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Una nonna fortissima

Una nonna Fortissima

Il diario di nonna Annamaria: una nonna in un blog? Ebbene sì, e scusate se vogliamo farvi divertire, parlarvi di esperienze di vita vissuta con nipotini “spaziali”, ma anche ascoltarvi e fare quattro chiacchiere. Insomma, ci proviamo. Magari con un sorriso.

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Facciamo finta che...

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on 21 Feb
in Il diario di nonna Annamaria

 

Io credo che ogni bambino abbia un sacco pieno di fantasia nella sua testolina.

 

Ogni tanto c’è la necessità di aprire quel sacco, tirarne fuori un po’. E sono convinta che a loro piaccia molto.

 

Dai in mano a un bambino un… niente, e la fantasia si scatena. Due cuscini sul divano diventano una capanna. La scatola vuota dei biscotti l’ospedale degli animali. Un pezzo di carta ritagliato e ci si inventa un re.

Il fatto è che i bimbi moderni non hanno mica tempo di aprire quel sacco. C’è ovunque qualcuno pronto a sostituirsi al sacco. I giochi già predisposti, che superano a volte la fantasia dei bambini. C’è la tv.

Quand’ero bambina io il gioco ricevuto da Gesù Bambino diventava, volere o volare, il protagonista attorno al quale scatenare la fantasia.

 

E se era una bambola il gioco era facile: dagli con i vestiti, cullarla, inventarsi un lettino (con – appunto – molta fantasia) una collana fatta con l’elastico e un bottone. La parola d’ordine con le amiche era “facciamo finta che…”.

“Facciamo finta che tu sei la mamma che va a fare la spesa” e giù a litigare perché tutti volevano fare il salumiere che aveva – santa patata – dei sassolini che erano i soldi,  dei pezzetti di carta per incartare la spesa, dei fagioli secchi (che in casa mia non mancavano mai) delle foglie, rametti etc etc. Un’apoteosi di cose a sua disposizione, insomma.

 

I maschi di solito l’avevano vinta: facevano i bottegai. Ma noi femmine ci vendicavamo andando dalla sarta (tiè) e quindi perdendo tempo a tagliuzzare ritagli di stoffa che diventavano abiti che più originali non si può.

 

L’anno in cui Gesù Bambino ha avuto la bontà di regalarmi un piccolo pianoforte sono entrata in crisi. Va bene la fantasia, ma dopo aver strimpellato e cantato, facendo finta di essere una cantante, un paio di volte, i miei amichetti si son stufati di brutto. E quindi sono tornata alla bambola dell’anno prima, che nel frattempo aveva avuto un incidente da usura: era senza una gamba, porella.

 

E giocavamo per ore e ore, mica ci si stufava. Anche perché non c’era alternativa.

 

Anzi no. L’alternativa c’era: i giornalini. Oddio quanto ho amato Paperino, Topolino e compagnia bella. Ancora oggi mio marito a volte mi chiama e dice “Guarda, in tv c’è Paperino!” e io corro a vedere.

 Ho imparato a leggere prima di andare a scuola, da un cugino “grande” che ha abitato per un po’ di tempo da noi. E lì mi si è aperto un mondo. Leggevo ovunque e in qualsiasi momento.  A volte mi immaginavo di essere Paperina, che trovavo irresistibile. Ed ero così immersa nella mia fantasia che mia mamma aveva un bel chiamarmi: manco la sentivo.

Poi c’era il commercio dei giornalini. Tu mi dai un Topolino vecchio e io ti presto un Corriere dei Piccoli della settimana scorsa. I giornalini erano una preziosa merce di scambio. Io ne compravo ben pochi, ma non so com’è, in casa mia ce n’erano sempre un po’ di copie, non mi ricordo assolutamente da dove venissero.

 

“Facciamo finta che…” ha funzionato anche con mia figlia. Anche se lei aveva un sacco di giocattoli, il sacco della fantasia lo si apriva lo stesso. C’era sempre qualcosa da inventarsi. E confesso che mi divertivo come una matta, tornando bambina e giocando con lei. Ma anche guardandola giocare con le sue amichette. Un “facciamo finta che…” saltava sempre fuori.

 

Quando una cosa ti entra in testa, passassero mille anni, ti ritorna. Tant’è che pure con Leonardo è scattato il “facciamo finta che…” e gli piace un mucchio. Anzi, a volte mi anticipa. “Nonna, facciamo finta che tu sei un leopardo” e mannaggia, lì ce ne vuole di fantasia, ma va bene! “Anzi, no, tu sei un DINOSAUO piccolo, io uno GANDE”. Perché la fantasia fa bene, ma con un occhio all’opportunità. Lui si tiene sempre l’animale più forte, non c’è verso.

E allora divento un dinosauro piccolo ma furbissimo. Così lui, che ha quello grande, sì, ma un dinosauro un po’ babbeo, chiede di fare cambio, ma non perché vuole vincere. Semplicemente gli piace che quel piccolo dinosauro si sia inventato tante cose. E quando ottiene il cambio, aggiunge qualche furbata frutto della sua, di fantasia.

 

Alla fantasia bastano  tre parole magiche “facciamo finta che…”.

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Crescere, cresciamo tutti ma...

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on 17 Feb
in Il diario di nonna Annamaria

 

I bambini di oggi sono sempre più svegli, non c’è niente da fare.

 

Io non ho grandissimi ricordi di quando ero piccola. Ma ho avuto una mamma che avrebbe desiderato altri figli e non ha potuto averne, così casa nostra era sempre piena di bambini dei vicini di casa: quello me lo ricordo bene. E con i piccoli, i grandi usavano un linguaggio preconfezionato fatto di “brum brum” al posto di acqua, “ciccia” al posto di carne e via dicendo. Così dicevano “brum brum” fino ai sei anni. Per non parlare dei vari “babau” per far paura ai bambini, o dell’ “uomo nero” o chissà che altro. E ci marciavano mica male, con le paure.

Io stessa ho un ricordo nitidissimo: avete presente le carte veline che ora sempre più raramente avvolgono le arance? Ecco, adesso contengono una piccola percentuale di plastica, ma una volta erano di pura carta.

Mia mamma  l’arrotolava a forma di cono, spegneva le luci e poi dava fuoco alla velina. Agitando le mani la carta si alzava e volteggiava in aria fino a consumarsi e spegnersi, al canto di “Vola, vola vola”. Beh, non ho mai capito perché, ma questa cosa mi terrorizzava letteralmente. Eppure sono convinta che mia mamma non lo facesse per pura perfidia, semplicemente la divertiva vedermi impaurita (ma lei non sapeva quanto) da una cosa così sciocca. E io non riuscivo a farglielo capire, anche se strillavo come un’aquila. Era stupido, lo so, ma io non ero particolarmente sveglia, con molta probabilità.

 

Così, crescendo, come tutti i figli di questa terra ho pensato che NON avrei “tirato su” (come si diceva allora) un figlio come i bambini della mia generazione.

 

A  mia figlia non ho mai detto “brum brum” ma acqua. Per i bambini una parola vale l’altra e allora perché non insegnargli ad esprimersi correttamente, pensavo?

 

Ho cercato di farle superare le paure, parlandole e affrontandole insieme a lei. Il buio? Ma non nasconde niente, vediamolo insieme, anzi, giochiamo anche noi alle ombre. E parlavo, parlavo, parlavo perché lei chiedeva, chiedeva, chiedeva… A volte ci ripenso e io e lei ci ridiamo su: ma quanto fiato ho consumato quando era piccola? Eppure, sono convinta che non sia stato fiato sprecato. Certo, ho fatto quel che ho potuto. Probabilmente avrei potuto fare di meglio, ma a quei tempi non c’era la comunicazione di oggi. Ci si confrontava con le amiche, si parlava con le maestre, ma solo se c’erano problemi. Niente di più.

 

Ma parlare lo consideravo importante. Non era importante che all’inizio lei non mi rispondesse o, probabilmente, non capisse ancora. Peraltro, ci sono bambini che parlano precocemente, altri no. Mio nipote   ha imparato a parlare prestissimo.

 

Leonardo non aveva ancora due anni e andava a vendere cocco sulla spiaggia. Era buffissimo, giuro. Prendeva dei sassolini, li metteva nel secchiello e insieme alla mamma girava la spiaggia. “Coccobello!!!” strillava avvicinandosi agli ombrelloni. E se si accettava “l’acquisto” subito aggiungeva “Un EUO” perché sapeva benissimo che il venditore di cocco voleva una moneta.

 

Sua madre aveva quattro anni quando in tutte le classifiche del mondo primeggiava “On my own” cantata dalla piccola Nikka Costa accompagnata dal suo papà. Era una canzone che a me piaceva tantissimo e la cantavo sempre. Beh, lei, con i suoi 4 anni, non sapeva ovviamente una parola di inglese. Non azzeccava una parola giusta ma la cantava, eccome, a orecchio. Uno strafalcione via l’altro la sapeva tutta,  nel suo inglese comico.

 

Il bimbo della mia amica Barbara, Alessandro (3 anni), parla, ma non agli estranei, con loro diventa timidissimo. Però si esprime così bene da essere riuscito a trasmettere alla mamma un disagio alla scuola materna. Barbara mi ha confessato che pareva di parlare con un piccolo adulto mentre ascoltava le ragioni del piccolo.

 

Giorgio, figlio di un’amica di mia figlia, ha quasi due anni e dice solo poche parole. In compenso è sveglissimo e furbissimo e si fa capire alla perfezione. Ha pure una manualità eccezionale: riesce a infilare i cubi a forma geometrica negli appositi buchi al primo tentativo e senza sbagliarne uno. Una cosa che, confesso, riesce difficile anche a me. Ma io sono rintronata  e non faccio testo.

 

Questo per tornare all’inizio:    i piccoli di oggi sono sempre più svegli, a mio parere. Forse hanno più stimoli, sono più seguiti, non so bene.

 

Ma soprattutto sono in grado di esprimersi, in modi diversi magari.

 

Sento mamme preoccupate perché il loro bambino non parla ancora. Santo cielo, ognuno ha i suoi tempi. Certo, se a sei anni lo iscrivete alla prima elementare e ancora non parla, è lecito preoccuparsi. Ma crescere non è una gara a chi arriva primo.

 

Lungi da me dal fare la psicologa, semmai potrei essere io ad averne bisogno di una.  

Ma i bambini di oggi sono fortunati. Hanno genitori che si informano, si fanno domande, si consultano o consultano gli esperti. Hanno “Che forte!” perfino! Ma una volta? Certo, crescere siam  cresciuti tutti.

 

Ora che ci penso… ma non è che sarei meno rimbambita se fossi cresciuta di questi tempi? E la risposta, questo è il bello, la so già.

 

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San Valentino... dei piccoli

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on 14 Feb
in Il diario di nonna Annamaria

L’amore non ha davvero età… Nel senso che comincia quando meno te lo aspetti.

 

E’ lì, questo “amore”, magari non sai nemmeno che c’è, soprattutto se hai tre anni. Insomma, per farla breve, mio nipote Leonardo ha due fidanzate. Sì sì, due, di cui una “preferita”.

 

E’ stato durante una telefonata tra mamme che mia figlia ha scoperto che quel rubacuori prematuro bacia una certa Chiara, all’asilo. La mamma della bimba ha infatti riferito che il nostro eroe bacia “sulla bocca” sua figlia. Cominciamo prestino. E poi mia figlia un filo gelosa lo è. Quel trabiccolo d’un bimbo meraviglioso è suo e solo suo, dice.

 

E’ stato per caso che è venuto fuori il discorso con noi nonni. Stavamo giocando, raccontava la sua giornata alla scuola materna e si parlava di amici. Mentre fa un elenco (breve) dei suoi amici (ha più amici animali che umani devo dire), salta fuori “E poi la Chiara, che è la più bella di tutti!” dice convinto.

“E’ la tua fidanzata?” chiediamo con nonchalance. “Sì” risponde serio “Ma è anche mia amica!”. Cucciolo, hai trovato il compromesso ideale: amore e amicizia!

 

Ieri è andato a una festa di compleanno tra compagni d’asilo. Entra, si guarda intorno, torna dalla mamma e dice con gli occhi a forma di stellina “Mammaaaaa… c’è anche la Chiaraaa!” e felice come una pasqua la prende per mano “Vedi mamma? Do’ la manina alla Chiara”. Bellissimi, sorridenti, teneri da morire, sembravano quasi innamorati.


Bisogna dire che lei ricambia adeguatamente. Il mattino lo aspetta sulla porta della sua classe. Quando lo vede, con tono da consumata civetta, cinguetta “Leooooo… ciaoooooo”. Già ha imparato l’arte della seduzione. Lui non si fa pipì addosso per la commozione perché è “GANDE”, come dice lui, ma si scioglie tutto.

 

Eh… l’amore. Mi torna alla mente un episodio di quando mia figlia aveva la stessa età.

 

Non ricordo come scoprì che di lì a poco si sarebbe festeggiato San Valentino. Ricordo benissimo che faceva milioni di domande sempre e ovunque, quindi probabilmente aveva scoperto questa ricorrenza. Mi chiese “Che festa è San Valentino?” “La festa degli innamorati, di chi si vuol bene, tesoro” fu l’ovvia risposta. “Io voglio tanto bene a Gianluca” ribatté guardandomi, sicura di sé.

 

Tre anni, primo anno di asilo, e primo amore. L’oggetto del desiderio, Gianluca, era effettivamente un gran bel bambino. Biondo, frangione sugli occhi, tranquillo, giocava spesso solo. L’avevo notato perché a differenza degli altri piccoli sembrava che degnasse la scuola materna della sua presenza. Insomma, un bimbetto aristocratico con un po’ di puzza sotto il naso. Quando ho individuato la madre ho capito perché: sembrava la principessa sul pisello. Nessuna confidenza con le altre mamme, sempre inappuntabile, così come il figlio: all’asilo veniva sempre vestito da piccolo principe.

 

Ma all’amore non si comanda e mia figlia aveva scelto proprio lui. Il giorno prima di San Valentino, uscendo dall’asilo mi guarda preoccupata “Domani devo portare un regalo a Gianluca, mamma!”. Era quasi in angoscia. In anni e anni di San Valentino non l’ho mai più vista così preoccupata per il regalo della ricorrenza.

 

“Certo, tesoro, ora andiamo a casa e ne scegliamo uno” lei mi guarda corrucciata e mi fa “Ma non si compra?”. Eh no, piccola mia, non cominci a tre anni a ingrossare il business di San Valentino! “Tu vuoi fargli un regalo speciale, vero?” lei annuisce convintissima “I regali più speciali sono quelli che vengono dal cuore, tesoro. Se scegli tra i tuoi giochi qualcosa, quello sarà davvero un regalo molto, molto speciale!”.

La ricerca del regalo speciale durò un’infinità. Scartò  bambole (“E’ un maschio, mamma, non gli piacciono mica” fu l’arguta argomentazione)  figurine, pentoline, e quant’altro di femminile era in suo possesso. Poi trovò la cosa giusta “Un giornalino, mamma! Dici che gli piacerà?” e mi guarda speranzosa “Certo! E’ proprio il regalo giusto!” rispondo. Facciamo il pacchetto (il fiocco è di rigore!) e aspettiamo l’indomani.

 

Faticò ad addormentarsi, quella sera. Più del solito intendo: era davvero preoccupata. L’ultima frase prima di dormire fu l’ennesimo “Ma gli piacerà, mamma?”.

 

Il giorno dopo arriviamo all’asilo e Gianluca è già lì, molto probabilmente ignaro di che razza di giorno importante fosse per la sua compagna di classe.

 

Mia figlia si allontana da me titubante e io rimango sulla porta a guardarla. Stringe tra le mani il giornalino scelto con tanto amore. Si avvicina al biondino, allunga la mano e dice, con una dolcezza infinita “Un regalino per te!”.

 

Se è vero che già da piccoli gli uomini a volte sono insensibili, quella è stata l’occasione giusta per dimostrarlo. Lui prende il pacchetto confezionato con tanto amore, straccia la carta, guarda il contenuto e sentenzia “Questo ce l’ho già”, con lancio trasversale verso la parete dell’aula e la mia bimba che lo guarda a bocca aperta.

 

In un attimo tutti i sogni di mia figlia si sono infranti, tanta è stata la delusione. Lui non ha detto grazie, non l’ha degnata di uno sguardo e ha ripreso a fare quel che faceva prima di quella fastidiosa interruzione.

 

Lei non era un tipetto facile già da allora. Piuttosto di piangere come mi aspettavo, raccatta il giornalino e viene a portarmelo “Che cattivo mamma! Non se lo merita mica sai?”. Nella sua saggezza di bimba di tre anni non la sfiorò nemmeno l’idea che non gli fosse piaciuto il regalo. Era LUI che era stato insensibile (= cattivo).

 

Per qualche anno le bastò l’esperienza: non fece altri regali per San Valentino. E non parlò di fidanzati o di preferenze.

 

Poi ovviamente è cresciuta e la tiritera è ricominciata. Ma questa è un’altra storia.

 

 

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Il gippone

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on 10 Feb
in Il diario di nonna Annamaria

Non sono una fan delle automobili di grossa cilindrata: in realtà non me ne importa un bel niente delle auto e non so nemmeno distinguere marche e modelli. Se mi si chiede che auto ho, devo pensarci su un attimo, mica me lo ricordo subito. Considero l’auto un mezzo di trasporto e come tale le mie pretese sono ben poche: che funzioni, che sia sufficientemente comoda e che tenga la strada. Essendo robusta io, con i piedi ben piantati per terra, non amo le auto “leggere”, quelle che ti volano via dalle mani.

 

Certo, se diventassi milionaria e potessi scegliere un’auto che mi piace, sceglierei una di quelle gippone fantastiche che sembrano piccoli carri armati e che quando li vedi da lontano ti sposti perché i fari, pure  da spenti, sembrano minacciosi e ti fanno paura. Ho i miei buoni motivi, per questa scelta.

 

Ma non sono milionaria e quando si è trattato di cambiare la mia vecchia auto, due anni fa, per necessità, sono stata inflessibile: “Ho il piccolo da trasportare, quindi che sia cinque porte e robusta”. I particolari li ho lasciati a mio marito. Ora ho un’utilitaria che fa il suo mestiere senza infamia e senza lode.


Quando vado in giro da sola o con adulti ho una guida abbastanza brillante. Chi abita in città sa che gli imbranati sono quanto di peggio di possa capitare. Noi cittadini siamo abituati ad avere centocinquanta occhi e a prevedere i pericoli duecento metri prima, magari pensando  di poter fare dieci chilometri in dieci minuti. Ricordo qualche anno fa, quando venne ospite da me una mia amica, Gabriella - abile guidatrice -  che vive in una cittadina della costa abruzzese. Traffico lì ce n’è, soprattutto d’estate con i turisti. Ma quando mi ha visto alla guida, attenta ai mille slalom delle auto milanesi mi ha guardato e mi ha detto “Ma io non potrei mai abitare qui!”.

 

In ogni caso, quando sono sola è un discorso. Ma quando trasporto Leonardo (Isabel ancora non è stata mia ospite) cambia il giro del fumo. E siccome non sono il dottor Jackil e Mr. Hide, sono prudente ma non rimbambisco tutto d’un botto!

E’ in quei momenti che vorrei essere milionaria: avrei il gippone! E con un gippone sotto le mani, avete ben poco da fare gli spiritosi, cari i miei automobilisti  maschi, sempre pronti a soverchiare la guida femminile! Perché vi vedo, sapete? Guardate chi guida, rapido calcolo mentale di un secondo e poi TIE’, ti sorpasso e inchiodo tanto che mi fai, scendi e mi meni?! Oppure ti taglio la strada così devi frenare bruscamente e ti faccio pure un mezzo sorrisino. Fra uomini ve lo fate molto, ma molto meno. Sono più che sicura che odiate le donne al volante anche se sono decisamente più brave di voi. Vedo mio marito: se c’è un’auto che non è veloce come un fulmine a parcheggiare “Ehhh, signora mia…”. E manco ha visto chi guida, razzista a priori! Se un’altra macchina non parte a razzo a semaforo propizio “Ma dai cara, DAIII!” al femminile, ovviamente. A volte pianto giù una questione, a volte son troppo stanca di dire le stesse cose. Evvabbè, pensala come ti pare.

 

Ma se vado a prendere Leonardo all’asilo, o lo accompagno da qualche parte mi si accendono anche i sensori periferici. Sono prudentissima,  e so che mi credete. Prudentissima però non vuol dire ebete.  Soprattutto sono così brava che ingoio i soprusi. Lascio che uno  stolto (maschio, quasi sempre) mi sorpassi, strombazzi e riesco perfino a non abbassare il finestrino per insultarlo. Uh, mi ribolle il sangue, figurarsi! Ma il massimo che mi esce dalle labbra è “Mannaggetta!!” quando vorrei urlare gli improperi più proibiti. Al che Leonardo – a cui non sfugge niente – chiede spiegazioni. “Perché dici mannaggetta, nonna?”. “Tesoro, perché il signore che guida quell’auto suona, ma il semaforo non è ancora verde” (pure questo capita). “E’ un PEPOTENTE, nonna?” e non solo, amore della nonna, non solo.

 

Ecco, è in quel momento che mi appare fulminea la scena. Io che guido il gippone e che con uno di quei ruotoni pazzeschi  gli salto sul cofano, schiacciandoglielo: ovviamente procurando danni solo all’auto. Ed è lì che mi piacerebbe guardarlo negli occhi terrorizzati e dirgli “E allora, babbeo? (lo so, babbeo non si usa più, ma ho promesso che qui non avrei mai scritto parolacce) Ridi, coraggio, ridi che ti disfo anche il resto, su.”. La visione termina con me che rido, non lui. Una gran bella visione, oh, là!

Certo, non sarebbe un bell’esempio per Leonardo, cinturato sul sedile posteriore. Però onestamente a volte penso che pure Leonardo avrà la patente, un giorno. Ed è maschio, mannaggetta.

Un corso di buone maniere? Ma mica serve! Gli uomini, anche i più miti ed educati, si trasformano, alla guida di un veicolo.

Mostri che non siete altro, datemi un’auto come dico io e… No, meglio di no, diventerei come loro.

Forse è per questo che non avrò mai un gippone, sigh.

 

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Quattro generazioni

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on 07 Feb
in Il diario di nonna Annamaria

Ripensavo poco fa alla mia infanzia e ai privilegi che noi tutte persone che hanno superato i cinquanta, abbiamo oggi, in confronto a ciò che avevamo. E a cosa hanno i ragazzini e gli adulti di oggi.

Io sono nata negli anni 50, in una famiglia modesta dove lavorava solo papà che faceva il muratore. Ricordo gli inverni in cui era in cassa integrazione, perché faceva troppo freddo per lavorare fuori. Partecipavo, come tutti i bambini di allora, anche alle questioni finanziarie della famiglia. Niente lavoro, niente soldi, non c’era bisogno che me lo spiegassero. Mi sembravano normali tante cose: non avere tutto quello che chiedevo  (a volte sapevo che era inutile chiedere) aiutare in casa, andare alla “Standa” a piedi con la mia amica, a circa tre chilometri da casa. Avere i vestiti e le scarpe“della festa”, che rigorosamente si mettevano solo la domenica. E gli odiati calzettoni, che mostravano le ginocchia viola dal freddo (non si usavano ancora i pantaloni). A partire dai 7-8 anni dovevo smettere di giocare perché mamma, che faceva la sarta in casa, mi faceva tagliare le verdure per il minestrone o mi diceva passo passo cosa fare per preparare il sugo per la pasta. E’ così che ho imparato a cucinare. E mi sembrava normale aiutare, anche se sbuffavo, ovviamente.

Avevo un mezzo desiderio: avere il bagno in casa e non nel ballatoio. Dico mezzo perché se l’avessi avuto in casa non avrei potuto andare a fumare di nascosto in quello fuori. Il televisore l’abbiamo comprato con  il mio primo stipendio perché, diceva mio padre “si compra solo quando si hanno i soldi”, niente rate.

Quando mi sono sposata ho fatto il primo bagno in una vasca. Avevamo un appartamentino piccolo in affitto e nostra figlia dormiva in camera con noi.

Anni dopo ci siamo potuti permettere una casa nostra, dove mia figlia aveva una cameretta tutta sua. E mi sembrava di avere fatto una conquista.

Quando mia figlia ha avuto il primogenito aveva già una  piccolissima cameretta  per lui, ma quando si è accorta di essere di nuovo incinta ha cercato una casa più grande.

Quarant’anni fa lavorare bisognava e il lavoro c’era. Ma era dura: pochi diritti, si ingoiava tanto, gli stipendi erano miseri, ma anche le pretese erano poche. Un televisore, la lavatrice. Nel condominio dove abitavo da piccola siamo stati gli ultimi ad avere entrambe le cose.

L’altro giorno mio padre (92 anni suonati) mi raccontava che lui per andare a scuola doveva farsi cinque chilometri a piedi, con qualsiasi tempo. Succedesse ora la notizia sarebbe su tutti i Tg, sono sicura. Dormiva in uno stanzone che d'inverno era freddo (c'era la stufa in cucina, mica i caloriferi) insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle. I dolci – mi diceva – si mangiavano solo a Natale. Beh, devo dire che quando ero piccola amavo il Natale proprio perché era una delle rare occasioni in cui c’erano i dolci. Mia figlia, pur avendo a disposizione quel che voleva, non è mai stata golosa di dolci. E nemmeno mio nipote, devo dire, fatta eccezione per le caramelle.

 

Direte che i tempi sono cambiati. Ah, lo so. Ma siamo cambiati soprattutto noi. Non ci viene nemmeno in mente di portare i bambini a scuola a piedi, ma lottiamo come delle furie per iscrivere in palestra gli stessi ragazzini per “fargli fare un po’ di moto”. I nostri figli (e nipoti) si annoiano: manco per sbaglio ci viene in mente di farci aiutare nelle piccole faccende di casa. Eppure imparerebbero ad essere indipendenti, ci darebbero una mano e a loro non   dispiacerebbe affatto, vi assicuro. Provateci: fatevi aiutare a stendere il bucato, a preparare la tavola, a spolverare, a cucinare. Si divertiranno come matti e anche se le prime volte dovrete avere pazienza, in seguito  diventerà perfino un momento tutto vostro, perché aiutare la mamma fa sentire importanti.

L’entusiasmo per le cose nuove i bimbi ce l’hanno ancora, per fortuna.

E quindi, direte voi? Ah, ve lo spiego. Io ho ancora lo stupore, le nuove generazioni sono tutte sbuffi e noia. Mi diverte giocare (ho giocato poco nella mia vita), mi stupiscono i regali, sono golosa purtroppo, mi spiace buttare via i soldi (ne ho sempre avuti pochissimi) e mi entusiasmo per un abito nuovo magari comprato al mercato. E non capisco chi spende 500 euro per una borsa pur prendendo 1000 euro di stipendio (magari da precario), per poi lamentarsi che “non ce la si fa”, ma soprattutto perché “ce l’hanno tutti” ed è di moda.  Pane e cipolle ma l’ultimo modello di IPhone è la regola, non l’eccezione. Come ho detto tante volte, son scelte. Ognuno è libero di spendere come gli pare. Sapete quello che mi allibisce?  Che il tutto avviene  senza entusiasmi, senza urletti di gioia.

Chissà se borsa carissima e IPhone rendono felici, poi. E in quanto tempo vengono a noia, alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, dimenticando di godersi il presente.

 

Sarà che sto invecchiando, ma vorrei che i miei nipoti avessero entusiasmo e stupore,   sempre, anche e soprattutto per le piccole cose. Glielo auguro di cuore.

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