrontava con le amiche, si parlava con le maestre, ma solo se c’erano problemi. Niente di più.

 

Ma parlare lo consideravo importante. Non era importante che all’inizio lei non mi rispondesse o, probabilmente, non capisse ancora. Peraltro, ci sono bambini che parlano precocemente, altri no. Mio nipote   ha imparato a parlare prestissimo.

 

Leonardo non aveva ancora due anni e andava a vendere cocco sulla spiaggia. Era buffissimo, giuro. Prendeva dei sassolini, li metteva nel secchiello e insieme alla mamma girava la spiaggia. “Coccobello!!!” strillava avvicinandosi agli ombrelloni. E se si accettava “l’acquisto” subito aggiungeva “Un EUO” perché sapeva benissimo che il venditore di cocco voleva una moneta.

 

Sua madre aveva quattro anni quando in tutte le classifiche del mondo primeggiava “On my own” cantata dalla piccola Nikka Costa accompagnata dal suo papà. Era una canzone che a me piaceva tantissimo e la cantavo sempre. Beh, lei, con i suoi 4 anni, non sapeva ovviamente una parola di inglese. Non azzeccava una parola giusta ma la cantava, eccome, a orecchio. Uno strafalcione via l’altro la sapeva tutta,  nel suo inglese comico.

 

Il bimbo della mia amica Barbara, Alessandro (3 anni), parla, ma non agli estranei, con loro diventa timidissimo. Però si esprime così bene da essere riuscito a trasmettere alla mamma un disagio alla scuola materna. Barbara mi ha confessato che pareva di parlare con un piccolo adulto mentre ascoltava le ragioni del piccolo.

 

Giorgio, figlio di un’amica di mia figlia, ha quasi due anni e dice solo poche parole. In compenso è sveglissimo e furbissimo e si fa capire alla perfezione. Ha pure una manualità eccezionale: riesce a infilare i cubi a forma geometrica negli appositi buchi al primo tentativo e senza sbagliarne uno. Una cosa che, confesso, riesce difficile anche a me. Ma io sono rintronata  e non faccio testo.

 

Questo per tornare all’inizio:    i piccoli di oggi sono sempre più svegli, a mio parere. Forse hanno più stimoli, sono più seguiti, non so bene.

 

Ma soprattutto sono in grado di esprimersi, in modi diversi magari.

 

Sento mamme preoccupate perché il loro bambino non parla ancora. Santo cielo, ognuno ha i suoi tempi. Certo, se a sei anni lo iscrivete alla prima elementare e ancora non parla, è lecito preoccuparsi. Ma crescere non è una gara a chi arriva primo.

 

Lungi da me dal fare la psicologa, semmai potrei essere io ad averne bisogno di una.  

Ma i bambini di oggi sono fortunati. Hanno genitori che si informano, si fanno domande, si consultano o consultano gli esperti. Hanno “Che forte!” perfino! Ma una volta? Certo, crescere siam  cresciuti tutti.

 

Ora che ci penso… ma non è che sarei meno rimbambita se fossi cresciuta di questi tempi? E la risposta, questo è il bello, la so già.

 

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Quattro generazioni

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on 07 Feb
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Ripensavo poco fa alla mia infanzia e ai privilegi che noi tutte persone che hanno superato i cinquanta, abbiamo oggi, in confronto a ciò che avevamo. E a cosa hanno i ragazzini e gli adulti di oggi.

Io sono nata negli anni 50, in una famiglia modesta dove lavorava solo papà che faceva il muratore. Ricordo gli inverni in cui era in cassa integrazione, perché faceva troppo freddo per lavorare fuori. Partecipavo, come tutti i bambini di allora, anche alle questioni finanziarie della famiglia. Niente lavoro, niente soldi, non c’era bisogno che me lo spiegassero. Mi sembravano normali tante cose: non avere tutto quello che chiedevo  (a volte sapevo che era inutile chiedere) aiutare in casa, andare alla “Standa” a piedi con la mia amica, a circa tre chilometri da casa. Avere i vestiti e le scarpe“della festa”, che rigorosamente si mettevano solo la domenica. E gli odiati calzettoni, che mostravano le ginocchia viola dal freddo (non si usavano ancora i pantaloni). A partire dai 7-8 anni dovevo smettere di giocare perché mamma, che faceva la sarta in casa, mi faceva tagliare le verdure per il minestrone o mi diceva passo passo cosa fare per preparare il sugo per la pasta. E’ così che ho imparato a cucinare. E mi sembrava normale aiutare, anche se sbuffavo, ovviamente.

Avevo un mezzo desiderio: avere il bagno in casa e non nel ballatoio. Dico mezzo perché se l’avessi avuto in casa non avrei potuto andare a fumare di nascosto in quello fuori. Il televisore l’abbiamo comprato con  il mio primo stipendio perché, diceva mio padre “si compra solo quando si hanno i soldi”, niente rate.

Quando mi sono sposata ho fatto il primo bagno in una vasca. Avevamo un appartamentino piccolo in affitto e nostra figlia dormiva in camera con noi.

Anni dopo ci siamo potuti permettere una casa nostra, dove mia figlia aveva una cameretta tutta sua. E mi sembrava di avere fatto una conquista.

Quando mia figlia ha avuto il primogenito aveva già una  piccolissima cameretta  per lui, ma quando si è accorta di essere di nuovo incinta ha cercato una casa più grande.

Quarant’anni fa lavorare bisognava e il lavoro c’era. Ma era dura: pochi diritti, si ingoiava tanto, gli stipendi erano miseri, ma anche le pretese erano poche. Un televisore, la lavatrice. Nel condominio dove abitavo da piccola siamo stati gli ultimi ad avere entrambe le cose.

L’altro giorno mio padre (92 anni suonati) mi raccontava che lui per andare a scuola doveva farsi cinque chilometri a piedi, con qualsiasi tempo. Succedesse ora la notizia sarebbe su tutti i Tg, sono sicura. Dormiva in uno stanzone che d'inverno era freddo (c'era la stufa in cucina, mica i caloriferi) insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle. I dolci – mi diceva – si mangiavano solo a Natale. Beh, devo dire che quando ero piccola amavo il Natale proprio perché era una delle rare occasioni in cui c’erano i dolci. Mia figlia, pur avendo a disposizione quel che voleva, non è mai stata golosa di dolci. E nemmeno mio nipote, devo dire, fatta eccezione per le caramelle.

 

Direte che i tempi sono cambiati. Ah, lo so. Ma siamo cambiati soprattutto noi. Non ci viene nemmeno in mente di portare i bambini a scuola a piedi, ma lottiamo come delle furie per iscrivere in palestra gli stessi ragazzini per “fargli fare un po’ di moto”. I nostri figli (e nipoti) si annoiano: manco per sbaglio ci viene in mente di farci aiutare nelle piccole faccende di casa. Eppure imparerebbero ad essere indipendenti, ci darebbero una mano e a loro non   dispiacerebbe affatto, vi assicuro. Provateci: fatevi aiutare a stendere il bucato, a preparare la tavola, a spolverare, a cucinare. Si divertiranno come matti e anche se le prime volte dovrete avere pazienza, in seguito  diventerà perfino un momento tutto vostro, perché aiutare la mamma fa sentire importanti.

L’entusiasmo per le cose nuove i bimbi ce l’hanno ancora, per fortuna.

E quindi, direte voi? Ah, ve lo spiego. Io ho ancora lo stupore, le nuove generazioni sono tutte sbuffi e noia. Mi diverte giocare (ho giocato poco nella mia vita), mi stupiscono i regali, sono golosa purtroppo, mi spiace buttare via i soldi (ne ho sempre avuti pochissimi) e mi entusiasmo per un abito nuovo magari comprato al mercato. E non capisco chi spende 500 euro per una borsa pur prendendo 1000 euro di stipendio (magari da precario), per poi lamentarsi che “non ce la si fa”, ma soprattutto perché “ce l’hanno tutti” ed è di moda.  Pane e cipolle ma l’ultimo modello di IPhone è la regola, non l’eccezione. Come ho detto tante volte, son scelte. Ognuno è libero di spendere come gli pare. Sapete quello che mi allibisce?  Che il tutto avviene  senza entusiasmi, senza urletti di gioia.

Chissà se borsa carissima e IPhone rendono felici, poi. E in quanto tempo vengono a noia, alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, dimenticando di godersi il presente.

 

Sarà che sto invecchiando, ma vorrei che i miei nipoti avessero entusiasmo e stupore,   sempre, anche e soprattutto per le piccole cose. Glielo auguro di cuore.

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I Robinson!

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on 15 Gen
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Conoscete la serie di telefilm “I Robinson”?  E’ degli anni Ottanta, ma in queste settimane è possibile rivederla su uno dei tanti canali gratuiti della televisione. A me serve come sonnifero.

 

In ogni caso trattasi della vita quotidiana di una famiglia newyorkese: padre (ginecologo), madre (avvocato) e 5 (dico cinque) figli, dai venti ai cinque anni. Quattro femmine e un maschio.

 

Io li adoro. L’ironia del capofamiglia mi fa morire, giuro. Ma mi fa ancor più morire (e stavolta d’invidia) mamma Claire. Ah, scende per colazione sorridendo, perfettamente truccata, con una splendida vestaglia blu cobalto allacciata con nonchalance alla vita con un fioccone molle ma perfetto che a me personalmente richiederebbe venti minuti di manodopera.

Sorride mostrando tutti gli 84 denti bianchi che abbagliano dal primo all’ultimo dei figli da servizio pubblicitario. Figli cialtroni quanto basta, ma senza mai uscire dalle righe. Niente occhi pieni di sonno, niente bizze per andare a scuola, solo qualche piccolissimo sbuffo mitigato dal sorriso perennemente rivolto alla dea-mamma. La quale mamma, se per puro caso trova motivo di disappunto, basta che corrughi UN sopracciglio e fa tremare la figliola Vanessa, dodicenne a volte insopportabile. Tanto scende il marito, già da ore di buonumore   che la fa ridere, cosa che ovviamente riesce a far svanire ogni traccia di malumore.

Mi scervello e cerco di ricordare la MIA di famiglia, anni fa. Padre che correva fuori dopo un veloce caffè bofonchiando un “ciao” pieno di sonno. Figlia che dovevi urlare come Pavarotti solo per farla scendere dal letto e che oramai afona invitavi a muoversi perché in ritardo. Io che con braccio mi vestivo per andare al lavoro (confesso e giuro che un giorno per distrazione mi sono presentata in ufficio con uno stivale nero e uno marrone… sigh) e con l’altro bussavo alla porta dell’unico bagno dove stazionava la figlia da quindici minuti netti. La vestaglia di seta, dite? Intonsa nello scaffale alto dell’armadio, pronta per eventuali ricoveri ospedalieri, come mamma mi aveva insegnato!

Claire e Cliff  trovano nel libro del figlio adolescente  e un filino tonto Theo uno spinello? Ma suvvia, basta chiedere al birichino se tale porcheria sia sua, sentirsi dire no ed è tutto risolto! Invece no. Il figlio modello scopre che il bullo forzuto del quartiere ha infilato il corpo del reato nel suo libro, lo sfida praticamente a duello e al bullo – udite, udite – trema l’orlo dei boxer e abbassando le orecchie accetta di andare a casa Robinson per discolpare completamente Theo.

 

Io non so voi, ma a Milano i bulli del quartiere mica assomigliano a quelli di New York. A parte il fatto che il bullo nostrano avrebbe menato per bene l’eroico Theo, vi pare che avrebbe messo piede in famiglia per denunciarsi?

La piccola di famiglia, Rudy (cinque anni) sta buona buona per ore a sfogliare libri sul divano mentre il padre dorme, senza disturbare. Inutile dire che non combina mai guai, che risponde alle domande come un adulto trentacinquenne e che è simpatica da morire anche quando non vuole i cavolini di Bruxelles.

La signora Claire non ha una domestica, a volte cincischia in cucina con le sue unghie smaltate di fresco e ha una casa sempre perfettamente in ordine.  Dimenticavo: cucina sempre il marito.

Ovviamente è diventata nonna, dopo 200 puntate. Una nonna da leccarsi i baffi, perfino più bella e splendente.

 

Ora, non pensate che mi piacciano i figli Robinson. No, no…   vorrei taaanto essere perfetta la metà di Claire. Anzi, ora esco a comprare una vestaglia di seta blu cobalto. Da qualche parte bisogna pur cominciare!

 

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