Sei forte papà!
Una nonna fortissima
I blog di Che Forte!
Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.
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Crescere, cresciamo tutti ma...
I bambini di oggi sono sempre più svegli, non c’è niente da fare.
Io non ho grandissimi ricordi di quando ero piccola. Ma ho avuto una mamma che avrebbe desiderato altri figli e non ha potuto averne, così casa nostra era sempre piena di bambini dei vicini di casa: quello me lo ricordo bene. E con i piccoli, i grandi usavano un linguaggio preconfezionato fatto di “brum brum” al posto di acqua, “ciccia” al posto di carne e via dicendo. Così dicevano “brum brum” fino ai sei anni. Per non parlare dei vari “babau” per far paura ai bambini, o dell’ “uomo nero” o chissà che altro. E ci marciavano mica male, con le paure.
Io stessa ho un ricordo nitidissimo: avete presente le carte veline che ora sempre più raramente avvolgono le arance? Ecco, adesso contengono una piccola percentuale di plastica, ma una volta erano di pura carta.
Mia mamma l’arrotolava a forma di cono, spegneva le luci e poi dava fuoco alla velina. Agitando le mani la carta si alzava e volteggiava in aria fino a consumarsi e spegnersi, al canto di “Vola, vola vola”. Beh, non ho mai capito perché, ma questa cosa mi terrorizzava letteralmente. Eppure sono convinta che mia mamma non lo facesse per pura perfidia, semplicemente la divertiva vedermi impaurita (ma lei non sapeva quanto) da una cosa così sciocca. E io non riuscivo a farglielo capire, anche se strillavo come un’aquila. Era stupido, lo so, ma io non ero particolarmente sveglia, con molta probabilità.
Così, crescendo, come tutti i figli di questa terra ho pensato che NON avrei “tirato su” (come si diceva allora) un figlio come i bambini della mia generazione.
A mia figlia non ho mai detto “brum brum” ma acqua. Per i bambini una parola vale l’altra e allora perché non insegnargli ad esprimersi correttamente, pensavo?
Ho cercato di farle superare le paure, parlandole e affrontandole insieme a lei. Il buio? Ma non nasconde niente, vediamolo insieme, anzi, giochiamo anche noi alle ombre. E parlavo, parlavo, parlavo perché lei chiedeva, chiedeva, chiedeva… A volte ci ripenso e io e lei ci ridiamo su: ma quanto fiato ho consumato quando era piccola? Eppure, sono convinta che non sia stato fiato sprecato. Certo, ho fatto quel che ho potuto. Probabilmente avrei potuto fare di meglio, ma a quei tempi non c’era la comunicazione di oggi. Ci si confrontava con le amiche, si parlava con le maestre, ma solo se c’erano problemi. Niente di più.
Ma parlare lo consideravo importante. Non era importante che all’inizio lei non mi rispondesse o, probabilmente, non capisse ancora. Peraltro, ci sono bambini che parlano precocemente, altri no. Mio nipote ha imparato a parlare prestissimo.
Leonardo non aveva ancora due anni e andava a vendere cocco sulla spiaggia. Era buffissimo, giuro. Prendeva dei sassolini, li metteva nel secchiello e insieme alla mamma girava la spiaggia. “Coccobello!!!” strillava avvicinandosi agli ombrelloni. E se si accettava “l’acquisto” subito aggiungeva “Un EUO” perché sapeva benissimo che il venditore di cocco voleva una moneta.
Sua madre aveva quattro anni quando in tutte le classifiche del mondo primeggiava “On my own” cantata dalla piccola Nikka Costa accompagnata dal suo papà. Era una canzone che a me piaceva tantissimo e la cantavo sempre. Beh, lei, con i suoi 4 anni, non sapeva ovviamente una parola di inglese. Non azzeccava una parola giusta ma la cantava, eccome, a orecchio. Uno strafalcione via l’altro la sapeva tutta, nel suo inglese comico.
Il bimbo della mia amica Barbara, Alessandro (3 anni), parla, ma non agli estranei, con loro diventa timidissimo. Però si esprime così bene da essere riuscito a trasmettere alla mamma un disagio alla scuola materna. Barbara mi ha confessato che pareva di parlare con un piccolo adulto mentre ascoltava le ragioni del piccolo.
Giorgio, figlio di un’amica di mia figlia, ha quasi due anni e dice solo poche parole. In compenso è sveglissimo e furbissimo e si fa capire alla perfezione. Ha pure una manualità eccezionale: riesce a infilare i cubi a forma geometrica negli appositi buchi al primo tentativo e senza sbagliarne uno. Una cosa che, confesso, riesce difficile anche a me. Ma io sono rintronata e non faccio testo.
Questo per tornare all’inizio: i piccoli di oggi sono sempre più svegli, a mio parere. Forse hanno più stimoli, sono più seguiti, non so bene.
Ma soprattutto sono in grado di esprimersi, in modi diversi magari.
Sento mamme preoccupate perché il loro bambino non parla ancora. Santo cielo, ognuno ha i suoi tempi. Certo, se a sei anni lo iscrivete alla prima elementare e ancora non parla, è lecito preoccuparsi. Ma crescere non è una gara a chi arriva primo.
Lungi da me dal fare la psicologa, semmai potrei essere io ad averne bisogno di una.
Ma i bambini di oggi sono fortunati. Hanno genitori che si informano, si fanno domande, si consultano o consultano gli esperti. Hanno “Che forte!” perfino! Ma una volta? Certo, crescere siam cresciuti tutti.
Ora che ci penso… ma non è che sarei meno rimbambita se fossi cresciuta di questi tempi? E la risposta, questo è il bello, la so già.


Annamaria, è sempre un piacere leggerti :-) grazie!