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Una nonna fortissima

I blog di Che Forte!

Un papà, un duro amante del rock, quattro figli, di cui due gemelli. Una nonna, due nipotini "spaziali", storie di vita vissuta. Ecco due blog super forti scritti per noi da Michele Monina, un multi-papà, e da Annamaria Pizzinato, Wondernonna.

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on 26 Gen
in Il blog di nonna Annamaria

IL TRUCCO C'E'... E SI VEDE

 

Forse sono un caso più unico che raro ma da quando ho l’età della cosiddetta ragione ho sempre avuto un’invidia appassionata per chi si sa truccare.

 

Ai miei tempi c’erano tariffe di età ben precise per il trucco: proibitissimo prima dei 16 anni, tanto per dire. Ed è solo un esempio. Le nonne della mia età ricorderanno le battaglie feroci per le calze di nylon. Ora le portano anche le bimbe dell’asilo, ma negli anni sessanta le ragazze aspettavano l’estate smaniando: si poteva andare in giro SENZA calze, quindi nessuno sapeva se avevi o no l’età per i calzettoni (da bambina) o le agognate calze trasparenti (decisamente da “signorina”). Lo so che sembra incredibile, ma era così. Io, che per natura son sempre stata alta e robusta, sembravo una deficiente, con i calzettoni a 14 anni. Ho pianto calde lacrime, ho rifiutato di uscire d’inverno (vi ricordo che i pantaloni non si usavano, anzi erano un altro scandalo!) e alla fine un giorno – che ricordo come fosse ieri – mia madre mi ha guardato pronta per uscire, in lacrime, con i calzettoni, si deve essere resa conto che rischiavo gli occhi impietositi della gente e mi disse “Toglili e metti quelle “fini” (le chiamava così “calze fini”). Un giorno memorabile. Alla pari con un altro, di giorno, in cui avevo bisogno di un paio di scarpe. Quattordici anni e il sogno di un po’ di tacco. Seeeh… c’era la censura doppia, paterna e materna che squadrava le suole millimetro per millimetro. Quel fatidico giorno ero con un mio cugino che un po’ mi piaceva e che aveva una dozzina d’anni più di me. Negozio: da una parte la commessa che aveva poca scelta di scarpe n. 39, dall’altra io con le suole bucate. Non c’era tempo da perdere. Dagli scaffali viene “pescato” un paio di mocassini abbastanza orribili (verde bosco con intarsi neri di vernice, lo ricordo benissimo) ma la suola mi conquistò immediatamente: aveva almeno tre centimetri abbondanti di tacco. Grosso, ma tacco. E il bello era che non si poteva definire tacco, dai genitori aggrottati! Il cugino bellone mi fa l’occhiolino e sicuramente spinto dalla voglia di uscire dal negozio mi sussurra “Queste hanno il tacco!”. Detto fatto, erano mie.

Un ricordo divertente riguarda la lunghezza delle gonne. Come tutti sanno la minigonna è nata negli anni Sessanta, giunta in Italia alla fine degli stessi. Io avevo l’età giusta giusta per portarle, ma i genitori sbagliati. Quindi? Nessun problema. La gonna che aveva fatto mamma e la cui lunghezza era causa di nuove e infinite dispute, con me che non respiravo per farla scendere quando la misurava   con il centimetro all’altezza ginocchio, magicamente diventava mini sulle scale di casa, dove veniva diligentemente arrotolata in vita.


Questo lungo preambolo serve a riportarci alla frase iniziale: il trucco. Se è vero che erano proibite cose che oggi consideriamo normali, figuratevi il trucco! Mia madre credo abbia usato una confezione di cipria in tutta la sua vita e due rossetti. Gli occhi se li truccavano solo le poco di buono (giuro, diceva così). Ma a sedici anni, dopo esserti sudata prima le calze di nylon, poi le scarpe con un misero tacco, e infine, stremata dalla lotta per la lunghezza della gonna, nemmeno osavi fare le prove trucco in casa. Venivo minuziosamente squadrata e inquisita “Perché hai la bocca rossa?” ma avevo una serie di risposte preparate, io “Perché mi sono morsicata il labbro, mi prudeva”. “Sei pallida, mica che per caso hai messo la cipria, eh??” non mi becchi, cara mia “Ma figurati… è che ho un po’ di mal di stomaco” e scivolavo verso la porta. E’ da quegli anni che ho la mania delle borsette grandi: ci stava, nascostissimo, anche qualche trucco.

 

Quindi, dicevo, non ho potuto fare pratica. Ed è solo con la pratica che impari a usare l’eyeliner, a spalmarti sapientemente l’ombretto e via dicendo. Sulle scale di casa vien difficile. Innumerevoli le volte in cui la domenica, andando a ballare (rigorosamente di nascosto) prendevo il tram, raggiungevo le amiche e mi sentivo dire “Ma cos’hai fatto? Hai un occhio con l’ombretto blu e l’altro con l’ombretto verde!”. Distinguerli al buio delle scale non era facile.

 

Insomma, tornando a noi, con l’età è cresciuta la mia invidia per chi si sa truccare. Già di natura son pasticciona e armata di sacra fretta, immagino che nel mio DNA sia rimasto impresso il periodo di “trucco da scala”, quindi l’incapacità totale di far bene.

 

Aggiungiamoci che la pubblicità non aiuta. Non c’è creatura che appaia anche per lo spot degli assorbenti che non sia ben truccata.  Quelle che invidio di più son quelle che non sembrano truccate ma che in realtà hanno tre etti di cerone sapientemente spalmato con la cazzuola. Ahh… ore e ore di lavoro per sembrare “naturali”.

Ore e ore ora potrei trovarle per imitarle, ma il risultato non potrà mai essere lo stesso. Insomma, non sono capace. Il mio momento-trucco la mattina sfiora il minuto. Una manata di crema colorata, un tocco di fard (se esagero c’è mio marito che lo nota e faccio dietrofront in bagno) e un filo di rossetto color naturale.

Perché vi racconto tutto questo? Beh, perché l’altro giorno la figlia di un’amica (otto anni) mi ha mostrato le scarpe di una nota marca per bambini, con IL TACCO. Un tacco VERO. E perché vedo bambine della stessa età con le meches (!!). O con lo smalto sulle unghie, a scuola. Sento in tv che la figlia di un noto personaggio ha avuto in regalo i soldi per un lifting (non ho parole). E che ci sono mamme che spendono l’iradiddio per portare le bambine in quei centri dove oltre il massaggio c’è il trucco, la manicure e chi più ne ha più ne metta.

 

A volte vorrei tornare agli anni Sessanta, giuro.

 

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Guest 23 Mag

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